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INTERVENTI CON PAROLE CHIAVE 'SPAZIO'
 
Joi&Evelin - Intervista a Elena Mantovani


Il cambiamento delle abitudini ha portato alla nascita di nuove specie di spazi, che ci fanno vivere, sovrapponendole, più dimensioni, luoghi, mondi, senza sognarli ma attraversandoli e raggiungendoli davvero.

A mutare è anche lo spazio urbano, che si configura sempre più come estensione dello spazio privato, determinando negli individui, un’esigenza diffusa di ristabilire nuove relazioni con il territorio e con loro stessi, che passano attraverso la capacità delle città di rifondarsi, tra tradizione ed innovazione.

 


ELENA MANTOVANI. Una giovane riminese che si è formata presso il Politecnico di Milano e la L.A.B.A. di Rimini, ed ora collaboratrice in uno studio di architettura della sua città, ha progettato “SPAZI URBANI E FORME DI INTERAZIONE: JOI & EVELIN”

 


Elena, come ti è nata questa idea?

La questione dello spazio, ed in particolare dei luoghi di passaggio, ha sempre alimentato in me un particolare interesse, che con il passare del tempo si è fatto sempre più forte. Questi impulsi mi hanno spinta a pensare ed elaborare una proposta che possa migliorare la qualità dei luoghi di passaggio e di transito, e con questa anche quella della vita delle persone che li frequentano, fornendo loro i mezzi necessari per allietare l’attesa ed i tempi morti durante la giornata.

Da queste necessità sono nate “JOI & EVELIN”.

 


In pratica...

 

Attraversando la città e lasciandosi attraversare da essa, è possibile ritrovare gli usi quotidiani, le forme e le funzioni che gli oggetti e gli spazi di volta in volta assumono.

Sparisce quello che nell’uomo viene definito il radicamento a un territorio: si compiono spostamenti di tipo fisico, nel lavorare, nell’abitare, nel comunicare, che spesso sono contraddistinti dall’attesa, per scali o ritardi nelle partenze, determinando così negli utenti, disagi legati all’impossibilità di allontanarsi dal luogo nel quale si trovano, costringendoli a trascorrere lunghi intervalli di tempo da impiegare in attività che possono intrattenere la loro permanenza forzata.

Un’attesa che può essere allietata dando vita allo spazio che ci circonda, quello immediatamente intorno a noi, prestando attenzione alla vita dell’uomo, alle sue necessità, allo spazio che egli abita e a tutte le relazioni che egli instaura con sé, con gli altri e con l’ambiente circostante.

 

Ponendo l’accento sulla città e i suoi luoghi, a partire dalle connessioni, prestando attenzione alle relazioni sociali e ai flussi vitali della città, e offrendo delle situazioni che consentano di stabilire relazioni con gli altri a vari livelli, si può rendere il sistema più efficiente.

Fondamentale è interpretare i luoghi, il territorio e l’ambiente, capire cosa questi significano e cosa potrebbero significare per la gente che li abita; interpretare lo spazio come un processo di relazioni e verificare la capacità di questi luoghi di convertirsi in spazio di conoscenza e di relazione.

Ciò significa individuare luoghi specifici, capaci di concentrare gli aspetti relazionali delle attività urbane e della collettività. Lo spazio deve farci sentire a nostro agio e permetterci di instaurare delle relazioni chiare tra il mondo, noi e gli altri.

 

Lo spazio urbano deve essere coordinato come elemento vivo, così da trasformare siti un tempo passivi in centri attivi in modo nuovo. Occorre perciò generare lo spazio, dargli forma, colore e misura pensando al gesto quotidiano, agli individui, e cogliendo, senza imporlo, il giusto ritmo.

Accorciare i tempi di attesa, riqualificare e rivitalizzare gli spazi pubblici aperti e chiusi, dando ampio respiro ad una nuova e diversa concezione della mobilità dei cittadini generando spazi diversi e più accoglienti.

 

Una proposta che permetta alle persone, durante i minuti e le ore di attesa e di sosta, di poter dedicare tempo a sé stesse e ai propri interessi.

Uno spazio sensibile e mutevole, che possa variare da fruitore a fruitore e che possa adattarsi a tutte le esigenze, uno spazio caratterizzato da un denso flusso di azione, che favorisca l’interazione e la condivisione.

