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INTERVENTI CON PAROLE CHIAVE 'VIA DELLA SETA'
 
Cina, Provincia del Gansu: sulla Via della Seta, DunHuang e Mogao (Parte Sesta)

Grotta Biblioteca, Mogao, Gansu, Cina

Nella mia stanza d'albergo sto leggendo, saltando da libri a guide turistiche, sui documenti rinvenuti nella "Grotta Biblioteca". E' interessante leggere la versione ufficiale di questo ritrovamento da parte di storici del’arte approvati dal governo cinese, perché dà un altro sguardo su quello che potrei chiamare la vecchia propaganda nazionalista e comunista. Ancora in giro oggi.
La "Grotta Biblioteca" è stata scoperta nel 1900. A quel tempo la Via della Seta era un ricordo del passato, Dunhuang dimenticata dal mondo. La maggior parte delle grotte di Mogao abbandonate, il sito appena usato come luogo di culto dalla popolazione locale. In questo periodo un taoista cinese di nome Wang Yuanlu si autonomino’ custode di alcuni di questi templi, e fece anche qualche tentativo di ripararne alcuni. In una grotta, Wang scopri’ una zona murata, dietro a un lato di un corridoio che conduceva ad una caverna principale: dietro il muro apparve una grotta più piccola stipata di manoscritti.


Così la grotta scoperta da Wang Yuanlu divenne famosa con il nome di “Grotta Biblioteca”. Questa grotta è ora numerata come 17, appena dentro l'ingresso che porta alla grotta n.16; originariamente fu usata come grotta dedicata alla memoria di un monaco locale, Hongbian, dopo la sua morte, avvenuta nel 862 CE. Hongbian fu l'uomo che fece costruire la grotta 16 e la Grotta Biblioteca potrebbe essere stata usata da lui come
sancta sanctorum. Si calcola che fino a 50.000 manoscritti risalenti agli anni tra il 406-1002 CE possano essere stati tenuti lì e mentre la maggior parte di loro sono in cinese, molti documenti sono in altre lingue (tibetano, uighur, sanscrito, tra gli altri) e con lavori canonici buddisti ci sono opere confuciane, opere taoiste, opere di cristiani nestoriani come i cosidetti Sutra di Gesù, documenti amministrativi, antologie, glossari, dizionari, esercizi calligrafici, e antichi spartiti musicali, così come l'immagine della astronomia cinese, la "mappa Dunhuang". E' impossibile sottovalutare l'importanza della Grotta Biblioteca come fonte di prime, rare immagini e testi prodotti dalle xilografie di stampa, tra cui il famoso Sutra del Diamante, il libro stampato più antico ad essere giunto a noi.
I manoscritti forniscono una visione unica nella vita religiosa e secolare della Cina del Nord, così come degli altri regni dell'Asia centrale dei primi periodi, fino alla dinastia Tang e all'inizio della dinastia Song.


Negli anni dopo la scoperta, Wang prese alcuni manoscritti per mostrarli a diversi funzionari cinesi che non espressero mai interesse, fino a quando nel 1904,
a seguito di un ordine da parte del governatore del Gansu, Wang ri-sigillo’ la grotta.
Fu nello stesso periodo che vari esploratori occidentali cominciarono a mostrare interesse per l'antica Via della Seta e le città perdute dell'Asia centrale. La scoperta di Wang attiro’ l'attenzione di archeologi provenienti da tutto il mondo, come il gruppo indobritannico guidato dall'archeologo ungherese Aurel Stein, che era in spedizione archeologica nella zona nel 1907. Wang vendette a Stein migliaia di manoscritti, pregiati dipinti e tessuti. Gli acquisti di Stein vennero suddivisi tra la Gran Bretagna e l'India perché la sua spedizione era stata finanziata da entrambi i Paesi. Egli fu seguito a ruota dal francese Paul Pelliot, e Wang vendette anche a Pelliot migliaia di articoli nel 1908: Pelliot era un letterato, esperto sinologo, e fu quindi in grado di scegliere una migliore selezione di documenti di quella di Stein. Fu seguito a sua volta dal giapponese Otani Kozui nel 1911 e il russo Sergei F. Oldenburg nel 1914. (Oggi sono in corso sforzi per ricostruire i manoscritti della Grotta Biblioteca in versione digitale, e sono disponibili presso l’International Dunhuang Project) Mentre Stein e Pelliot provocarono curiosita' e ammirazione in Occidente sulle Grotte di Dunhuang, i circoli ufficiali cinesi continuarono a mostrare assoluto disinteresse.


Ora, è abbastanza capibile l'odierno tono autodifensivo degli autori cinesi mentre scrivono della Grotta Biblioteca e sulla dispersione di gran parte dei preziosi materiali. Wang è presentato come un credulone e ingenuo, facilmente ingannato dai furbastri stranieri, e questo è in linea con gran parte della narrazione storica ufficiale relativa a tale periodo. Il fatto è, e rimane, che all'epoca dei fatti le autorità cinesi per molti anni non diedero mai nessun segno di interesse, e che Wang vendette manoscritti e altro materiale. A suo tempo lui dichiaro’ che fece questo in modo di avere abbastanza soldi per portare avanti il suo lavoro nel proteggere le Grotte di Mogao. La verità penso che sia piu’ vicina a questo concetto: Wang e le autorità cinesi del tempo non potevano nemmeno immaginare il reale valore storico e artistico di quello che avevano scoperto e che Wang stava vendendo, e secondo me c’è una riflessione che appoggia questo mio pensiero, che è totalmente assente dalla ricostruzione ufficiale, fino a tutt’oggi.


