INTERVENTI CON PAROLE CHIAVE 'SPIAGGIA'
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La colonia Bolognese a Miramare
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 Colonia Bolognese | |
Arrivavano in treno da Bologna – o da altre città
dell’Emilia – con i volti anemici, stanchi; poi si tuffavano tra le fresche
onde del mare riccionese e rinascevano: bambini sani, sorridenti, giocosi.
Siamo alla fine dell’‘800; ai testimoni dell’epoca sembrava
quasi di assistere a dei piccoli miracoli.
Carlo Tonini scrive nel 1868 (“Cenni sul paese di Riccione e
i suoi bagni marittimi”): “Franceschelli Aldo che da tre anni non si muoveva
più da una sedia, poté nel ritorno coll’aiuto di due ferle, da solo e
speditamente, percorrere tutta la stazione di Bologna”.
La terapia dei bagni di mare era indicata per la cura del
rachitismo e della scrofola.
La giornata dei piccoli malati era scandita da attività
regolari come passeggiate ed immersioni terapeutiche; soprattutto, i piccoli
sofferenti venivano nutriti con abbondanti colazioni, pranzi, merendine
pomeridiane e cene serali, cose che raramente potevano assaporare a casa.
I viaggi erano finanziati dai Comitati per gli ospizi
marini: associazioni filantropiche, organizzate localmente nelle principali
città dell’Italia settentrionale e centrale, con lo scopo, appunto, di dare la
possibilità ai bambini meno abbienti di effettuare villeggiature terapeutiche.
Erano gli stessi comitati, spesso associati tra loro, a promuovere la
costruzione degli “ospizi marini” o “colonie”.
Le vacanze dei piccoli malati, oltre a procurare salute e
felicità a questi ultimi, ebbero un altro effetto positivo e inaspettato: i
membri dei comitati e coloro che si recavano in visita alle colonie, rimasero
talmente colpiti dal fascino della nascente Riccione, da decidere di tornare
per la villeggiatura. Insomma, ebbe inizio la fama turistica della “perla
verde”.
Nel periodo fascista le colonie vennero organizzate secondo
lo spirito – o la retorica – del regime. Un lungometraggio dell’Istituto Luce,
realizzato per diffondere nei cinema e nelle scuole i
meriti dell’"Impero solare" voluto dal regime, ci documenta
minuziosamente il trascorrere di una giornata nella colonia Pavese di Igea
Marina, dall'immancabile alzabandiera del mattino alla preghiera serale prima
di coricarsi: igiene personale, elioterapia, bagno, ginnastica, merendina,
pranzo, riposino, giochi sulla sabbia etc..
A tale epoca risale la costruzione della Colonia marina
bolognese.
In stile eclettico, venne
edificata su progetto dell'ingegner Ildebrando Tabarroni tra il 1931 e il 1932,
ripetendo il modello a padiglioni utilizzato venti anni prima per l'Ospizio
Marino Provinciale Bolognese, in seguito colonia Murri, realizzato a Rimini su
progetto di Giulio Marcovigi.
La struttura della colonia
rappresenta la tardiva applicazione di una tipologia architettonica ospedaliera
basata sulle teorie mediche della fine del XIX secolo, secondo le quali le
diverse specialità mediche e chirurgiche, gli ambienti per l'amministrazione e
per il personale, i dormitori e i servizi dovevano essere nettamente separati.
L'uso di un linguaggio ormai ampiamente superato è reso ancora più evidente dal
confronto diretto con la colonia Novarese, che si trova poco distante,
sull'altro lato della strada. La colonia è attualmente in stato di abbandono,
dopo un tentato restauro della Carpentedil che risale a qualche anno fa.
Il complesso è costituito da
quattro padiglioni disposti perpendicolarmente rispetto alla spiaggia, che
ospitavano i dormitori e i refettori al piano seminterrato, intervallati da tre
corpi di fabbrica di minori dimensioni adibiti a uffici, sevizi e camere per il
personale. I padiglioni sono attraversati da un corridoio di collegamento lungo
169 metri, che incanala la distribuzione degli edifici e permette l'accesso da
ciascun padiglione alle aree esterne di pertinenza, attraverso sei rampe di
scale.