Un luogo vissuto, che funga da catalizzatore urbano, una sorta di spazio di aggregazione, un punto di riferimento per la città, luogo d’incontro e di scambio, dove poter venire a contatto con realtà ed esperienze diverse.

 

Da qui sono nate JOI&EVELIN, elementi di interazione che danno ai nonluoghi e a tutti i luoghi di passaggio, relazione ed interazione e che consentono all’uomo di trascorrere il tempo di attesa in modo utile per sé stesso.


Per avere ulteriori informazioni:
www.eccerto.it

info@eccerto.it

 


www.andreaspeziali.it

info@andreaspeziali.it

 



di Andrea Speziali
visita il blog IL NOTIZIARIO DI ANDREA SPEZIALI

 
Arte come bene comune - Rassegna 44° 58' 0' 'N 7° 40' 0' 'E Loggia D'Arte

Isa Genzken "Ohne Titel", Skulptur Projekte Muenster 2007

"L'arte non è qualcosa che sta sopra o sotto di me, l'arte è legata alla mia essenza più profonda"

(Shinichi Suzuki)


Giovedì scorso, 1 Aprile, si è svolto l'incontro conclusivo della Rassegna 44° 58' 0' 'N 7° 40' 0' 'E Loggia D'Arte, vicino a Torino, a La Loggia per l'appunto, presso il centro polifunzionale .

Il titolo dell'incontro era “Arte come bene comune”.


Sì, di incontri sull'Arte, su che cosa sia, su come sia, se ci sia, da dove venga dove sia e dove andrà, ce ne sono molti al momento. Il tentativo di realizzazione di un'urgenza comunicativo-organizzativa sentita in tutto l'ambiente, che a volte si perde in parole ma altre, come in questo caso, si rivela davvero interessante.

Le invitate, in ordine di esposizione: Orietta Brombin, Sara Nosari, Gabriella Bosio. Più un'introduzione musicale all'ultima (ma not least) oratrice, che ha visto esibirsi Cecilia, di otto anni, all'arpa. Lo segnalo, perchè è importante,come si vedrà in seguito.


Orietta Brombin apre il discorso definendo le quattro aree che rientrano nella definizione di bene comune: acqua, immaginazione (o creatività), alterità, mondialità. Il riferimento è probabilmente alle quattro facoltà aperte dall'Università del Bene Comune, con sede a Bruxelles. In due parole, cito per amor di chiarezza direttamente dal sito, “il progetto è il risultato dell'elaborazione di un gruppo internazionale di docenti e di esperti impegnati nella promozione di alternative alla mercificazione della conoscenza e dell’educazione”1.

Concentrandosi sull'argomento immaginazione/creatività come bene comune, che nel caso dell'arte s'intreccia quanto mai con l'alterità e la mondialità, la Brombin punta con ragione alla necessità dell'artista di condividere il frutto della sua creatività con “l'altro”, dove l'altro non è fruitore passivo, ma elemento attivo nel completamento dell'opera. Credo di poter affermare che sia da intendersi materialmente, negli esempi di arte relazionale, ma anche in senso di esperienza ed elaborazione intellettuale del lavoro che viene proposto, o meglio offerto.

Brombin mette l'accento sul tempo, come diritto inalienabile e condizione indispensabile alla fruizione libera dei luoghi e delle opere, dove per fruizione libera si intende anche libero accesso.

Fa accenno in ultimo all'esempio significativo di Münster2con la manifestazione "skulptur projekte münster", che si pone come collezione di opere diffuse, oltre che come indagine sulla scultura contemporanea e sulla sua influenza nella percezione dello spazio pubblico, trovando il punto di crisi nel rapporto tra artista e pubblico nella soggettività esasperata dell'opera. Qui, gli artisti sono invitati ad eseguire interventi minimi in spazi minimi, dove l'intimità opera-fruitore può essere recuperata tornando ad essere bene comune, e non bene privato di chi lo esibisce.

L'importanza del lavoro, conclude la Brombin, impegnata nei progetti del PAV di Torino, sta nel non arrestarsi, nel non arrivare ad una conclusione, ma nel concatenarsi delle esperienze, come succede per i workshop del PAV, dove ogni sessione da vita ad un'altra stimolando ulteriore creatività nel toccare senza sosta l'alterità.