Il punto è che, mentre in Occidente l'archeologia era già ben sviluppata nel 19 ° secolo (già nel 15 ° secolo un italiano, Flavio Biondo, creo’ una guida topografica alle rovine di Roma antica per la quale fu considerato uno dei primi fondatori dell’archeologia e un altro italiano, Ciriaco de' Pizzicolli (1391 - 1453/55) viaggio’ in tutto il Mediterraneo, annotando le sue scoperte archeologiche, ed è chiamato "il padre dell'archeologia"), in Asia, e in Cina, a quel tempo l'archeologia era, semplicemente, inesistente. Infatti l'archeologia scientifica arriva ufficialmente in Cina nel 1921, quando Johan Gunnar Andersson scavo’ i primi siti del villaggio Yangshao, in Henan.


Quindi non è una sorpresa che Wang e le autorità non siano state in grado di vedere niente altro che un po' di "roba vecchia" in quei manoscritti e tessuti. Non solo essi non avevano il necessario retroterra culturale per poter apprezzare manufatti di quel periodo, ma non possedevano neppure i concetti culturali di "archeologia" che potesse aiutarli a comprenderne i valori. E’per questo che non vedo proprio la necessita’, da parte degli storiografi cinesi moderni, di coprire qualcosa che essi vedono come una vergogna nazionale, con una narrazione che si aggancia alla vecchia retorica che raffigura l’ingenuo cinese ingannato dalle volpi occidentali. A quei tempi solo un pugno di uomini in tutta la Cina poteva forse capire il reale valore della scoperta di Dunhuang, e purtroppo nessuno di loro era vicino a quel posto sperduto. Aggiungo un’altra riflessione, cercando di spiegarmi il "perché" i materiali e i manufatti scoperti a Mogao furono così trascurati dalle autorita’ politiche e culturali in Cina, almeno all’inizio. I tipici "artefatti culturali" degni di questo nome, in Cina, sono stati da sempre considerati l'arte del bronzo, la calligrafia e la poesia, con l'aggiunta della pittura di paesaggio, di frutta e uccelli, e con le porcellane, come e’ facilmente mostrato dalla storia dell’arte cinese: molto probabilmente i dipinti e i manoscritti di Mogao davano una grave impressione di crudezza artistica, arretratezza e forse anche troppo "straniera", per l’uomo di cultura cinese dell’epoca, abituato da secoli ad una chiusura mentale e culturale, ad un ripiegamento su poche, esaltate tematiche che si concentravano sull'Impero e la propria specificita' cinese. Così, mi ripeto, credo davvero che solo una manciata di uomini in tutta la Cina avrebbe potuto apprezzare davvero la scoperta delle grotte di Mogao.


E’ solo nel 1910 che il cinese Luo Zhenyu, uno dei più importante studiosi del suo tempo, nativo di Suzhou, preoccupato dal fatto che i restanti manoscritti potessero andare dispersi, insieme ad altri studiosi, finalmente convinse il Ministero dell'Istruzione a recuperare il resto dei manoscritti e inviarli a Pechino. Purtroppo alcune delle grotte sono state danneggiate dai soldati russi, come la nostra guida ci ha mostrato e ci ha detto; quello che la guida non ci dice, perche’ forse neanche lei lo sa, e’ che furono le autorita’ locali, nel 1921, che permisero l’alloggio dei soldati russi li dentro, soldati russi che erano in fuga dalla guerra civile scoppiata in seguito della Rivoluzione russa.
Questo fatto da solo è sufficiente per capire che assolutamente nessun valore storico o artistico o culturale fu dato alle grotte da parte delle autorità locali, almeno in quegli anni e cioe' per oltre ventanni. Mentre la guida racconta la sua versione della storia, ci sono commenti da parte dei visitatori cinesi sopra i malvagi russi deturpatori di Mogao. Ah, le parole sono così importanti, no? E l’omissione non è un cosi’ piccolo peccato, dopo tutto.

Nel 1941 le autorità cinesi cominciarono a prendere sul serio la loro eredità culturale, quando il prodigioso artista e pittore Zhang Daqian arrivo’ alle grotte con un piccolo gruppo di assistenti e stette li per due anni e mezzo a riparare e copiare le pitture murali. Espose e poi pubblico’ le copie dei dipinti murali, contribuendo cosi’ a pubblicizzare e dare risalto all'arte di Dunhuang in Cina. Nel 1944 fu istituito un ente, l'Istituto di Ricerca sull’Arte di Dunhuang (che più tardi divenne la Dunhuang Academy vedi: http://enweb.dha.ac.cn/index.htm ), a Mogao, per prendersi cura del sito e dei suoi contenuti. Nel 1956, il signor Zhou Enlai, primo premier della Repubblica popolare cinese, approvo’ un contributo statale per la riparazione e la protezione del sito archeologico. Nel 1961, le Grotte di Mogao furono dichiarate monumento storico degno di particolare protezione dal Consiglio di Stato cinese, e cominciarono cosi lavori di ristrutturazione su larga scala. Mentre molti altri siti buddisti in tutta provincia di Gansu sono stati completamente danneggiati durante la Rivoluzione Culturale, Mogao riusci’ a sfuggire alla pazzesca distruzione generale scatenata da Mao. Le Grotte di Mogao sono diventate uno dei siti del patrimonio mondiale culturale protette dall'UNESCO nel 1987.

