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forum attiviDISCUSSIONI ATTORNO ALL'ARTE PUBBLICAil bel museo.roberta puddu.
<<precedentesegnala questo interventosuccessivo>>
il bel museo.roberta puddu.
intervento al Castello di Salemi (TP) 22 novembre 2008.


Desidero innanzitutto ringraziare la persona di Peter Glidewell,
che mi ha permette di condividere con Voi , in un luogo di prestigio , sia storico che estetico ,come il castello di Salemi, la mia idea sugli allestimenti museali,

Il tema il “bel museo” è un tema ambizioso. La bellezza e la ricerca dell’armonia estetica, sono i miei punti fermi , filo conduttore del mio operato artistico.

Mi chiamo Roberta Puddu mi occupo anche di allestimenti museali ,
oltre che di decorazione e pittura (nel senso fattivo del termine) ,
ed essendo un artista di formazione scenografica ho una visione dello spazio sinestetico ed armonico.
Rispetto ed Emozione,
sono le chiavi che uso per iniziare un progetto per un allestimento.
Rispetto per l’opera innanzitutto, rispetto per il luogo e rispetto per il fruitore dell’ opera.

Il “bel museo” non inizia al pagamento del biglietto d’ingresso.
Il “bel museo” è l’abitudine all’armonia.
Iinizia dalle nostre strade, dagli arredi urbani, dall’illuminazione, dal colori scelti per i palazzi, dal necessario vuoto dalla pubblicità invasiva, dalla necessità di non assistere a restauri che più che conservativi appaiono distruttivi , della sensibilità e del gusto.
Il “bel museo’’ è l’abitudine all’armonia.
Perché la bellezza va insegnata vivendola,
dimostrandola, facendola diventare un’abitudine.

Proporre un percorso di avvicinamento al bello, attraverso un ambiente che assecondi l’opera d’arte , vissuta come scoperta dell’invisibile, rinascita e riconoscimento , è il proposito dal quale parto nel concepire un’esposizione .

cito umberto eco , che dice :

‘’perché l’oggetto conservato,
in sé,
sarebbe muto e acquista invece o perde POTERE significativo ,
a seconda della sua collocazione o esposizione”
..U.Eco ’89


Progettare l’allestimento,pensare al luogo che accoglierà l’opera, significa tentare di ripercorrere e ricostruire una memoria , indurre al riconoscimento.
Ciò che viene ricordato è stato salvato dall ‘annullamento.
La memoria implica un atto di redenzione,
il ricordare , e il dimenticare, ci pone immediatamente in una condizione di giudizio.
La condanna è la dimenticanza e il riconoscimento è il ricordo.

L’opera ricorda l’artista e l’opera parla attraverso una giusta collocazione,
il dialogo tra allestimento e opera rimangono nel ricordo invisibile con il quale si cesellano le emozioni del fruitore, la curiosità e gli approfondimenti.

Mi piace pensare ad un allestimento ,che ponga il fruitore come un attore nella scenografia.
Spingo per gli allestimenti che permettano di scoprire le opere , non forzatamente in ordine cronologico , ma in ordine estetico , che stimolano la ricostruzione.
Come poteva accadere negli studioli, nelle gallerie private , conducendo spontaneamente i visitatori attraverso gli spazi che dovrebbero rivelarsi quanto possibile armonici

cercavo il termine galleria , e ho trovato questo,
nel vocabolario della crusca
che definisce GALLERIA
“stanza da passeggiare e dove si tengono pitture e cose di pregio”

perfetto...!!
E’ il ritmo che vorrei negli allestimenti che progetto.
Che non devono essere per forza ubicati in un palazzo cinquecentesco, ma in qualsiasi luogo che, completato dall’allestimento , porti ad assecondare la naturalezza dello sguardo.
Le opere devono essere accolte con dei colori alle pareti in rapporto tra loro,
con teche e supporti che sostengano con eleganza,
non invasivi, progettati ad hoc, che permettano la visione degli oggetti rispettandone la forma e le caratteristiche.

Lo sguardo non deve interrompersi , deve muoversi in maniera circolare.
Anche quando dipingo e l’occhio mi si ferma più volte in una parte della stanza, o del quadro,o di un oggetto ...è lì che intervengo...perchè è lì che si palesa la disarmonia.

Gli occhi socchiusi vagano e se decidono l’arresto è consciamente,
per ammirare l’opera esposta e non per la rilevazione di un estetica stridente.

La scelta dell’illuminazione è a completare l’allestimento, fondamentale come il gusto coloristico nella scelta dei toni , una luce che dipinga l’ambiente come un pennello che dipinge il quadro...
o completi la tridimensionalità delle sculture..esaltando le morbidezze e i sottosquadri senza diventare una luce espressionista..
Una luce quanto possibile naturale , aiutata ma apparentemente naturale,che sfrutti dove si può finestre e porte.
Non il buio catacombale e le luci zenitali che molti degli allestimenti contemporanei propongono .
Perchè l’allestimento sposi l’opera esposta e l’opera venga arricchita dall’ambiente che la sostiene , senza violenza e senza forzature.

Proporrei il concetto di gustare l’opera d’arte...slow art...si dovrebbe proporre in associazione con slow food...cosi sarebbe realmente sinestetico!

