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INTERVENTI CON PAROLE CHIAVE 'SACRE SCRITTURE'
 
Sam Harris - La fine della fede - abstract


Testo tratto da l'Epilogo de "La fine della fede" - Sam Harris - edizioni Nuovi Mondi Media - 2006

 

La fede religiosa, pur appartenendo a quel genere di ignoranza umana che non ammette neanche la possibilità di correzione, è ancora al riparo dalle critiche in ogni angolo della nostra cultura.

 

Rinunciando a tutte le fonti di informazioni valide di questo mondo (tanto spirituali quanto terrene in senso

stretto) i nostri religiosi hanno colto al volo antichi tabù e miti pre-scientifici come se avessero una validità metafisica incontestabile. Libri che abbracciano una gamma ristrettissima di interpretazioni politiche, morali, scientifiche e spirituali - libri che, già solo in virtù della loro antichità, ci offrono il tipo di saggezza più annacquata possibile in relazione al presente - sono ancora considerati dogmaticamente un punto di riferimento cui spetta l'ultima parola su argomenti della massima rilevanza.

Nella migliore delle ipotesi, la fede fa sì che persone altrimenti benintenzionate non riescano a riflettere in modo razionale su molte delle cose che stanno loro più profondamente a cuore; nell'ipotesi peggiore, è una fonte continua di violenza tra gli uomini.

 

Ancora oggi, molti di noi sono motivati non da ciò che sanno, ma da ciò che si accontentano di immaginare. Molti sono ancora ansiosi di sacrificare la felicità, la compassione e la giustizia in questo mondo alle fantasie di un mondo avvenire. Questi e altri svilimenti ci aspettano sulla strada trita e ritrita della devozione.

A prescindere dalle implicazioni che le nostre differenze religiose potrebbero avere nella vita ultraterrena, in quella attuale hanno solo un capolinea: un futuro fatto di ignoranza e massacri.

 

Viviamo in società che sono ancora vincolate da leggi religiose e minacciate dalla violenza religiosa.

E quanto a noi (e soprattutto al nostro dialogo con gli altri), cos'è che ci porta a spargere nel mondo questi sconcertanti esempi di malignità? Abbiamo visto che istruzione e ricchezza non bastano a garantire la razionalità. In realtà, anche in Occidente uomini e donne istruiti si aggrappano ancora ai cimeli intrisi di sangue di un'epoca lontana. Questo problema non può essere risolto soltanto tenendo a freno una minoranza di estremisti religiosi, ma piuttosto trovando approcci all'etica e all'esperienza spirituale che non facciano alcun appello alla fede, e trasmettendo a tutti questo tipo di conoscenza.

 

Naturalmente, ci si rende conto che il problema è semplicemente irrisolvibile. Che cosa potrebbe, verosimilmente, far mettere in discussione le proprie credenze religiose a miliardi di esseri umani? Eppure, è ovvio che una rivoluzione totale del nostro pensiero potrebbe completarsi nel giro di una sola generazione - sarebbe sufficiente che genitori e insegnanti dessero risposte oneste alle domande dei bambini.

I nostri dubbi sulla realizzabilità di questo progetto dovrebbero essere attenuati dal fatto di comprenderne la necessità, in quanto non c'è alcuna ragione per ritenere che possiamo sopravvivere a tempo indefinito alle nostre differenze di religione.

 

Immaginate come sarebbe per i nostri discendenti sperimentare la fine della  civiltà.

Immaginate una mancanza di razionalità talmente assoluta da permettere che le bombe più potenti fossero sganciate sulle città più grandi per difendere le nostre differenze religiose. In che modo gli sfortunati sopravvissuti a questo olocausto analizzerebbero il cammino scellerato della stupidità umana che li ha portati a precipitare nel baratro? Se ci trovassimo ad esaminare un simile scenario al momento della fine del mondo, certamente ci renderemmo conto del fatto che i sei miliardi di persone attualmente in vita stanno facendo di tutto per spianare la strada all'Apocalisse.

 

Il nostro mondo trabocca letteralmente di idee sbagliate. Ci sono ancora luoghi in cui le persone vengono condannate a morte per reati immaginari - come la blasfemia - e dove l'intera istruzione di un bambino consiste nell'insegnargli a recitare passi di un antico libro pieno di fantasie religiose. Ci sono nazioni in cui alle donne vengono negati quasi tutti i diritti umani, tranne la libertà di procreare. Se non riusciremo a indurre il mondo in via di sviluppo, e in particolare il mondo musulmano, a perseguire obiettivi compatibili con la civiltà del resto del pianeta allora tutti noi dovremo affrontare un futuro tetro.