All'impianto di ispirazione
tardo ottocentesca corrisponde il trattamento dei prospetti, ancora improntato
a stilemi eclettici riferiti alla tradizione bolognese, con fasce marcapiano,
cornici decorative in cotto a sottolineare le aperture e decorazioni pittoriche
nella fascia di coronamento dei fabbricati adibiti a servizi. Le facciate sono
rivestite in laterizio, con basamento intonacato, e sono caratterizzate
dall'alternanza di aperture rettangolari al primo piano, centinate al secondo
piano e binate sui lati corti dei dormitori, mentre il corridoio è forato su
entrambi i lati da un doppio ordine di archi, separati da paraste al piano
superiore.
Il disegno dei prospetti dei
dormitori non riflette la distribuzione interna, dissimulando l'utilizzo del
cemento armato che permette di ottenere due grandi camerate a pianta libera per
ogni piano, separate dal corridoio passante. Il corpo d'ingresso principale, al
centro del complesso, con il portale d'entrata soprelevato e preceduto da una
scalea, la parte centrale aggettante, il balcone e le elaborate cornici in
cotto, imita invece la tipologia del palazzo urbano.
Di grande interesse l’affresco che incornicia il sottotetto:
una delicata decorazione con festoni di frutta e amorini.
Durante la seconda guerra mondiale, le colonie vennero
sfruttate in tutti i modi, ad esempio come caserme, prigioni, depositi.
Forse, non possiamo affermarlo con esattezza scientifica, la
colonia bolognese ebbe la sorte, particolarmente inquietante, di essere
trasformata in un campo di internamento femminile.
Giovanni Quondamatteo, in un articolo pubblicato sull’Unità
il 23 luglio ’47, scrive che
“fuori dal recinto di Miramare (1),
in una colonia marina a Riccione erano
(internati) i Corpi femminili di sabotaggio e di spionaggio, appartenenti alla
repubblica di Salò(...) questo piccolo campo femminile era considerato una
specie di harem(...): tre case da thè complete di direttrici vi erano state
trasferite in blocco con l’accusa di aver servito i tedeschi”.
La colonia si trova
proprio sul confine tra Riccione e Miramare giacendo, purtroppo, in uno stato
di degrado.
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di Andrea Speziali
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La colonia Reggiana e i suoi giardini
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 Colonia Reggiana | |
Riccione, 1 agosto 1934, ore 9:00 AM: “Doppiopetto bianco, mascella volitiva, passo preromano, sguardo
attento ed indagatore a cui nulla sfugge nel supremo interesse dei destini
d’Italia” , Mussolini si presenta così, come gli è solito fare, per
l’inaugurazione della Colonia Amos Maramotti dei Fasci di Combattimento di
Reggio Emilia, una vera e propria opera del Regime, realizzata per il benessere
dei piccoli italiani oltre che per l’orgoglio non solo della comunità riccionese, ma anche del Duce stesso.
La cerimonia di inaugurazione fu, in linea con le usanze di regime,
estremamente curata e pomposa e nel caso della colonia reggiana fu addirittura
ripresa da tutti i quotidiani, maggiori riviste e dai cinegiornali.
Fu tutta la comunità riccionese intera che si adoperò
affinchè questo progetto venisse realizzato. Per i riccionesi una nuova colonia
significava non solo nuova fama e prestigio della città, ma anche e soprattutto
tanto lavoro, lavoro necessario alla costruzione, alla gestione e allo sviluppo
di tante altre attività ad essa correlate ed un’occasione di sopravvivenza alla
miseria che l’affliggeva.
La scelta dell’area per la realizzazione di tale
complesso, fu individuata tra due possibili soluzioni concesse dal comune: una
collocata all’estremo sud della città al confine con Misano Adriatico, e
l’altra collocata all’estremo Nord. Il motivo per cui il Comune concesse
solamente queste due opzioni va ricercato nel conflitto sociale che stava
nascendo nel paese balneare sull’utilizzo del territorio. Da una parte la
costruzione di ospizi marini, dall’altra la presenza sempre più cospicua della
borghesia imprenditoriale che vedeva in Riccione “la Perla Verde
dell’Adriatico” il luogo ideale dove costruire le proprie abitazioni estive.