Sara Nosari, impegnata nel campo della formazione, continua il discorso, asserendo che manca una giustificazione culturale forte all'idea di arte. Questa non potrebbe che essere il riconoscere l'arte come esperienza di senso. Insiste sulla necessità di (ri)conoscere l'essere umano e la sua esperienza concreta, prima di cercare definizioni efficaci per l'arte. È l'esperienza dell'essere umano in quanto tale che rende l'arte un bene comune. L'Uomo sperimenta sia il senso del limite che dell'illimitato. Il limite spazio-temporale, in cui si pone domande e si riconosce come individuo, e l'illimitatezza delle sue emozioni. Nel porsi domande sul sé, l'uomo si riconosce come entità individuale, ovvero indivisibile, non scomponibile in una serie di parti riassemblabili, sente di vivere uno spazio e un tempo allargati, quelli del senso. Qui il tempo non è sviluppo, ovvero processo uguale per ogni uomo, ma il narrarsi di una storia, quella delle propria identità, che non è mai portata a termine, in virtù dell'esistenza stessa e del cambiamento costante all'interno della conoscenza di sé.

È questa capacità del raccontare la propria esistenza che investe l'uomo di statuto artistico. E ognuno di noi può raccontare la propria storia all'interno di altre storie, come nel concepimento, visto come atto creativo, anche nel donare alla società identità sempre diverse. Impossibile, in questo passaggio, non percepire l'eredità di Durkenheim, dal cui paradigma collettivista si evince che è la cultura a far sì che gli uomini si scambino doni affinchè la società possa continuare ad esistere.

L'assenza di un metodo nell'esperienza individuale, fa si che si possano definire le azioni come improvvisazione, per ognuno diversa, che attinge alla sfera del creativo. Una riforma dovrebbe vedere la scuola come punto di partenza all'educazione a spazi e tempi individuali del sé che garantiscano un interscambio esperienziale diversificato. È la scuola che dovrebbe porsi come istituzione che fornisce all'uomo l'esperienza di senso, perchè è questa che gli servirà per raccontarsi.


A questo punto Cecilia si siede all'arpa e inizia a suonare Grounde Variazionidi Purcell. Quando assisto ad un'esibizione (musica, teatro, danza, performance e chi più ne ha...) non è tanto il momento dell'esibizione in sé a coinvolgermi, che può essere di un certo valore e di una certa qualità, ma il momento degli applausi, il momento in cui l'artista esce dalla trance della prestazione e mostra tutta la sua vulnerabilità. L'età è ininfluente, mi sento di asserire freddamente, perché quello che ho visto in Cecilia, alla fine, è stato quello che ho visto tutte le altre volte alla fine di un'esecuzione di qualsiasi tipo: la caduta della tensione, la consapevolezza di essersi esposti completamente, la consapevolezza di essersi fatti strumento (nel suo caso), voce narrante (in tutti comunque) di un'esperienza. Cecilia, con le mani aggrappate alla sedia su cui è tornata non si guarda attorno, mentre io l'osservo e penso che ha appena esercitato la sua creatività offrendoci la sua realizzazione artistica e tecnica di brani scritti da terzi che ha interpretato in base allo stato d'animo e all'esperienza raccolta fino a quel momento. L'esecuzione è sempre unica, come l'individuo e la sua identità.


Gabriella Bosio accompagna con lo sguardo cecilia alla sedia. È una sua allieva. La Bosio è impegnata nelle attività del Suzuki Talent Center. È dando uno sguardo al sito della scuola3che ho trovato la citazione posta ad apertura di questo mio intervento. "L'arte non è qualcosa che sta sopra o sotto di me, l'arte è legata alla mia essenza più profonda". Mi è sembrato che calzasse a pennello all'intero incontro ed è il concetto su cui Gabriella Bosio appoggia il suo discorso. Lamenta giustamente che le ore dedicate alla musica all'interno delle scuole sono sempre meno, quando non assenti. Questo porta all'allontanamento dalla musica, non solo classica in senso stretto, ma soprattutto da quella classica contemporanea.