 

 

La violenza religiosa non si è ancora estinta poiché le nostre religioni sono  intrinsecamente ostili l'una verso l'altra. A volte potrebbe sembrare che le cose stiano diversamente: ciò è semplicemente dovuto al fatto che le conoscenze e gli interessi secolari tengono a freno gli aspetti più sconcertanti e letali della fede.

 

Dovremmo deciderci ad ammettere che non si può trovare alcun fondamento  reale per la tolleranza e la diversità religiosa nei canoni del cristianesimo,  dell’ Islam, dell'ebraismo o delle altre fedi.

 

Se mai le guerre di religione ci appariranno impensabili - come sta accadendo per la schiavitù e il cannibalismo - significherà che ci siamo liberati dei dogmi di fede. Se mai il nostro tribalismo cederà il passo a una identità morale estesa le  nostre credenze religiose non potranno essere più sottratte a critiche e indagini condotte in modo rigoroso. Dovremmo finalmente renderci conto che presumere di conoscere laddove si nutrano solo speranze devozionali è una forma di malvagità.

Ogni volta che le convinzioni aumentano in modo inversamente proporzionale alle loro giustificazioni, perdiamo il fondamento profondo della collaborazione tra gli uomini. Quando possiamo fornire motivazioni per ciò in cui crediamo, non abbiamo bisogno della fede. Quando quelle motivazioni mancano perdiamo tanto il nostro legame col mondo quanto quello con gli altri. Le persone che nutrono convinzioni forti senza avere prove concrete sono degne di restare ai margini della nostra società e non nelle stanze dei bottoni. L'unico aspetto che dovremmo rispettare nella fede di una persona è il suo desiderio di una vita migliore in questo mondo. Non dobbiamo necessariamente rispettare il fatto che egli creda ciecamente nell'esistenza di un'altra vita nell'aldilà.

 

Nulla è più sacrosanto dei fatti. Quindi nessuno dovrebbe avere la meglio nei nostri dibattiti per il fatto che coltiva delle illusioni. La prova del nove per la razionalità dovrebbe essere ovvia: chiunque voglia sapere com'è il mondo, in termini materiali o spirituali, deve essere aperto alla scoperta di nuove prove. Dovremmo essere confortati dal fatto che le persone tendano ad attenersi a questo principio ogni volta che sono obbligate a farlo. Questo, per la religione, resterà un problema. Saranno proprio le mani che sorreggono la nostra fede a scuoterla.

 Finora non è stato ancora stabilito cosa significhi essere uomini, in quanto ogni sfaccettatura della nostra cultura - e anche la nostra stessa biologia - resta aperta all'innovazione e all'indagine. Non sappiamo come saremo tra mille anni e neppure se ci saremo, considerata l'assurdità letale di molte delle nostre credenze; tuttavia, a prescindere dai cambiamenti che ci aspettano come specie, difficilmente una cosa muterà: finché resisterà l'esperienza, la distinzione tra felicità e sofferenza resterà la nostra preoccupazione principale.

 

Quindi avremo il desiderio di capire i processi - biochimici, comportamentali, etici, politici, economici e spirituali - che spiegano tale distinzione. Non abbiamo a disposizione nulla che si avvicini a una comprensione definitiva di tali processi, ma le conoscenze che possediamo ci consentono di escludere molte interpretazioni fallaci. Indubbiamente, al momento attuale siamo in grado di affermare che il Dio di Abramo non solo non è degno dell'immensità della Creazione, ma neppure dell'uomo.

 

Non sappiamo che cosa ci attende dopo la morte, ma sappiamo che moriremo. Chiaramente, dev'essere possibile vivere in modo etico - preoccupandosi in modo sincero della felicità di altre creature senzienti - senza avere la pretesa di conoscere cose in merito alle quali siamo manifestamente ignoranti.  (…)

Siamo legati gli uni agli altri. (…) Siamo proprio noi a decidere, in ultima istanza, cosa sia "buono", e anche a stabilire cosa sia logico. (…) Non abbiamo bisogno di modelli di ricompensa e punizione che trascendono questa vita per giustificare le nostre intuizioni morali o renderle effettivamente in grado di guidare il nostro comportamento nel mondo. Gli unici angeli che dobbiamo invocare sono quelli della nostra miglior natura: la ragione, l'onestà e l'amore. Gli unici demoni che dobbiamo temere sono quelli che si annidano dentro la mente di ogni uomo: l'ignoranza, l'odio, l'avidità e la fede, che è sicuramente il capolavoro del diavolo.

