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INTERVENTI CON PAROLE CHIAVE 'SIMBOLISMO'
 
L' arte contemporanea ancella della filosofia?


L' arte contemporanea ancella della filosofia?

Monet o Renoir potevano permettersi il lusso di stare a testa alta di fronte ai grandi pensatori della loro epoca. ( che so Comte, Nietzsche, ecc.).

Vissero infatti un epoca fortunata e rara nella storia, in cui la pittura si era completamente resa autonoma ed emancipata dal rapporto di ancillare sottomissione alla filosofia ( o alla teologia, etc.).

La sensibilità ( e la pittura in quest’ epoca è intesa come espressione dell’ immediato sensibile, l’ impressione ) ha la stessa dignità dell’ intelletto.

Oggi invece la maggior parte dei pittori guarda con rispetto reverenziale ai filosofi. La pittura è tornata ad essere ancella della filosofia. Il critico d’ arte oggi è molto più importante di qualsiasi pittore ed è lui a farne la fortuna o meno, e non viceversa, come sarebbe più logico.

E questo perché siamo ritornati ad una specie di medioevo: la realtà sensibile non è più degna di per sé e quindi il pittore non si accontenta del fenomeno ma cerca di correre dietro al concetto.

Ma corre su di un terreno che non è il suo e sul quale è destinato a perdere contro chi è più attrezzato ed allenato di lui, il filosofo, il critico, il teologo, lo psicologo, ecc.

Eppure la situazione “anomala” non è questa odierna, ma quella rarissima, di Monet e Renoir.

Se diamo infatti uno sguardo alla storia dll’arte, vediamo che i periodi in cui ha prevalso il simbolismo ( per l’ uso del termine vedi arte classica ed arte simbolica) sono preponderanti.

Solo in due epoche, due piccole oasi in un deserto sterminato, l’ età che va dal rinascimento al ‘900, e l’ età classica dal v secolo, al diffondersi del cristianesimo, si ha qualcosa di diverso.

In queste due epoche l’arte si emancipa progressivamente dalla teologia e si fa autonoma.

Pensiamo alla letteratura greca. Si passa dalla rappresentazione degli dei e degli eroi nell’ Epos, alla rappresentazione dell’ immanente nella commedia. La Tragedia accompagna e scandisce i gradi di questo passaggio: dagli dei quasi umani di Eschilo, gli dei si fanno più trascendenti in Sofloche, quindi quasi astratti in Euripide, sempre più lontani dagli affari umani per sparire poi del tutto nella commedia.

Processo analogo si ha nell’ epoca moderna: si passa dalla Divina Commedia di Dante, alla Commedie Humane di Balzac.

Questi processi in letteratura sono accompagnati da analoghi processi nelle arti figurative.

Si passa dalla rappresentazione simbolica del divino alla rappresentazione naturalistica dell’ umano. Dalla statuetta votiva stilizzata all’ atleta greco che si asciuga il sudore, dal cristo di Cimabue, stilizzato, ai Canottieri di Renoir che scherzano all’ hosteria.

In entrambe queste epoche il processo di emancipazione dalla teologia, secolarizzazione, si accompagna con una forma di umanesimo e con una tendenza a rappresentare in maniera naturalistica l’uomo nell’ambiente che lo circonda.

Ed, ancora, in entrambe queste epoche, la secolarizzazione e l’ umanesimo si accompagnano alla nascita della democrazia. Solo quando l’ uomo è consapevole della propria dignità, pretenderà di determinare le proprie sorti e di autogovernarsi.

Quando invece si ritiene indegno si lascerà guidare da altri, da Dio o dai suoi vicari o da chi governa per sua volontà.

Solo in queste età rarissime la sovranità viene dal popolo e non da Dio,  ed il potere politico si legittima sull’ investitura popolare e non su quella divina.

L’ uomo si emancipa da Dio, il sensibile dal simbolico ed, infine, la ragione dalla fede.

 C’ è stato un’ illuminismo moderno, c’ è stato un’ illuminismo classico.

Questa ragione che interroga se stessa e pone i propri limiti è di primario interesse per il problema posto del rapporto teoria-pittura. La ragione, infatti, che non si pone dei limiti è una ragione ancora teologica che tenderà ad assoggettare tutto a sé ( il reale, la sensibilità, ecc.), che vedrà dunque nella pittura una ragione incompleta, un’ illustrazione per la ragione (Hegel).

………..