Mi sento a questo punto d'intervenire, facendo un parallelo tra la mancanza di ore dedicate all'educazione musicale e il taglio alle ore di educazione artistica e storia dell'arte, privando intere fette di società di una chiave di codifica per determinati linguaggi. Come se non fossero parte della storia dell'Uomo, come se non la riflettessero, tagliati fuori, come se non potesse esistere commistione tra queste “discipline creative” e le altre, viste come “utili” alla preparazione di un futuro adulto.

Gabriella Bosio fa notare come da bambini si possa affrontare la difficoltà dell'apprendimento musicale in maniera giocosa, senza l'ansia della resa, senza i blocchi che si ergono man mano che si cresce dentro di noi, perchè la musica è un linguaggio e si impara come a parlare.

La partitura viene presentata come un elaborato da rispettare, comprendere e interpretare, ed è qui che interviene la creatività del musicista, nell'interpretazione, che non sarà mai uguale a sé stessa.

Il metodo che seguono al Centro Suzuki è quello di scavare nel vissuto del bambino alla ricerca dello stato emotivo funzionale al brano che deve interpretare, iniziando così, aggiungo io, un racconto del sé già cosciente.


L'incontro è durato qualcosa come un'ora e mezza che è volata via. Ho fatto del mio meglio per riportare chiaramente gli argomenti che le tre relatrici hanno affrontato, anche se spesso la carica emozionale che mi hanno trasmesso mi ha resa prolissa. In realtà, mi sento di ringraziare queste persone, le organizzatrici e tutte le altre che, come loro, si impegnano con competenza e passione in campi che si vorrebbero, di questi tempi, ridotti ad asteroidi vaganti residui del regno di Fantàsia (ricordate la Storia Infinita...?).

                                                         

                                



di Eliana D. Langiu
visita il blog dove andiamo con l'arte

 
Idee dei giovani artisti Torinesi.


La creatività giovanile va salvaguardata perché rappresenta la futura linfa vitale della città stessa.

Non sempre le istituzioni sono attente al fermento creativo che produce eventi culturali non solo nel campo della promozione, ma anche della documentazione e valorizzazione del territorio.

 

In due quartieri “difficili” di Torino sono partiti due progetti artisti che possono contribuire ad aumentare i livelli di consapevolezza, di partecipazione, di convivenza pacifica e di integrazione.


Una la “Wow,” nel cuore pulsante di San Salvario, installato come spazio espositivo  in quello che era la sede di una finanziaria, in via Principe Tommaso 21/h.

Un collettivo per l’arte nato dopo l’ultima edizione di Paratissima. 

Idea di dieci giovani artisti, tra i 25 e i 35 anni, si dividono l’affitto degli spazi.

 

La seconda in Barriera di Milano, in una struttura adibita a “bagni pubblici” in via Agliè 9.

Il progetto si chiama  "un tuffo in Barriera - segni 20x20" “ Intrecci di Cultura.” Promossa dal Consorzio Kairos e Delia Giganti.


Mentre al pian terreno si continua ad accogliere la clientela dei bagni, con il servizio docce, la parte superiore ospita attività di vario tipo per incoraggiare l'integrazione in un quartiere da sempre sede di grandi cambiamenti.

L'incontro con i Bagni pubblici nasce come scambio e armonia di pensiero verso il mondo dell'arte.

Le qualità dei singoli artisti e sopratutto lo spirito di miscellanea culturale e umana che si sposa al di là dei luoghi ufficiali che ospitano l'arte contemporanea.

 



di "Nel poeta e nell'artista c'è l'infinito."
visita il blog VOCAZIONE VAGABONDO

scritto 10/12/2009 18.53.45 | permalink | commenta | lista commenti (0) | invia il post ad un amico | parole chiave: quartiere giovani creatività spazio
 
Discorrendo di pittura e e filosofia


 

Discorrendo di pittura e filosofia: alcuni punti.

 

*La tela.

La tela è il piano della rappresentazione.

E’ fondamentale perché segna la distinzione tra realtà e rappresentazione.

Quando la rappresentazione vuole superare questo limite della tela, essa vuole, allora, assorbire in sé la realtà e farsi assoluta. Allo stesso modo nell’ idealismo assoluto l’ idea pretende di assorbire in sé la realtà.