(continua)



di Marco M Gobbo
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Cina, Provincia del Gansu: sulla Via della Seta, DunHuang e Mogao (Parte Quinta)

Grotte di Mogao, esterni, dicembre 2012

Sto leggendo s’un libro che le Grotte di Mogao diventarono un luogo di pellegrinaggio per il pubblico e fino al 14 ° secolo le grotte-santuario furono costruite dai monaci con i fondi di donatori e mecenati, tra i quali anche dignitari stranieri e imperatori cinesi. Grotte più piccole furono finanziate da commercianti, ufficiali militari, e altri personaggi locali. Leggo e tutto mi dà la sensazione di quanto profondamente il buddismo fu parte della vita cinese. Arriviamo alla nostra destinazione, e siamo soli. Pochi minuti più tardi vedremo un piccolo gruppo di stranieri presto raggiunto da un altro gruppetto, questa volta di cinesi.

I biglietti d'ingresso per gli stranieri sono più costosi, e nel 2013, con la Cina divenuta la seconda potenza economica mondiale, sono davvero sconcertato da questa disparità di trattamento nei confronti di persone provenienti da molto lontano per ammirare arte che appartiene al mondo. Questo è patrimonio artistico mondiale, non solo cinese. Mi chiedo come un cinese potrebbe sentirsi nel venire a sapere che dovrebbe pagare più di un italiano per visitare la Galleria degli Uffizi di Firenze o di L’Ultima Cena di Leonardo a Milano. Seconda sorpresa: ci è permesso di visitare solo 8 grotte! Che cosa? Sì. Se vogliamo vederne di più, abbiamo bisogno di tornare e pagare di nuovo l'ingresso. Che caz! Posso capire questa limitazione nel periodo estivo, mentre, credo, migliaia di persone arrivano per vedere le Grotte, ma alla fine di dicembre, a meno 15 gradi, ci sono non piu’ di altre 35 persone e la maggior parte sono stranieri, provenienti da migliaia di chilometri di distanza per venire qui. Anche Howard non è affatto felice. Questo è davvero inaspettato.


Ora sono quasi di cattivo umore e cerco di concentrarmi su arte e storia e buddismo. Decidiamo di seguire una guida cinese: farò del mio meglio per capire un po' di informazioni, e Howard mi aiutera’ con delle traduzioni al volo, quando saro’ proprio perso. Confido sul fatto che ho gia’ letto molto sulle Grotte e la loro storia. So che sono circa 500 e che sono state riccamente dipinte perché dipinti e architettura servivano come rappresentazione visive della ricerca dell'illuminazione, della Via, e che erano, al tempo stesso, uno strumento didattico per coloro che non sapevano leggere, sulle storie e sul credo buddista. Come si assomigliano le culture, la stessa situazione è chiaramente presente nella storia del cristianesimo, o dell'induismo, l'islam o nella stragrande maggioranza delle religioni del mondo: lo stesso uso della pittura, dell’architettura e dei templi lì come qui, esattamente lo stesso uso dell'arte, lo stesso obbiettivo... la stessa
Propaganda Fide.


Un gran numero di grotte furono costruite durante la famosa dinastia Tang, quando DunHuang divenne davvero grande centro di commercio e grande crocevia religioso sulla Via della Seta cinese. Anche le due grandi statue del Buddha di Mogao sono stati eseguite in questo periodo, la più grande costruita nel 695. Curiosamente Mogao fu risparmiata dalla persecuzione dei buddisti e del buddismo ordinata dall'imperatore Wuzong nel 845, in quanto non era cinese, ma sotto il controllo del Tibet. Come succede spesso ad una città di frontiera, Dunhuang fu occupata piu’ volte e in tempi diversi da altre popolazioni.
Le poche grotte che possiamo visitare sono veramente magnifiche, e non sono tra le migliori o più famose.
Le grotte comunicano davvero il riverbero dell'arte indiana: hanno una colonna centrale a sezione quadrata, sculture in nicchie, che rappresenta lo stupa attorno al quale gli adoratori possono circumambulare (chiamato parikrama) e guadagnare benedizioni. La guida spiega che molte delle grotte in origine avevano portici in legno ma la maggior parte di questi sono stati persi, con solo cinque rimanenti, i primi due di questi cinque sono un ormai raro esempio del tipo di architettura in legno in voga durante la dinastia Song. I primi murales mostrano una forte influenza indiana e dell'Asia centrale nelle tecniche pittoriche utilizzate, nella composizione e nello stile delle pitture così come nei costumi indossati dalle figure, insomma mi verrebbe da dire “questa e’ pittura indiana”,
tout court ma uno stile distintamente di Dunhuang comincia gia’ ad emergere durante la Dinastia Wei. Motivi cinesi, di origine asiatico-centrale e indiana si possono trovare mescolati in un unica caverna, e gli elementi cinesi via via aumentano per importanza nel corso del periodo Wei occidentale (535-556 CE).


Ci sono grotte che sono totalmente dipinte, su tutti i muri e i soffitti, è quasi un
horror vacui in azione, con decorazioni geometriche o di vegetazione che riempiono gli spazi non presi da immagini figurative, di solito il Buddha. Anche le sculture sono riccamente dipinte. Molti murales sono stati ridipinti in periodi successivi, e non sempre con buoni risultati. I murales sono valutati, come qualita’ artistica, considerandone la grandezza e la ricchezza dei contenuti e, ovviamente, questi murales stanno li’ a documentare i mutevoli stili dell’arte buddista, e direi "arte" in Cina, per quasi mille anni. L'arte dei murales raggiunse il suo picco durante il periodo Tang, per poi cominciare a scemare di qualità.