 

E' evidente che l'uomo non è misura di tutte le cose. Il nostro universo pullula  di misteri. Il fatto stesso che esso esista, e che noi esistiamo, è un mistero assoluto, nonché l'unico miracolo degno di questo nome. Anche la coscienza che anima ciascuno di noi è un elemento essenziale di questo mistero, oltre a costituire la base di ogni esperienza che intendiamo definire "spirituale". Non è necessario abbracciare alcun mito per essere in comunione con la profondità della nostra condizione. Non è necessario venerare alcun Dio particolare per poter vivere lasciandosi incantare dalla bellezza e dall'immensità del creato. Non abbiamo bisogno di raccontarci fantasie tribali per renderci conto, un bel giorno, che amiamo il nostro prossimo, che la nostra felicità è inscindibile dalla sua, e che tale interdipendenza richiede che le persone di tutto il mondo abbiano la possibilità di prosperare.

Le nostre identità religiose, chiaramente, hanno i giorni contati.

Anche i giorni dell'umanità stessa probabilmente saranno contati, se non ci renderemo subito conto di tutto questo.

 



di Attilio Geva
visita il blog Sangue del mio sangue, piume delle mie piume ...

 
L'illusione di Dio - Parte seconda


Una variante di questa storiella si trova nel libro dei Giudici, (Gdc 19,23-26). In questo caso ad essere ospitati sono un ospite maschio e sua moglie. I soliti pretendenti chiedono di spassarsela un po’ con l’ospite maschio. L’anfitrione rifiuta e offre anch’egli la figlia vergine (manco a dirlo), ma i pretendenti non accettano. Allora, udite,udite, l’ospite stesso offre sua moglie perché sia violentata! Cosa che puntualmente avviene. Al mattino l’ospite trova sua moglie stesa a terra e gli intima di alzarsi perché devono riprendere il viaggio. Peccato! Lei non si muove perché è morta.

Su questo piatto della (im)morale biblica si potrebbe fare una serie interminabile di rilanci, per esempio attingendo alle collere furibonde del “divino”, stragi, pretese di sacrifici cruenti, incitamenti alla guerra ed al genocidio, ... ma basta leggersela sulle (sacre?) scritture. Ecco un’altra efficace illustrazione artistica della solerzia di Abramo nel rispondere a una richiesta demenziale del Capo, che per mettere a dura prova la pari demenza del dipendente, gli chiede di ammazzare il suo Isacco. In un rigurgito di buon senso poi fermò la mano dell’assassino del proprio figlio.

Quella volta andò bene! Ma in compenso andò peggio ai ragazzini di Gerico che, sempre su Suo ordine, il buon Giosuè sterminò passandoli a fil di spada assieme ai vecchi, uomini o donne che fossero, e persino, chissà perché, il bue, l’ariete e l’asino.

Ora, credo, possiamo tranquillamente procedere ad esaminare la morale atea senza alcuna soggezione.

Dawkins ricorre agli studi di Marc D. Hauser per sostenere la tesi che una facoltà della mente si sarebbe evoluta per milioni di anni ed avrebbe finito per produrre un insieme di principi utili a elaborare una gamma di possibili sistemi etici. Qualcosa di simile alla capacità linguistica (i dettagli variano da cultura a cultura, ma la struttura profonda della grammatica è universale).

Ecco come Dawkins sviluppa l’argomento (i grassetti e il titolo del libro citato tradotto in italiano sono miei).

“Se, come il desiderio sessuale, il senso morale fosse effettivamente radicato nel lontano passato darwiniano, e fosse quindi nato prima della religione, dovremmo aspettarci che le ricerche sul cervello rivelino universali morali che superano le barriere geografiche, culturali nonché religiose.

In Menti Morali – Le origini naturali del bene e del male (il Saggiatore – 2006) il biologo di Harvard Marc Hauser ha descritto una proficua serie di esperimenti proposti in origine da filosofi morali ... viene posto un ipotetico dilemma etico e la difficoltà che abbiamo a risolverlo ci dice qualcosa sul nostro senso del bene e del male ... attraverso questionari ... conduce indagini statistiche ed esperimenti psicologici sul senso morale di persone in carne e ossa.
Dal punto di vista che ci interessa qui, il dato fondamentale è che quasi tutti prendono le stesse decisioni quando si trovano davanti ai dilemmi, e la convergenza è molto superiore alla capacità di spiegare il motivo delle decisioni.