L’area venne individuata, nel tratto di spiaggia tra
Riccione e Rimini, in zona rio Marano.
Fu soltanto nell’aprile del 1933 che si concluse la
trattativa tra la Federazione di Reggio Emilia ed il comune di Riccione con la
quale si stabilì, in accordo con le direttive della Federazione provinciale dei
Fasci di Combattimento, di costruire in brevissimo tempo una colonia marina che
potesse ospitare turni di 500 bambini. Nel caso della Colonia Reggiana i tempi
ed i modi di realizzazione furono
davvero “fascisti”: ci vollero soli tre mesi per iniziare e terminare l’opera.
Il progettista incaricato fu l’ing. arch. Costantino
Costantini, scelto direttamente dalla direzione del P.N.F. a Roma, il quale
dovette presentare due progetti, il primo dei quali, approvato nel marzo del
1933, fu cambiato in quanto non rispecchiava l’esigenza di accogliere più di
300 bambini per turno.
La seconda
progettazione stravolse completamente la precedente, non solo dal punto di
vista della capienza, ma anche nell’intera composizione architettonica; si passò
infatti da un impianto simmetrico, con refettorio centrale e due gruppi di
camerate ai lati ( impianto perfettamente in linea con le linee guida dei
canoni di progettazione fascista ) a tre corpi di fabbrica distinti, separati
funzionalmente e collegati da brevi corridoi.
Il complesso dei tre corpi ( tre volumi perfettamente
rettangolari) disposti sfalsati l’
uno rispetto all’altro secondo una linea inclinata rispetto a quella di costa,
conferiscono all’intero complesso una indubbia dinamicità ed un effetto di
insolito dinamismo che si discosta totalmente dagli schemi di pianta
rigidamente simmetrici tipici dell’architettura dell’epoca. Costantini in
questo si distingue totalmente dai suoi colleghi, artefici di altre
progettazioni pubbliche, ma mantiene comunque presenti altri caratteri
tipici dell’architettura fascista:
sono infatti evidenti nel complesso accorgimenti architettonici come le
stondature dei corpi scala in costante conflitto con la linearità e semplicità
dei volumi dei corpi di fabbrica principali, le finestre continue, la copertura
a terrazza e le teorie di oblò dell’inequivocabile sapore nautico; tutti
elementi tipici dell’architettura del regime.
Un ulteriore elemento di distinzione tra la colonia
Reggiana e le sue “coetanee” è la completa mancanza del piazzale, luogo
dedicato agli schieramenti dei Balilla e delle Piccole Italiane per adunate e
comizi, sostituito da piccoli giardini ornamentali, formati dallo sfalsamento
dei tre volumi; quest’ultimo aspetto, ben curato in altre situazioni con la
presenza nel piazzale dell’immancabile pennone, appare nella Reggiana come un
grande difetto al quale si pone immediato rimedio grazie all’erezione, nel lato
della spiaggia, di un rudimentale traliccio a sostegno di una gigantografia di
Mussolini, milite vigilante sulla salute dei bambini.
Un nuovo ed interessante aspetto di questo progetto è la
serialità dei tre corpi che allude alla possibilità di un ulteriore espansione
verso Rimini. Avanzando verso la colonia Reggiana, ci si imbatte nei corpi di
fabbrica che, disposti inclinati, sembrano quasi sfuggire alla percezione
visiva; inoltre il corpo centrale di accoglienza, non è più imponente e pronto
ad accogliere l’ospite a braccia aperte ma sfugge totalmente mimetizzandosi con
il resto del complesso, tanto da non essere quasi riconoscibile. L’ accesso
principale alla colonia avveniva dal primo dei tre padiglioni quello disposto
più a sud. A differenza delle tipiche realizzazioni dell’ epoca, questo
ingresso era talmente poco enfatizzato e poco imponente da portare il
visitatore a domandarsi se era veramente l’ingresso principale. A tale domanda
veniva poi data risposta dalla semplice scritta a caratteri cubitali, collocata
sopra l’ingresso.
Entrando dall’ingresso principale ci si trovava di fronte
all’ampio refettorio ed agli uffici di direzione; scendendo al piano
seminterrato si accedeva ai servizi ( stireria, lavanderia, deposito
biancheria, ecc.), al secondo piano era collocata l’infermeria.