Visitando Mogao capisco perché ci sono così tante grotte denominate "Grotta dei Mille Buddha": questo è un motivo comune in molte grotte, le cui pareti sono interamente coperte da file e file di piccole figure del Buddha seduto. Questi piccoli Buddha sono stati elaborati utilizzando stencil in modo che figure identiche possano essere replicate in maniera identica. Inoltre sono notevoli le figure delle Apsaras Volanti, che incontrai prima, ad Angkor Wat, Cambogia ( vedi: http://www.exibart.com/blog/blogmsg.asp?idblog=5628 ) ; in cinese si chiamano Feitian e le Feitian sono simbolo usato ovunque a Dunhuang, come statua spartitraffico ad un crocevia oppure anche utilizzato dal Partito Comunista, sezione Gioventu’. Penso: abbiamo un antico simbolo religioso utilizzato da un partito ufficialmente ateo. Che dire di questa utilizzazione di vecchi simboli religiosi per la costruizione di una nuova mitologia?


Soprattutto, queste grotte sono sempre dedicate alla vita del Buddha o rappresentano delle parabole della sua dottrina (karma). Sono incantato da tutte, e mi piacerebbe vedere di più e capire di più. Molti murales a Dunhuang sono eseguiti usando tecniche di pittura originarie dell'India, dove l'ombreggiatura è stata applicata per ottenere una sorta di effetto chiaroscurale o tridimensionale. Questa tecnica di ombreggiatura è, in tutta l’Asia Orientale, unicamente riscontrabile a Dunhuang in questo periodo in quanto tale ombreggiatura sui volti umani non apparve in dipinti cinesi se non molto più tardi, quando si fecero sentire le influenze dei dipinti europei. Un'altra differenza dalla pittura tradizionale cinese è la presenza di figure semi-nude o completamente nude. Dipinti e sculture a Mogao mostrano chiaramente che essi si basavano su modelli indiani e dell’Asia centrale, anche sullo stile greco-indiano del Gandhara, poi lentamente, nel tempo, divennero poco a poco cinesizzati.
Per quanto riguarda le sculture, la maggior parte delle volte il Buddha è mostrato come figura in posizione centrale, spesso attorniato da deva, apsaras, re celesti, Boddhisattva e altre creature mitologiche.


Ecco, dall’ Italia a Mogao, sfidando meno 20 gradi, per vedere solo 8 grotte. La visita è finita e torniamo a Dunhuang.

(continua)



di Marco M Gobbo
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China, Gansu Province: sulla Via della Seta, LanZhou e il Museo del Gansu (Parte terza)

Il Cavallo al Galoppo, bronzo, Cina, Gansu, Lanzhou, Museo Provinciale del Gansu

La sveglia e’ mattiniera e puntuale; per la nostra colazione dobbiamo andare in un terzo edificio, dove c’e’ quello che pare un refettorio, piu’ che un ristorante. Fuori fa un freddo canino e diamo il benvenuto al tepore della sala. Appena entrati, sulla nostra destra, ci sono quattro ragazzi all’opera: stanno preparando il famoso “lamian” che vuol dire, letteralmente, pasta tirata. Li osservo: l’inizio della preparazione e’ simile all’impasto della pizza, la differenza sta nella composizione della pasta, solo acqua e farina di grano tenero. L’impasto diventa morbido, elastico e viene piu’ e piu’ volte tirato e ritirato e riaggomitolato e ancora tirato, finche’ alla fine ne ricavano dei fili della consistenza degli spaghetti, quindi spaghetti di pasta fresca, che vengono immersi in un saporito brodo e immediatamente serviti, penso che cuociono in due minuti o giu’ di li.

Questa e’ la tipica colazione a Lanzhou, poi la contorniamo con alimenti occidentali e un caffe’ ter-ri-bi-le, mi chiedo perche’ mai io insista nel bere caffe’, nella stragrande maggioranza degli alberghi cinesi il gusto e’ proprio inesistente e costa un botto. Forse il mio e’ un riflesso automatico, cerco la spinta mattutina della caffeina. Howard ha voglia di un altro lamian, ci riavviciniamo al tavolo di lavoro e questa volta giro un piccolo filmato. I ragazzi sono un pelo intimiditi da questo occidentale che li sta riprendendo, ma poco dopo cominciano a stare al gioco, anzi, iniziano anche a recitare un po’.

Sono proprio bravi, chiedo a uno di loro da quanto tempo faccia questo lavoro, mi dice che ha imparato bene in sei mesi, e lavora qui da circa un anno. Ho scatenato la loro curiosita’ e adesso si avventurano a chiedermi da quanto tempo sono in Cina, e mi fanno i complimenti per questa incredibile padronanza della lingua cinese. Come sa fare un complimento un cinese, nessuno al mondo. Mi schermisco, giustamente, per via del mio pessimo livello di conoscenza reale della loro lingua, e poi rimane poco altro da dire, ci salutiamo.

Abbiamo deciso di pagare il conto dell’albergo subito e lasciare i bagagli in custodia, cosi non ci pensiamo piu’ e siamo liberi di girare fino all’ora di partenza.

Controlliamo la mappa sul tablet di Howard, il Museo Provinciale si trova, fortunatamente, sulla stessa strada per andare al nostro appuntamento delle undici. Abbiamo due ore abbondanti per la visita che vogliamo concentrare sui reperti archeologici buddisti e per vedere dal vero il famoso cavallo di bronzo, che e’ poi il simbolo di Lanzhou, simbolo del Gansu e uno dei piu’ conosciuti simboli cinesi, usato anche dall’ente turistico nazionale.

Saltiamo su un taxi, e in poco piu’ di quindici minuti siamo davanti al museo, l’entrata e’ libera, e ancora una volta rimango stupito dalla differenza di trattamento tra i luoghi di culto storici, dove si paga quasi sempre l’entrata, e i Musei, dove quasi sempre l’entrata e’ gratuita. Riflettendo meglio: mentre i musei hanno sempre funzioni di propaganda, piu’ o meno ufficiale, del partito e della sua visione del mondo, i luoghi di culto ovviamente no, anzi, spingono in altre direzioni. Mi chiedo se anche questo abbia qualcosa a che fare con la disparita’ di trattamento.