è proprio ciò che sarebbe lecito aspettarsi se il senso morale fosse inscritto nel cervello come la pulsione sessuale, la paura dell'altezza o, come preferisce dire Hauser, la capacità linguistica (i dettagli variano da cultura a cultura, ma la struttura profonda della grammatica è universale). Come vedremo, il modo in cui la gente risponde ai quesiti morali e l'incapacità di spiegare le ragioni delle scelte sono in larga misura indipendenti dalla presenza o assenza di convinzioni religiose.
Per dirla con le sue stesse parole, il messaggio di Hauser è:

«Alla base dei nostri giudizi morali c'è una grammatica morale universale, una facoltà della mente che si è evoluta per milioni di anni e ha finito per produrre un insieme di principi utili a elaborare una gamma di possibili sistemi etici. Come nel caso del linguaggio, i principi alla base della nostra grammatica morale volano sotto il radar della consapevolezza».

I dilemmi morali posti da Hauser sono in genere variazioni sul tema del treno fuori controllo che minaccia di uccidere un certo numero di individui. Nell'esempio più semplice, una persona, Denise, si trova vicino agli scambi e ha quindi la possibilità di dirottare il treno su un binario secondario e salvare così la vita a cinque persone intrappolate sulla linea principale. Purtroppo, però, c'è un uomo sul binario secondario. Siccome lui è uno solo e le persone intrappolate sulla linea principale sono cinque, quasi tutti giudicano moralmente ammissibile, anche se non doveroso, che Denise azioni lo scambio per salvare i cinque e condannare l'uomo solo. Non sappiamo se l'uomo sacrificabile sia per caso Beethoven o un nostro caro amico.
Nelle varianti che vengono via via proposte, i dilemmi morali si fanno sempre più spinosi. E se si fermasse il treno lanciandogli davanti un oggetto pesante da un ponte? Ma sì, senz'altro: gettiamolo. E se l'unico oggetto pesante disponibile fosse un uomo molto grasso che se ne sta lì seduto ad ammirare il tramonto? Quasi tutti convengono che è immorale gettare il grassone giù dal ponte, anche se, tutto sommato, il dilemma parrebbe analogo a quello di Denise, che si trova a dover sacrificare una persona per salvarne cinque. La maggior parte della gente ha la netta sensazione che vi sia una differenza sostanziale tra i due casi, anche se magari non sa spiegare bene il perché. Quello del grassone ricorda un altro dilemma posto da Hauser.
In un ospedale stanno morendo cinque pazienti per una grave patologia di cinque distinti organi. Ognuno di loro verrebbe salvato se si trovasse un donatore per quell’organo, ma non ci sono donatori di sorta. Il chirurgo si accorge a un certo punto che in sala d'aspetto c'è un uomo sano, con i cinque organi del caso in perfette condizioni e adatti al trapianto. Quasi nessuno risponde che è morale uccidere l'uomo per salvare i cinque. Come nel caso del grassone sul ponte, la gente intuisce che non si può assaltare un innocuo e ignaro passante e usarlo per il bene degli altri.
Com'è noto, fu Immanuel Kant a elaborare l'imperativo categorico secondo il quale un essere razionale non deve mai essere usato come mezzo per raggiungere un fine, nemmeno se il fine fosse di beneficio agli altri.
Questa è la differenza fondamentale tra il caso del grassone sul ponte (o dell'uomo nella sala d'aspetto dell'ospedale) e il caso dell'uomo sul binario secondario. Il grassone sul ponte verrebbe chiaramente usato come mezzo per fermare il treno impazzito, e si violerebbe l'imperativo kantiano. L'uomo sul binario secondario non verrebbe usato per salvare le cinque persone sulla linea principale; a essere usato è il binario alternativo e lui ha solo la sfortuna di trovarcisi sopra.
Come mai questa distinzione ci soddisfa? Kant lo riteneva un assoluto morale.
Per Hauser, è un risultato dell'evoluzione.
Nel corso del libro, le situazioni ipotetiche riguardanti il treno fuori controllo diventano sempre più complicate e i dilemmi morali si fanno via via più tortuosi. Tra gli altri, Hauser propone i casi di Ned e di Oscar. Ned è accanto alle rotaie, ma, diversamente da Denise, che poteva dirottare il treno su un binario secondario, può azionare solo uno scambio con cui dirotterebbe il convoglio su un raccordo che si ricongiunge con il binario principale poco prima delle cinque persone: non serve azionare lo scambio, il treno investirebbe comunque le persone. Tuttavia, il caso vuole che sul raccordo ci sia un uomo estremamente grasso, pesante abbastanza per fermare il treno. Ned deve azionare lo scambio oppure no? La maggior parte della gente risponde di no. Ma qual è la differenza tra il dilemma di Ned e quello di Denise? Con tutta probabilità, la gente applica in maniera intuitiva l'imperativo kantiano. Denise impedisce al treno di investire cinque persone e la sfortunata vittima sul binario secondario è un «danno collaterale», per usare una graziosa espressione di Donaid Rumsfeld; Denise non usa l'uomo come mezzo per salvare gli altri. Ned invece userebbe il grassone per fermare il treno e la maggior parte della gente (forse senza pensarci), insieme con Kant (che invece ci pensò moltissimo), la considera una differenza sostanziale. La differenza è riproposta dal dilemma di Oscar. Oscar si trova nella stessa situazione di Ned, solo che sul raccordo c'è un grande oggetto di ferro, talmente pesante che potrebbe fermare il treno. Oscar non dovrebbe quindi avere problemi ad azionare lo scambio e deviare il treno, solo che c'è un uomo che cammina davanti all'oggetto di ferro e quest'uomo, come il grassone di Ned, verrebbe sicuramente ucciso se Oscar azionasse lo scambio. La differenza è che l'uomo sul binario non verrebbe «usato» per fermare il treno: sarebbe, come nel dilemma di Denise, un danno collaterale. Come Hauser e come la maggior parte dei soggetti intervistati, sento che Oscar può azionare lo scambio, ma non Ned. Trovo però molto difficile giustificare la mia intuizione.
Hauser dimostra che queste intuizioni morali spesso non passano al vaglio della riflessione, ma sono fortemente sentite a causa del nostro retaggio evolutivo.