Gli altri due corpi invece erano esclusivamente dedicati,
a dormitori con un possibilità di 160 posti letto a padiglione mentre gli
alloggi del personale erano collocati ai piani seminterrati.
Un aspetto importante della progettazione fu la cura
degli aspetti di bioclimatica che guidò l’ingegnere durante tutta la fase
progettuale, sin dall’impostazione di pianta; infatti non a caso l’ asse di
orientamento dalla composizione planimetrica è inclinato rispetto alla linea
della costa di un angolo pari a 18°, che lo porta così a coincidere con l’asse
eliotermico ( linea ortogonale a quella individuata dal sorgere e calare del
sole). L’orientamento così impostato permette di avere la migliore esposizione
possibile di tutti i locali del complesso, i quali sono così sottoposti
uniformemente a luce e calore, ricevendo la stessa quantità di radiazioni
luminose e termiche.
La colonia ha mantenuto la sua funzione originaria fino
alla fine degli anni ottanta, funzionando come Casa di vacanze per bambini ed
anziani del Comune di Reggio Emilia, fino a questo periodo è stata mantenuta in
buono stato di conservazione. A partire dagli anni novanta, l’edificio non fu
più proprietà del comune di Reggio Emilia e perse la sua funzione originaria,
con l’inevitabile degrado dovuto al non più utilizzo della struttura ed alla
mancanza degli interventi di manutenzione.
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di Andrea Speziali
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Villa Amarissimo Riccione
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 Villa Amarissimo, Riccione | |
Tra i villini dei primi del ‘900, a Riccione, merita
certamente una menzione villa Amarissimo, sorta attorno al 1928 sul viale
Dante. A distanza di tanti anni la villa fortunatamente non è stata soggetta
alla demolizione per far spazio a un condominio o a un albergo, seppure
destinato alla nobile causa della crescita del turismo riccionese; essa è
ancora lì, con le stesse linee con cui la volle far erigere il suo primo
proprietario, noto farmacista di quell’epoca: Arnaldo Passerini, nato nel 1891
in provincia di Modena e deceduto attorno agli anni ’50.
Come ci racconta l’attuale proprietaria, sembra che il
villino fosse stato progettato da un fratello dello stesso Arnaldo.
Arnaldo Passerini fu vicepodestà a Riccione, dove è
ricordato non solo per essere stato il proprietario della farmacia
dell’Amarissimo, ancora oggi in
piena attività in viale Ceccarini, e per aver controllato lo sfruttamento delle
acque termali riccionesi, ma anche per il suo carattere di uomo mite e
generoso, che non faceva mancare donazioni e aiuti alla popolazione.
Durante la guerra, in Italia, il ferro scarseggiava, così
anche i riccionesi dovettero sottostare al regolamento nazionale che imponeva a
tutti i cittadini di dare il loro contributo. Avvicinandosi il conflitto
bellico bisognava costruire armi e veicoli da guerra, perciò nel 1940 furono
varate disposizioni legislative per recuperare manufatti civili in acciaio,
ferro e ghisa. Per la raccolta, come attesta Dante Tosi in ‘’Riccione una rotta
nel vento’’, si mobilitano semplici cittadini e istituzioni, soprattutto
partiti, scuole e sindacati.
Si raccoglie ferro ovunque, tra i rottami e in tutti gli
angoli delle case. Camionate di metallo per una lira al chilo. Alla razzia non
sfuggono le cancellate delle ville, comprese quelle artistiche che cingevano i
giardini delle abitazioni dei Santangelo, Terzi, Passerini, Santi, Pullè,
Pasquini e Guarnieri. Queste ultime due famiglie invano tentano di reclamare
ricorrendo alla Sovrintendenza ai monumenti della Romagna.
La villa della famiglia Pasquini è villa Emilia, in viale
Francesco Baracca, che oggi conserva una recinzione in legno. La villa
Amarissimo come la villa Antolini hanno ancora la cancellata originaria perché
le origini dei proprietari erano straniere: italoamericane per gli Antolini e sammarinesi
per i Passerini.
Per la cronaca va sottolineato che non solo a Riccione
vennero strappate alle ville tante belle cancellate; a Pesaro, per esempio,
vennero fusi anche i due portali Liberty e la cancellata del villino Ruggeri
dell’architetto Brega.