Ma come l’idealismo assoluto, lungi dal riuscire a riassorbire in sé il reale ne diviene un’accettazione dogmatica ( vedi le critiche di Marx all’ idealismo hegeliano del 1843), così l’ arte che non pone limiti tra sé ed il reale non è assoluta; è semplicemente una parte oggettuale e cosale ( non più rappresentazione!) del reale. ( vedi il marxismo di Galvano Della Volpe e di Lucio Colletti).

La Tela va conservata, perché solo conservando la sua retta distinzione dal reale, la rappresentazione riesce a non esserne vittima, ma ad avere un ruolo critico.

Distinguere la rappresentazione dal reale non significa sminuire uno dei due termini,  ma riconoscerli entrambi, nella loro distinzione e reciproca azione.

Del resto rompere il piano della rappresentazione è inutile ed impossibile.

Dalla rappresentazione non si esce, altrimenti si esce dall’arte stessa e si fa tekne e non poiesis.

Anche la rottura della rappresentazione è, infatti, una rappresentazione. Una rappresentazione che però non ha più un proprio piano e che quindi vuole e tende a confondersi col reale.

……

 

*Il colore.

Il colore è la materia della pittura. Vale a dire quasi tutto. La materia è, infatti, l’ aspetto oggettivo del reale. Ed in quanto tale non è qualcosa di statico che si contrappone ai soggetti, ma è quell’ elemento che permette ai soggetti di comunicare tra di loro, di rompere così il loro angosciante, sordo, isolamento.

L’ io comunica con l’ altro oggettivandosi. E l’ altro entra nell’ì io, a sua volta, ancora, oggettivandosi. L’ io e l’ altro non sono in contatto immediato ma tra di loro c’ è la materia, il mondo, l’ oggetto, a garantirne la distinzione e al tempo stesso a metterli in comunicazione.

Questo entrare in relazione oggettivandosi è, credo, il solo modo di rompere la solitudine angosciante, senza distruggere però l’ individualità.

Non a caso il cristianesimo, volendo affermare al tempo stesso la vita ultraterrena e la persistenza dell’individualità, introduce il concetto di resurrezione dei corpi. Quasi ad ammettere che senza corpo, senza quel elemento materiale ed oggettivo, è preclusa ogni distinzione ( e quindi ogni comunicazione) tra le anime.

Io comunico con te oggettivandomi in gesti e fatti materiali; una carezza, una parola dolce, un disegno, una canzone, una e-mail, una chattata, sono tutti fatti materiali ed oggettivi.

Senza questo supporto della materia, io rimarrei completamente chiuso in me, assolutamente incapace di ogni scambio, nel più angosciante degli incubi.

E’ proprio la materia quelle “porte” e quelle “ finestre” che rompono l’ isolamento delle monadi e le fanno entrare in contatto.

La materia, la comunicazione, scioglie il gelo dentro te.

 

Ovviamente il colore, o la creta, è materia informe, cioè materia astratta, kore pronta a ricevere qualsiasi forma.

Ma noi viviamo in un mondo dove la materia è già formata ed è questa materia-formata che è l’ oggettività che ci mette in comunicazione.

 

 

 

*La Forma. Forma e materia sono sicuramente estraibili, con un’ operazione concettuale, l’ una dall’ altra. Ma nella realtà esse si presentano indissolubilmente legate. Non v’ è niente di reale ( che abbia cioè un esistenza fuori della mente) che non sia insieme materia e forma ( il synolon di Aristotele).

Ora nella misura in cui l’ arte tende a separare le due cose e a prediligere l’ una o l’ altra, compie un’ operazione di astrazione, un operazione, cioè, di allontanamento dalla concretezza del reale, e quindi riesce a comunicare con più difficoltà e con meno immediatezza. Diviene un po’ intellettualistica. Quest’ astrazione è infatti un’ operazione intellettuale.

Ora un’ arte più intellettualistica non significa un’ arte più evoluta o più matura, ma al contrario un’ arte più primitiva, più elementare. I bambini disegnano forme e colori separati e stilizzati.

I loro disegni, belli ed espressivi quanto si vuole, sono indice del loro ancora povero rapporto con il reale.

Crescere significa rompere gli schemi dell’ intelletto e rendersi disponibili a lasciarsi penetrare dalla ricchezza incontenibile di ciò che è fuori di te, dal tuo altro, dal reale.

Aprirsi all’ altro, riconoscere l’ altro, rompere gli schemi dell’ intelletto.