Durante un'affascinante incursione nell'antropologia, Hauser e i suoi colleghi hanno adattato gli esperimenti morali agli indios Cuna, una piccola tribù dell'America centrale che non ha una religione formale e non ha quasi nessun contatto con gli occidentali.
Hanno sostituito il treno con un equivalente locale - un coccodrillo che si avvicina alle canoe - e proposto gli stessi dilemmi. Con piccole differenze dovute al contesto diverso, i Cuna hanno espresso gli stessi giudizi morali di noialtri occidentali.

Di particolare interesse per il presente saggio è che Hauser si è anche domandato se i credenti differiscono dagli atei nelle loro intuizioni morali.
Se traessimo la morale dalla religione, dovrebbe esserci differenza.
Ma a quanto pare non c'è.
In un'indagine condotta con il filosofo morale Peter Singer, Hauser ha proposto tre ipotetici dilemmi e confrontato i verdetti degli atei con quelli dei credenti. I soggetti dovevano decidere se un'azione ipotetica era moralmente «doverosa», «ammissibile» o «proibita».
1. Il dilemma di Denise. Il 90% delle persone ha detto che era ammissibile deviare il treno, uccidendo una persona per salvarne cinque.
2. Un bambino sta annegando in uno stagno e non c'è in vista nessuno che possa salvarlo. Noi possiamo farlo, ma ci rovineremmo i pantaloni. Il 97% ha convenuto che si debba salvare il bambino (strano a dirsi, il 3% preferisce salvare i pantaloni).
3. Il dilemma degli organi da espiantare. Il 97% dei soggetti ha convenuto che non si poteva prendere di forza un individuo sano in sala d'aspetto e ucciderlo per prelevargli gli organi e salvare i cinque malati.
Il risultato principale dello studio di Hauser e Singer è che non c'è differenza statisticamente rilevante tra atei e credenti nell'elaborazione dei giudizi.
Ed è coerente con l'idea, condivisa da me e da molti altri, che non c'è bisogno di Dio per essere buoni... o cattivi.

Queste idee si possono anche non condividere, ma personalmente mi sembrano piene di buon senso, non lo “credete” anche voi?



di Attilio Geva
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