Il museo tradisce immediatamente il suo essere stato progettato dai sovietici e costruito nel 1956, e’ imponente e infatti e’ il museo piu’ grande e importante di tutto il Gansu. Pare piuttosto un edificio da adibire a parlamento che a museo.

E’ diviso in due parti: quella di storia naturale e quella di storia umana. Cominciamo la visita dalla zona di storia naturale, dove nelle sale ci sono reperti veri e repliche di animali preistorici. Non sono impressionato dai reperti e dalla loro esposizione, anche se le uova di dinosauro e qualche antico fossile mi fanno inevitabilmente filosofeggiare su cosa sia la storia, e la vita, e la loro durata, e... e.... Howard mi pare decisamente piu’ attratto da questa zona, e mentre io filosofeggio lui scatta molte foto.

La sezione del museo dedicata ai ritrovamenti che vanno dal Neolitico a oggi e’ decisamente piu’ interessante, con parecchi bei reperti anche se qui l’attrazione principale e’ il piccolo cavallo di bronzo che in inglese e’ definito “Galloping Horse's Hoof Stepped on a Flying Swallow” (Cavallo al galoppo con lo zoccolo che calpesta una rondine in volo), o anche, grazie al cielo, per brevita’, Galloping Horse (Cavallo al galoppo).


La statuetta e’ un piccolo capolavoro, e anche se io non la considero “the mysterious and rare treasure in the history of Chinese ancient sculpture art” come un po’ pomposamente definito dai sempre retoricissimi amici cinesi, ne sono molto attratto, anche perche’ il soggetto e’ sempre tra i miei preferiti. Il cavallo al galoppo ha un’espressione fiera e il suo zoccolo posteriore destro poggia su un uccello che pare una rondine, a simboleggiarne la velocita’. Non sono stupito del ritrovamento di una statuina cosi bella dedicata ad un cavallo perche’ questa zona era famosissima per gli allevamenti di cavalli, per uso militare e i migliori erano riservati all’imperatore. Sommergiamo il manufatto di scatti fotografici. Un’altra sezione interessante e’ quella dedicata alle repliche di statue buddiste, inclusa una sala che ricostruisce una situazione di templi scavati nelle rocce. Ci pare l’antipasto di cio’ che ci aspetta a Mogao. Poi arriviamo ad un intero piano dedicato alla storia del Partito Comunista nel Gansu.

Sono davvero impressionato, questa sezione mi ricorda immediatamente la mostra permanente al museo di Pechino (vedi blog: http://www.exibart.com/blog/blogmsg.asp?idblog=6420 ), c’e’ proprio la stessa aria, la stessa minuzia nel ricordare cio’ che si vuole ricordare e amabilmente cancellare tutto cio’ che non sia organico alla ricostruzione storica della Nuova Cina comunista. Non ci sono dubbi: i migliori sforzi del partito comunista sono spesi nell’assicurare l’associazione tra “nuova”, “migliore” e “comunista”.

Siamo gli unici a visitare le sale, che illustrano l’inizio della rivoluzione, la sconfitta del “sanguinario Chiang Kai-Shek”, che dopo la fine della guerra contro il Giappone, “... ancora levo’ il suo coltello da macellaio contro il popolo cinese” (sic). Testuali parole, lette qui. In tutti i musei visitati in Cina finora. la guerra contro il Giappone non e’ mai descritta come, almeno anche dal 1941 in poi, facente parte della Seconda Guerra Mondiale, ma e’ piuttosto narrata come se fosse una faccenda privata tra Giappone e Cina. Nelle tavole di spiegazione non sono mai riportati fatti o citazioni che riguardino il coinvolgimento della Russia e degli USA, specie per quello che riguarda la fine della guerra, o il terribile e assolutamente non necessario uso della bomba atomica contro la popolazione civile giapponese.

No. Il tutto e’ descritto come la vittoria della Cina contro il Giappone. E poi la guerra civile viene presentata come una terribile necessita’, perche’ il macellaio Chiang Kai-Shek pare non avesse meglio da fare che darla contro il popolo cinese. Ecco poi la gloriosa marcia comunista che libera il popolo cinese dalle catene dello sfruttamento del lavoro, del colonialismo e dell’imperialismo e forgia il nuovo popolo cinese e la Nuova Cina. Quello che succede in mezzo, tra il 1946 e il 1977 e’ descritto o non descritto a seconda se funzionale o meno alla storia del partito. Amen. Mi ci sono abituato, e non mi stupisco piu’ delle idee riguardanti il mondo “la fuori” che circolano tra la stragrande maggioranza dei cinesi. In realta’ non e’ che sia solo la Cina comunista a scrivere da par suo quello che sia storia o meno, in questo campo si cimentano in molti, comprese le famose democrazie occidentali; quello che e’ davvero peculiare della Cina e’ il totale, assoluto controllo della narrativa storica su tutti i fronti e su tutti i media. E’ un controllo abissale, che non ho mai visto o esperito prima. Non esiste una riga scritta che sia, non dico contro, ma dubbiosa della Versione Ufficiale. Mi chiedo per quanto tempo rimarra’ cosi, e fino a quando i pochi coraggiosissimi che osano dire qualcosa finiranno in carcere o in altro modo zittiti. E’ leggendo queste tavole, vagando per queste sale che il governo cinese si mostra per quello che ancora e’: un’oligarchia dittattoriale, una dittatura del pensiero e della cultura, dei mezzi di produzione di massa, che in ultima analisi fanno capo al partito, una dittatura anche militare, dove i soldati giurano prima di ogni cosa fedelta’ al Partito, e poi alla Patria. La piu’ grande, ricca e potente dittatura mondiale, sostenuta dalla maggioranza della sua popolazione e economicamente alleata con l’altro grande Imperialismo, quello occidentale degli Stati Uniti d’America. In mezzo, il resto del mondo che non puo’ non fare affari con la nomenclatura del partito e le sue diramazioni da una parte, e obbedire ai dettati economici degli istituti finanziari controllati dagli USA dall'altra.