Per i motivi sopra esposti, invece, l’originaria cancellata
in ferro battuto con le iniziali del primo proprietario, Arnaldo Passerini,
circonda ancora Villa Amarissimo sia sul lato che si affaccia sul viale Dante
di Riccione che su quello del vialetto laterale.
La villa conserva un discreto giardino che affaccia sul
viale Dante, dove vi è l’ingresso principale. Il giardino è arricchito da
qualche pianta e da un boschetto, al confine, per dare privacy all’interno. Sul
lato che affaccia sulla pasticceria Moderna vi è l’ingresso alla dependance,
probabilmente realizzata in seguito. Il cancello è adibito al passaggio dei
mezzi di strasporto. Confina con l’hotel Luna.
Il villino non è riccamente decorato. Conserva una
decorazione più Art Decò che Liberty. I capitelli delle balaustre e delle
colonne utilizzate nella decorazione del portico del piano rialzato e del
terrazzo al primo piano riportano una decorazione florelae classica, dalle
linee semplici ed essenziali: foglie corinzie nel capitello delle colonne degli
archi e un fiore nelle piccole balaustre.
L’architetto ha utilizzato per l’esterno del piano terra un
muro bugnato e per il primo piano un mattoncino.
Da una cartolina della villa
in mio possesso, edita nel volume ‘’Una Stagione del Liberty a Riccione’’,
Maggioli Ed, a pagina 41, troviamo la conferma che la villa si è sempre mantenuta
come allora, a parte la sostituzione di qualche albero. Le finestre dal
pianterreno sono ad arco, mentre quelle al primo piano a mattoncino. Purtroppo
non è possibile accertare la variazione dei colori dell’edificio durante il
tempo. Però posso presumere che le cromie della villa si siano sempre mantenute
simili, nonostante le varie imbiancature nel corso degli anni.
info@andreaspeziali.it
www.riccioneinvilla.it
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di Andrea Speziali
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Il mistero di Villino Zanni
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 Villa Zanni e Hotel Stazione | |
''Una curiosa affinità con il celebre Hotel Stazione''
Cari lettori, come ultimo articolo dell’anno 2010 colgo
l’occasione di annunciarvi la nascita del blog www.vialedante.com, un portale di notizie,
eventi ecc… su Riccione, dove ogni singolo cittadino è libero di pubblicare
direttamente e gratuitamente il suo post (articolo). VialeDante.com offre la
possibilità di commentare anche gli articoli già pubblicati con la possibilità
di esporre la propria opinione. Il concept di questo sito, nato principalmente
da una mia idea, successivamente rivista dal mio ‘’team’’, è quello di ‘’dar
voce’’ al cittadino riccionese e non sulle varie iniziative e i progetti legati
alla cittadina riccionese. Al momento il sito web, (il cui nome omaggia uno tra
i viali più lunghi di Riccione: Viale Dante) si concentra sull’idea di rifare
l’arredo urbano di Viale Dante. Chiunque è libero di postare sul blog una
propria idea e progetto di come ‘’secondo lui’’ sarebbe da rifare il viale e
secondo quali criteri. L’idea può essere rappresentata anche da un bozzetto a
matita… Lo scopo è quello di arrivare all’elaborazione di diversi progetti
sulla base dei consigli pervenuti da parte del negoziante e del cittadino. Per
chi avesse problemi nel caricare testi o foto può rivolgersi a info@vialedante.it
Con l’arrivo del 2011,
grazie al materiale raccolto negli ultimi mesi, il portale www.riccioneinvilla.it (con il patrocinio della Provincia di
Rimini e la collaborazione del Comune di Riccione), verrà ampliato con
l’inserimento di fotografie e progetti dei villini non ancora inseriti.
A proposito dei villini che non sono ancora stati studiati, vi è il villino
Zanni (o villa Matteoni), ubicato in viale Piva, oggi viale Vittorio Emanuele II.
L’abitazione è di proprietà privata. L’edificio incuriosisce per la perfetta
somiglianza con l’ex ‘’Hotel Stazione’’ sito all’inizio di Viale Diaz, singolare edificio in
mattoni rossi e decori in pietra grigia che rammentano l’ecclettismo dello stile Coppedè.