 

Essere aperti al molteplice, l’ arte come mimesi, non è un’ arte primitiva, ma l’ arte più evoluta. Solo l’ uomo più maturo e sicuro di sé, può accettare di mettere da parte i filtri e gli schemi protettivi e rassicuranti dell’ intelletto, per esporsi nudo e lasciarsi penetrare dal suo altro, per poi tentare di rappresentarlo.

Il pittore maturo è quello, a mio avviso, che dunque cerca di superare le distinzioni astratte dell’ intelletto e cerca di sintetizzare materia e forma in omaggio non al sé ma all’ altro.

E’ l’ artista che ,come Leonardo, Tiziano, Renoir, non distinguono tra materia e forma, colore e disegno, ma fanno nascere l’ uno dall’ altro.

 

Argan insiste molto sulla forma perché la forma farebbe dell’ arte un esperienza conoscitiva.

Ma l’ esperienza conoscitiva è un esperienza già astratta ( vedi Heidegger):

L’ arte, la pittura, in particolare, ha la grande capacità di rappresentare quel rapporto col reale che precede la conoscenza teoretica, quell’impatto del reale sul soggetto, l’ apertura originaria del dasein . Un esperienza dunque più profonda di quella della conoscenza, un’ esperienza al di là della forma.

E non a caso Argan preferisce Cezanne, che reintroduce le forme ed anticipa il Cubismo, a Renoir e Monet , che rompono con le forme.

Io , invece, ritengo che Cezanne sia un ripiego, anche se un ripiego storicamente molto significativo, perché un ripiego non solo dell’ artista o dell’ arte, ma dell’ intera società di cui era espressione. ( vedi il concetto di astratto-reale in Marx, Colletti, e Roberto Finelli).

Il fatto è che Argan non riconosce un rapporto col reale al di là del rapporto di conoscenza soggetto-mondo.

Resta chiuso, in qualche modo, nell’ idealismo. Non supera i limiti della conoscenza e simpatizza dunque per le forme che astraggono dalla materia, perché queste dimostrano la sua tesi che l’ arte è una  forma di conoscenza, cioè idealisticamente, una creazione di forme da parte del soggetto.

 

*La pennellata.

La pennellata è l’ azione del soggetto sul colore. La sua maniera dunque di oggettivarsi, di imprimersi nella materia.

Ora l’ oggettivazione del soggetto riesce a pieno quando è al contempo una soggettivazione dell’ oggetto, quando la forma del soggetto non si impone all’ oggetto in maniera violenta, ma quando tiene conto dell’ oggetto, quando è una sintesi tra sé e l’ oggetto.

Hegel, per esemplificare, a tal proposito fa l’ esempio delle piramidi egiziane da un lato, dove la forma astratta del soggetto si impone alla materia ed all’ ambiente come un che di esterno, e dei templi greci dall’ altro, dove la forma cerca di essere rispettosa dell’ oggetto rispettando le forme ed i movimenti della natura.

Così la pennellata può essere astratta, quando copre la materia, sia essa la tela bianca o l’ abbozzo sottostante, in questo caso il soggetto si impone all’ oggetto, lo soffoca  con le sue pennellate. oppure la pennellata può essere trasparente e sgranata, in tal maniera essa entra in relazione con la tela e l’ abbozzo senza violentarli, ma rispettandoli in qualche modo.

La pennellata sgranata e trasparente rende poi quella vibrazione e quel palpitare della materia che dà vita al quadro. I grandissimi artisti del novecento, pur avendo rinunciato all’ arte figurativa, non hanno però rinunciato alla morbidezza ed alla  naturalezza di tale pennellata.

Si pensi, per fare solo un esempio a Ricasso, alla morbidezza ed alla leggerezza del suo intervento sulla tela, a quelle vibrazioni e sgranature che riescono a dare vita concreta all’ astratto.

E’ forse l’ aspetto più importante della pittura, quello in cui più immediatamente si esprime il rapporto Soggetto-Mondo.

Anche qui vale , secondo me, quanto detto per il disegno e la stilizzazione. Così come là bisognava liberarsi degli schemi dell’ intelletto, qui bisogna rinunciare alla violenza distruttiva dell’ oggetto.

In entrambi i casi si tratta di aprirsi e relazionarsi all’ altro.



di ciro d' alessio
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