Concludiamo la visita e l’appuntamento di lavoro si rivelera’ un fiasco, viste le incredibili e inarrivabili richieste del possibile cliente, e considerato che si parlava di vino, mai parola fu piu’ adatta.

(Continua)



di Marco M Gobbo
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Cina, Provincia del Gansu: sulla Via della Seta (parte prima)

Statua di Bodhisattva, dettaglio, al Gansu Museum di Lanzhou

Come si arriva alla Via della Seta?

Non so voi, ma io ci sono arrivato durante le vacanze di Natale del 2012, sempre grazie allo spirito organizzativo di Howard, amico di SuZhou. Con lui avevo visitato in precedenza le magnifiche grotte buddiste di LongMen (vedi blog: http://www.exibart.com/blog/blogmsg.asp?idblog=6222 ) , e poi ancora quelle di YunGang (vedi blog: http://www.exibart.com/blog/blogmsg.asp?idblog=6303 ) ed ora eccoci ad organizzare il viaggio alle grotte di Mogao, vicino a Dunhuang, nella provincia del Gansu.

In effetti abbiamo fatto un viaggio a ritroso nel tempo, dalle grotte relativamente piu’ recenti, quelle dove l‘influsso della cultura cinese e’ preponderante, indietro fino a quelle che, invece, mostrano quasi intonsi i segni dell’arte Indiana e i riverberi del Gandhara.

Dal Budda paffuto, pacioso e spesso ilare di stile cinese arriveremo al giovane Maestro dall’espressione di beata, siderale distanza dai problemi di quest’esistenza, magro e dai lineamenti cosi belli da parere effeminato.

E’ siamo cosi a Suzhou, il 24 dicembre, a casa di Howard e l’amico Jeffrey e’ con noi, ma lui non verra’ a DunHuang, andra’ poi in un’altra provincia, nell’Hunan, a visitare la sua famiglia di origine. Suzhou con i suoi 2 gradi, il vento e un accenno di nevischio e’ proprio fredda per noi che arriviamo dai 18 gradi di Shenzhen. Passiamo insieme quattro giorni tranquilli, mangiando un po’ troppo e visitando alcune parti della citta’ che Jeffrey non conosce, un pomeriggio lo dedichiamo a girovagare nella strada piu’ commerciale, giusto per vedere vetrine e qualche tempio locale.

Il giorno finale della visita di Jeffrey visitiamo il Museo di Suzhou, che fu completamente ridisegnato e ricostruito dall’architetto Ieoh Ming Pei e inaugurato nel 2006.

Mi ci sono recato diverse volte, per curiosare tra le collezioni d’arte antica o vedere qualche mostra di arte contemporanea, e aggirarmici nei suo interni mi da sempre molto piacere, ogni volta scopro un dettaglio, un particolare che mostra l’accuratezza e direi l’amore con il quale Pei ha ripensato il posto, dandogli una veste moderna ma con precisi e forti richiami ad un’architettura classica cinese che qui e’ famosa sopratutto per i Giardini, tutti considerati patrimonio dell’Umanita’. Il museo e’ ad entrata libera, a tutt’oggi, aprile 2013, e la cosa contrasta parecchio con i biglietti che bisogna pagare in giro per la Cina se si vuole visitare Templi e Pagode. Misteri del marketing turistico cinese.

Durante le serate accudiamo e trastulliamo il piccolo bichon bianco di Howard, che abbiamo chiamato Neve, e che e’ reduce da una brutta parassitosi alla pelle, grazie alla trascuratezza di una cugina dell’amico, che ci aveva malbadato durante il periodo precedente alla nostra visita; pianifichiamo il viaggio, che a dire il vero e’ davvero gia’ completamente organizzato da Howard e chiacchieriamo sui prossimi progetti lavorativi oppure guardiamo un film in dvd, che ancora oggi si possono trovare in Cina a circa 10 RMB (ovvero un euro e venti centesimi) in negozi e sulle bancarelle.

Partiremo il 28 dicembre, Jeffrey per ChangSha e noi prenderemo un aereo per LanZhou, la capitale della provincia del Gansu, una provincia che e’ intrisa di storia antica e recente e che il partito comunista ritiene uno dei posti sacri (usano proprio questi termini religiosi) della Rivoluzione, vedremo poi perche’.