Ma ora perché nel  ‘900 si ritorna alla svalutazione del sensibile e del reale, al simbolismo?

Ci fu qualcosa di analogo nel mondo classico?

Nel mondo classico fu il cristianesimo a svalutare la realtà sensibile ed a rivogere gli uomini verso l’ aldilà. La vera natura era l’ aldilà, questo nostro mondo era solo una terra di passaggio, qualcosa di quasi irreale ed indegno di essere preso in considerazione. Il sensibile, l’effimero, valeva solo come simbolo dell’eterno e dell’aldilà ( gli studi di Auerbach sui sensi figurati nella Divina Commedia!).

Anche nel mondo contemporaneo c’ è qualcosa che ci allontana progressivamente dalla realtà sensibile e materiale. Non si tratta però di una religione, ma dei processi di produzione e distribuzione del capitalismo avanzato.

Già il capitalismo, nella sua essenza, per così dire, si basa su di una separazione, una scissione, tra lavoratori e capitale. Il che vuol dire che, per me lavoratore, i miei mezzi di susistenza sono separati da me, cioè la mia vita ( la produzione e la riproduzione della mia vita) non dipende da me.

E da chi dipende? Nel capitalismo eroico del ’700 e dell’ ‘800, si capiva bene da chi dipendeva: dal capitalista che era una persona in carne ed ossa. Oggi , invece, il capitalista è sempre meno una persona in carne ed ossa e sempre più una società, una cordata, qualcosa che non fa capo più a persone singole in carne ed ossa, ma ad entità sempre più astratte.

Ecco che la vita concreta torna a dipendere ed ad essere sottomessa all’ astratto, proprio come nel Medioevo cristiano. L’ uomo sensibile ed il mondo sensibile che lo circonda, smette di essere sostanza o soggetto ( sostanza è ciò che non ha bisogno d’ altro per continuare ad esistere) come lo erano stati in età rinascimentale e moderna ( Robinso Crousoè) e tornano ad essere accidente. Ed ecco che non sono più degni di essere rappresentati di per sé e se valgono, non valgono che come Simbolo.

Quella tra Cristianesimo e Capitalismo non è solo una vaga somiglianza.  Si tratta di un rapporto molto  più stretto e profondo. Rimando a tal proposito alle analisi di Lucio Colletti sul rapporto capitalismo- cristianesimo ne “Il marxismo ed Hegel”: il cristianesimo, ed in particolare il cristianesimo protestante, sarebbe l’ ideologia del capitalismo.

Del resto il legame profondissimo tra protestantesimo e nascita del capitalismo è l’ argomento del celeberrimo libro di Max  Weber, spesso usato come arma critica contro il marxismo volgare.

Che c’ è da stupirsi dunque se l’ artista disprezza il sensibile concreto per rivolgersi all’ astratto?

Nel mondo in cui viviamo l’astratto è realmente più “vero” del concreto.

Ora, secondo il marxismo, il capitale astratto, che dirige e sostiene la vita di tutti noi, in tanto può sussistere, in quanto si alimenta e si rinnova continuamente col lavoro vivo e concreto dei lavoratori sensibili.

Il capitalismo è un mondo alla rovescia dove gli uomini concreti si lasciano dominare da un’ astrazione figlia del loro ordinamento sociale, così come nel cristianesimo si lasciavano dominare da un’ astrazione parto della loro mente.

Il lavoro vivo ( vedi il recente lavoro di Dussel sul lavoro vivo e lavoro morto in Marx), il valore d’ uso, sono l’ unico vero “altro” dal capitale.

L’ unico vero punto su cui fare leva per cambiare le cose.

L’ artista che facendo l’ astratto crede di fare il nuovo, non fa che celebrare il suo dio, il capitale.

L’ artista che invece veramente voglia combattere, nel suo ambito, il capitalismo deve combattere questo astratto e richiamarsi alla materia, alla sensibilità, al valore d’uso che non si lascia ridurre a lavoro di scambio.

Deve fare un po’ quello che ha fatto Kounellis, ma fare attenzione a non confondere la rappresentazione con la realtà. C’ è sempre questo rischio nelle istallazioni.

Distinguere la rappresentazione dalla realtà è il primo atto di omaggio, la prima forma di rispetto che l’ arte, che voglia smetterla col narcisismo e l’ autoreferenzialità, deve avere nei confronti del Reale.uando invece si ritiene indegnoQQ



di ciro d' alessio
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