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INTERVENTI CON PAROLE CHIAVE 'THOMAS MANN'
 
PNEUMA

Cover: Pier Giorgio De Pinto

PNEUMA è una performance di Pier Giorgio De Pinto interpretata da Sara Nesti, coreografa e performer, e da Giovanni Dal Monte, compositore, musicista e performer.


La montagna incantata di Thomas Mann è il punto di partenza di questo lavoro che ha permesso a De Pinto di indagare temi e archetipi ancestrali attraverso la sinergia artistica e transdisciplinare degli artisti coinvolti.


PNEUMA

di Pier Giorgio De Pinto

con Sara Nesti e Giovanni Dal Monte

 

Sabato 28 maggio 2011

Ore 21.30 e 22.30

 

CACT – Centro Arte Contemporanea Ticino
Via Tamaro, 3
CH 6500 Bellinzona-
Svizzera

+41 (0)91 825 40 85

 

INGRESSO LIBERO


CACTyou!



di Giuseppe Carrubba
visita il blog MOUNTAINS O' THINGS

 
critico dyer


Il ricordo di Natura morta con custodia di sax è stampato in mente a chiare lettere. Mentre Brixton Bop resta in alto nell’elenco dei libri da leggere. Insomma, non credo che Geoff Dyer meriti di essere abbandonato. Perché dico questo? Ebbene, il suo recente Jeff in Venice. Death in Varanasi (che in italiano resta uguale, tranne che a Jeff è sostituito Amore, forse pensando che pochi siano i lettori italiani in grado di cogliere i riferimenti a Thomas Mann senza l’imbeccata plateale) è piuttosto deludente.
Non tanto per la prima parte - si tratta in sostanza di due lunghi racconti - che tratta della visita del giornalista Jeff alla Biennale di Venezia 2003 con correlata storiella d’amore con un’assistente gallerista californiana, quanto per la seconda sezione, dedicata al viaggio - e soprattutto alla permanenza - nell’indiana Varanasi.
Questa seconda parte è molto descrittiva e a tratti pare quasi un inevitabilmente disomogeneo diario di viaggio. Allora, come già ha detto qualcuno, perché non scrivere un reportage? Certo, a quel modo non si potrebbe fare una fascetta che pubblicizza il ritorno al romanzo di Dyer dopo undici anni. Insomma, marketing affetto da miopia.

Dunque, nella prima parte moltissima arte e soprattutto artworld. E descritto con cognizione di causa (Dyer ambienta le pagine nel 2003, come si diceva, ma nelle Note conclusive spiega di esserci stato pure nel 2005 e nel 2007 - chissà, forse anche quest’anno? - e con puntigliosità mette i puntini sulle i in merito a collocazione delle opere, artisti, padiglioni ecc.). Un esempio? “Eccolo il vero inizio della Biennale: il preludio della smania festaiola e dell’invidia per gli inviti, il timore che ci fossero feste migliori a cui non eri invitato, un livello di piaceri superiore a te precluso” (p. 18). Con tale consapevolezza, gli si perdonano i rari strafalcioni (il Bansky anziché Banksy di p. 21, che poi magari è un errore dell’edizione italiana; oppure il Marc Quinn di p. 59 che diventa Mark). E la descrizione del video di Paolo Canevari a p. 112 è assai meglio di parecchie recensioni che si leggono sulle riviste sedicenti specializzate. Per non dire di quando si parla di Giorgione e di quella luce “madida di buio” (p. 170).

Nella parte dedicata a Varanasi, come suddetto, c’è ben poco da segnalare. A parte il fatto che mi ha ricordato una sorta di autobiografia che, all’età giusta, va assolutamente letta: Flash Katmandu di Charles Duchaussois. Pure qui qualche accenno all’arte c’è: Jeff visita ad esempio una mostra di Dayanita Singh alla Kriti Gallery (p. 256).

Sconsolata la riflessione di p. 259, sotto l’insegna dell’it’s a job: “Erano anni che mi guadagnavo da vivere facendo il giornalista, anche se odiavo scrivere. Quando dovevo scrivere un articolo non c’era niente, e dico niente, che non avrei preferito fare in alternativa”. Che mi pare l’opposto e uguale di quanto fa, almeno nelle prime pagine, il giornalista di Dance Dance Dance di Murakami Haruki.


di marco enrico giacomelli
visita il blog .::raccolta differenziata::.



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