Secondo i progetti, l’edificio fu costruito
tra il 1925 e il 1929. Dalle testimonianze della famiglia Pullè, questo è uno
dei cinque villini realizzati intorno alla villa di famiglia. Nella facciata
principale i cornicioni classicheggianti sono decorati a rosoni e fanno da profilo
a lesene con capitelli ionico-corinzi e protomi sugli spigoli. Nella facciata
retrostante vi sono aperture circolari con ricci e mascheroni che richiamano elementi
della cultura manierista, combinati con moduli dell’eclettismo architettonico in
voga tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. A firmare il
fabbricato è stato l’Architetto Giorgetti. Al momento dell’autore non si
conoscono né il nome di battesimo
né informazioni sulla sua attività professionale. Si presuppone che anche il
Villino Zanni, eretto nel 1923 come attestano i documenti conservati dalla Fam.
Matteoni, sia stato progettato dall’architetto Giorgetti. Il fabbricato non è però
firmato né sulle planimetrie né sul’architettura stessa, come invece avvenuto
per l’Hotel stazione, che riporta inciso su pietra il nome dell’architetto. E’
probabile che, come nel caso di Villa Antolini, in nome o la data
dell’architetto incisa su pietra come da usanza, sia stato cancellato a seguito
di restauri o per effetto delle condizioni atmosferiche. Come racconta
l’attuale proprietà del villino Zanni, la villa per lungo tempo fu abbandonata,
di conseguenza il corrimano in legno della scala fu rifatto perché l’originale
era andato in malora, le balaustre e le decorazioni cementizie esterne furono restaurate
per effetto di cedimenti e corrosione. Durante la guerra i cancelli, le
inferriate in ferro battuto venivano confiscati per la fabbricazione delle armi da guerra e
proiettili, ma dal racconto di
qualche riccionese risulta che la cancellata della villa rimase intatta
perché
i villeggianti erano sammarinesi. Secondo Arianna Mamini, il villino in
stile
Liberty, eclettico, è da considerarsi più recente rispetto all’Hotel
Stazione.
Dall’analisi approfondita dei decori che seguono il perimetro della
villa, agli
angoli troviamo uno scudo araldico, forse anche affrescato all’epoca,
come ''impronta’’ della famiglia Zanni. Questa è una delle poche
differenze che ci
sono tra il villino Zanni e l’Hotel Stazione, che al posto degli scudi
negli
angoli del cornicione ha dei leoni. Rimangono di uguale stampo i
‘‘bruciafiori’’
posti sotto le finestre.
''A tutti i nostri lettori porgiamo Auguri di Buon Anno''
|
di Andrea Speziali
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Ricordando villa Domus Laeta, che oggi non c'è più
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 Cartolina Villa Domus Laeta, Coll. Andrea Speziali | |
Un
altro villino di Riccione degno di interesse, di cui rimangono solo le fotografie dell’esterno e
le planimetrie conservate da un noto collezionista riccionese, è villa Domus
Laeta. La dimora, di ampie dimensioni, era ubicata sul Lungomare e apparteneva
alla numerosa famiglia milanese Piva, proprietari della Vecchia Fornace che, eretta nel 1908
con un forno Hoffmann per la produzione a ciclo continuo di laterizi, ha dato
lavoro a centinaia di riccionesi fino al 1970, per poi diventare un deposito
per materiale edilizio. La villa era il buenritiro per le vacanze estive. Nel
corso degli anni la struttura fu adibita a pensione e successivamente, nel 1956,
venne acquistata da Leardini Domenico e da Tentoni Dino, quali nel ‘62 la
demolirono per fare spazio a due hotel: il Lungomare (di proprietà di Leardini
Vincenzo) e il Mon Cheri, che conserva ancora le pigne originarie della villa
Domus Laeta, poste ai lati del cancello d’ingresso su viale Milano. I coppi con
il marchio della fabbrica Piva sono stati utilizzati per la locanda‘’i
girasoli’’ a Misano Adriatico. Erano gli anni del boom economico a Riccione e
tante belle ville vennero polverizzate per fare spazio agli hotel, per favorire
l’incremento del turismo.
|
di Andrea Speziali
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