Da Lanzhou prenderemo un treno per DunHuang, una volta il confine dell’impero Han e centro di assoluta importanza sulla via della Seta cinese, dove nelle vicinanze si trovano le grotte di Mogao, nostro obbiettivo principale, ma Howard mi spiega come ci siano parecchi altri posti che vale la pena di vedere mentre saremo li, tra -10C e -20C: la Montagna Sabbiosa degli Echi, l’oasi con il lago a Luna Crescente, il passo dello Yumen e quello di Yangguan, andremo nel deserto del Gobi, che si sta espandendo e che ormai quasi lambisce la cittadina, mi dice che mangeremo carne di asino, fichi secchi buonissimi, noci e nocciole di prima qualita’, la famosa pasta fresca tirata (lamian) di Lanzhou e del Gansu, che qui si gusta sopratutto al mattino, come prima colazione. DunHuang fu la porta d’entrata e di interscambio di filosofie, religioni e non solo un punto di commercio, e anche se la Seta ha poi dato il nome alla via, da qui si commerciava di tutto e di piu’, DunHuang era forse la Hong Kong dell’epoca. Insomma, la visita si delinea proprio interessante sotto molteplici aspetti. Peccato che Jeffrey non sara’ dei nostri, penso che sarebbe piaciuto anche a lui visitare dei posti che fanno parte della storia cinese, e anche della poesia, visto che il passo dello Yangguan viene citato in una poesia famosissima in Cina, che tutti i cinesi apprendono a scuola. Sky, uno dei miei pochi altri amici cinesi che in questo momento si trova a Newcastle Upon Tyne per un master in giornalismo, mi ha gia’ espresso la sua amichevole invidia, perche’ proprio Yanggang e la via della Seta sarebbe uno dei suoi obiettivi di visita. Gli ho promesso che davanti alla statua del poeta Wang Wei a Yanggang gli mandero’ un pensiero speciale per lui, impegnato a gustarsi i pudding natalizi della vecchia Inghilterra.

Da DunHuang riprenderemo il treno per LanZhou, facendo uno stop a ZhangYe, una volta si chiamava Ganzhou e leggenda vuole che qui nacque l’imperatore mongolo Kublai Khan, e Marco Polo, che qui soggiorno’ un anno, la chiama Campichu nel suo Il Milione. Con questo viaggio mi sento ormai davvero sulle orme del mio famoso omonimo veneto, in tempi diversi abbiamo visitato gli stessi luoghi: SuZhou, HangZhou, DunHuang, Zhangye, Pechino, ChengDu e altre citta’ nei loro dintorni, e mentre lui parlava sicuramente il cinese di allora meglio di me, io mi accontento di essere un po’ narratore di questa Cina, come lo fu lui allora.

Mogao, arriviamo.



di Marco M Gobbo
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Cina, ShanXi, DaTong, le grotte di Yungang, una meraviglia buddista.

grotte di YunGang foto marcomgobbo

La mattina e’ fredda, ma non glaciale come ieri, c’e’ il sole a DaTong, e dopo aver consultato i ragazzi del Ricevimento dell’albergo abbiamo scelto di andare a visitare le grotte di YunGang prendendo un taxi. Si trovano a una quindicina di chilometri dal centro, in direzione sud-ovest, il taxi costa poco e il tassista e’ socievole e curioso nei miei confronti.

Quando gli dico che sono di Milano mi dice “A.C. Milan!”, oh si, pero’ puntualizzo che da ragazzino tifavo Juventus e lui mi risponde “Roberto Baggio!”. La stragrande maggioranza dei maschi adulti cinesi, specie tra i trenta e i cinquant’anni sanno praticamente tutto del calcio italiano degli anni ottanta e novanta, questo perche’ alla “riapertura” della Cina, la tivu’ di Stato cinese programmo’ per anni le partite di calcio del campionato di Serie A.

Roberto Baggio se lo ricordano in molti in Cina, lo chiamavano “il Principe Blu” nel senso che ha il blues, all’americana, che e’ triste, perche’ leggenda qui vuole che a grandi doti e talento non corrisposero altrettanti onori e il suo medagliere dice poco del suo vero valore.

Di certo non mi aspettavo di discorrere di Roberto Baggio mentre viaggio in taxi verso gli antichi templi buddisti cinesi scavati nelle grotte vicino alla città di Datong, nella provincia dello Shanxi. Questi, insieme alle grotte di LongMen (vedi blog precedenti) e a quelli di Mogao sono i tre più famosi siti di antiche sculture di arte buddista in Cina.
Howard inizia a leggere una guida: il sito si compone di 252 grotte con più di 50.000 statue e statuette del Budda che vanno dai 4 cm. ai 7 metri di altezza. Sono patrimonio UNESCO e sono considerate una perfetta fusione dell’arte religiosa buddista di provenienza dal Sud Est Asiatico con le tradizioni culturali cinesi.

Ma perche’ proprio qui?

Dopo il declino della dinastia Jin, le regioni settentrionali della Cina passarono sotto il controllo dei Wei del Nord che fecero della citta’ di Pingcheng, l’odierna Datong, la loro capitale. Ah, ecco! Inoltre la dinastia dei Wei adotto' come religione di stato il Buddismo... e adesso tutto torna.

Il Buddismo arrivo’ in Cina tramite i viaggiatori e commercianti che trafficarono lungo l'antica Via della Seta del Nord, un percorso di circa 2600 chilometri, che collegava l'antica capitale cinese Xi'an all’antica Partia.
I primi lavori di scultura durarono fino all'anno 465 CE, (le grotte note come grotte 16-20). A partire intorno all'anno 471 C.E, inizio’ una seconda fase dei lavori, grazie al mecenatismo della corte imperiale e alla sua supervisione, che durò fino al 494 C.E. In questo periodo furono costruite le grotte gemelle 5/6, 7/8, e 9/10 così come le grotte 11, 12, 13.

Il mecenatismo imperiale fini’ nel 494 C.E., anno in cui la corte Wei se ne ando’ nella nuova capitale Luoyang, e li iniziarono i lavori delle grotte di LongMen. Chiaro.

Le grotte piu’ antiche, piu’ colorate, piu’ vicine alla tradizione Indiana sono quelle di Mogao (DunHuang), poi abbiamo queste di YunGang per finire con quelle di LongMen. Howard prosegue la sua lettura ad alta voce. Andatasene la corte, altre grotte furono scolpite grazie al patrocinio di facoltosi privati, e questa terza fase durera’ fino al 525, quando tutto si fermo’ a causa di rivolte sociali nella zona, rivolte che eventualmente portarono alla caduta degli Wei.

Osserviamo il paesaggio, il brullo invernale che mi ricorda certe parti del Nord Italia; ci informiamo sull’economia della zona, di che vive la gente? Il tassista e’ perentorio: si vive delle miniere e di pastorizia. Infatti qui la carne che va per la maggiore non e’ quella di maiale, come nel Sud della Cina, ma quella di montone e di agnello.

Arriviamo ad una svolta della strada e eccoci davanti al cancello di entrata, paghiamo e salutiamo il cordiale autista. Camminiamo per un centinaio di metri, poi svoltiamo a sinistra, scendiamo una scalinata ed entriamo in una grande e moderna entrata, molto ariosa, sembra la hall di un hotel di lusso. Comprati i biglietti passiamo ad un altro cancello e finalmente siamo in un piazzale, da dove parte un viale alberato con statue a destra e a manca, che conduce ad un ponte lanciato su di un laghetto, attraversato il ponte saremo alle porte di un grande tempio.

Dal ponte scattiamo delle foto, e mentre camminiamo verso il tempio c’e’ qualcosa che non mi quadra. Arriviamo al tempio, c’e’ un monaco, non appena qualcuno si ferma per inchinarsi a pregare o ad accendere i canonici tre incensi, batte un gong. Il tempio e’ molto grande, scenografico, vederlo dal ponte fa un effetto cartolina postale, me l’immagino al tramonto o all’alba, che si specchia sull’acqua...

Giriamo intorno al tempio e finalmente capisco che cosa non mi quadra: ci sono solo grandi hall dedicate alle statue da venerare, ma nessun spazio per monaci, o dormitori o altro... Il tempio e’ pittoresco e dimostrativo, ma non vissuto come tale, secondo me, e anche Howard conviene che il monaco gli pare li non proprio per trascendente vocazione quanto per guadagnarsi la pagnotta, probabilmente e’ un impiegato statale.

Dietro il tempio parte un altro ponte e finalmente arriviamo alla zona delle grotte. Si dovra’ camminare ancora per qualche minuto, e poi appariranno, sulla nostra sinistra. Nel frattempo si sta annuvolando, e la temperatura scende.

Vediamo le prime grotte, parecchio erose dagli agenti atmosferici, sono in un materiale che mi pare arenaria. Howard riprende la guida che spiega che gia’ dalla immediata fine dei lavori ci si rese conto che l’erosione era molto accentuata e veloce. Ci furono diversi tentativi di preservare le grotte e riparare i danni subiti, con restauri di statue e la costruzione, durante la dinastia Liao, dei "10 templi di Yungang" (1049-1060) destinati a proteggere le principali grotte, ma questi templi furono distrutti appena 60 anni dopo, durante un incendio. La dinastia Qing, nel1621, costrui degli edifici in legno che si possono vedere ancora davanti alle grotte 5 e 6. E ci siamo di fronte proprio adesso.

Questa e’ considerata la zona centrale delle grotte (dalla 5 alla 13) e ci sono una serie di grotte a coppia, meravigliose. Le prime grotte che abbiamo visto erano di un monumentale molto serio, austero. Queste, invece, sono piu’ colorate, fiorite, direi quasi giocose.
A
lcune delle colossali statue del Budda sono nello stile Gandhara, originario del Nord dell’India e molte delle statue di enormi dimensioni (grotte 5, 16-19) sembrano essere state influenzate dalle famose statue (ormai distrutte dall’odio settario dei Talebani) di Bamiyan in Afghanistan.

Mi attardo a visitare le grotte ed esco e rientro parecchie volte. Si, qui decisamente l’atmosfera e’ diversa dalle grotte di LongMen, molto piu’ marcatamente cinesi li, mentre qui le influenze sono proprio indiane, con i riverberi greco-romani in certi motivi decorativi, in certe figure; ci sono dei motivi e delle influenze che sono palesemente non cinesi, ma la mia ignoranza in materia mi impedisce di identificarle chiaramente, mentre invece cinesi sono le immagini, in questo contesto piuttosto “pesanti”, di draghi e fenici, anche i tetti o un certo modo di disegnare l’aureola.

Con Howard discorriamo delle aureole, questo segno di santita’ che attraversa tutte le religioni. Curioso, no? Fare foto all’interno delle grotte piu’ colorate e’ vietato ma Howard scatta lo stesso. Sono diviso a meta’ tra il cazziarlo e il farmi complice e suggerire dove scattare le foto.

Le grotte sono impressionanti, variano molto per grandezza e profondita’, per ricchezza di dettagli e di statue. Ci sono delle piccole grotte riccamente dipinte e scolpite su ogni superficie. Inoltre ci sono intricati bassorilievi e sculture a parete... Si potrebbe passare ore a esaminare il dettaglio di ogni nicchia, e molto probabilmente bisognerebbe essere buddista o avere una approfondita conoscenza di architettura per apprezzare fino in fondo questo sito artistico-religioso. Molto meglio venire a visitarlo con un minimo di preparazione.
Ci sono delle grotte chiuse al pubblico, i lavori di restauro continuano ancora oggi. Erosioni naturali, saccheggiatori (in particolare nel 20esimo secolo) e vandali, così come attacchi anti-buddisti durante la Rivoluzione Culturale, hanno lasciato il segno, ma ci sono segnali incoraggianti di un rinnovato impegno da parte del governo centrale per la conservazione e il restauro delle Grotte di Yungang, un vero tesoro dell'arte e della storia mondiale, non solo cinese.



di Marco M Gobbo
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