L’arte va guardata, riguardata , abbandonata ripresa...l’arte è un amante .
deve muovere le passioni, la gioia e la rabbia,il ricordo e la malinconia..........il desiderio.

Il dialogo con le opere dev’essere totalmente coinvolgente,

Magari le opere si potessero toccare come nelle Wunderkammern .. suoni ...profumi ...... tatto dove a suscitare meraviglia oltre gli oggetti era la mescolanza delle esperienze .
Io sono nata in veneto e cresciuta tra Padova e Venezia.
La mia realtà di oggi , la mia percezione sensoriale dell’arte, della vita penso dipenda molto dalla libertà di muovermi nelle opere avuta nell’infanzia,
Ho cavalcato tutti i leoni, le fiere i cavalli che c’erano in città,misurato a palmo vasi decorazioni e pattere dove arrivavo, curiosato i piedi e i calzari e vesti di tutti i 78 padovani illustri del Prato della Valle .. ho tutto nelle mani e nella testa tutti i toni...

Questa è l’arte, esperienza diretta.

Anche questo dovrebbe poter fare un bambino in una città
nel bel museo sotto il sole .Non tutto blindato , tutto sbarrato divieti e telecamere...
l’arte è amore , è come l’amore esiste comunque anche nella perdita, quindi ci sta anche la consunzione , la rovina la scomparsa..
tutto nel gioco del vivere.

Ma ripenso al vocabolario della crusca citato poc’anzi...
“stanza da passeggiare e dove si tengono pitture e cose di pregio”
penso ..al tempo lento..alla percezione reale. al catalogo illustrato agli oggetti raccontati,
ai supporto elettronici ,giocosi si , ma non invasivi nel luogo di esposizione
ma collocati nel luogo di transazione.

Luoghi spazialmente mutevoli rispetto al tema della mostra.
In teoria ,con la massificazione culturale ci troviamo a che fare con un utenza più colta,
più attenta e più abituata ad una visione dell’immagine e alla percezione dell’opera.
in teoria....
a parer mio , questa realtà è inversamente proporzionale alla tendenza espositiva museale degli ultimi anni...parlo dagli anni 80 in poi, quando qualsiasi pretesto è diventato evento artistico, legato maggiormente ad un ritorno economico , più che culturale..

Vi leggo cosa disse david , il pittore jacques luis David,
direttore del museo del louvre
nel 1793,
“Il museo non ha da essere una vana
raccolta di frivoli oggetti di lusso,
utili soltanto a soddisfare un’oziosa curiosità.
Deve invece essere un’autorevole scuola”.

E lì che l’arte diventa un titano , quando la potenzialità comunicativa delle opere
diventa consapevolezza ,quando riesce a veicolare un messaggio educativo attraverso l’esposizione.

Vorrei trovarmi in un museo dove tutto non mi venga indicato, museo che mi rispetti ,
che mi ponga in rapporto con lo spazio e con l’opera stessa come se l’opera ,in quel momento, mi appartenesse.

Vorrei trovarmi davanti ad un quadro e in caso spostarmi ,perchè nell’ quadro ad olio vedo riflessa la finestra un ombra, il riflesso di un albero, il tono caldo della parete
e non il faretto e il velluto nero .....e un buio che mi fa temere che l’opera stessa
possa aggredirmi da un momento all’altro.

Provo sempre un segreto piacere misto all’orgoglio d’essere italiana ,quando entro in un ambiente,che sia luogo di esposizione o chiesa ,e percepisco un aria ordinata ma dimenticata, dove i restauri non abbiano cancellato con l’uso selvaggio di tempere acriliche ,i fregi le modanature, le pitture.
Provo una sensazione di privilegio per poter attraversare ambienti ,che percepisco fossero diversi ,ma che il tempo ha ammorbidito, reso più misteriosi.
Chiaramente non sono per i restauri che ripuliscono la città come dopo una seduta dal dentista..che tolgono e tolgono le patine ....
e lo stesso principio lo adeguo agli ambienti che progetto per gli allestimenti.

Il mia visione scenografica mi porta a coniugare l’allestimento e il luogo deputato alle opere esposte. Questo non significa cercare di patinare i luoghi che accolgono la mostra,
ma comprendere che , tutto lo spettro d’azione , della visione corporea e di quella spirituale deve tendere all’unità del piacere estetico.

Se chiunque di noi avesse in casa un opera di Antonello Da Messina, o una scultura della bourgeois o un opera di Bacon o la meraviglia della conversione di Saulo...di Caravaggio
probabilmente terrebbe l’ opera nelle stanza che più ne permetterebbe il godimento.

Non lo esporrebbe in maniera aberrante ,come hanno fatto nella sala Alessi a palazzo Marino.perchè così un ‘opera è meglio non mostrarla! Perchè allestimenti come quelli declassano l’opera , la cultura , umiliano le persone....chi si può innamorare di un manichino?

Provoco questa assemblea dicendo che è quasi meglio rischiare il gesto di un demente
e vedere l’opera nella sua pienezza , che assistere ad un immagine sottovuoto
come sta accadendo anche a Palazzo Marino.
La Pietà di Michelangelo non sarebbe meno bella o meno visitata se fossero rimasti i segni delle martellate. é chiaro che il tentativo di conservare a lunga vita questi malati terminali, sia cura e dovere di noi tutti, ma il rischio di esporre le opere nella loro pienezza è il rischio di vivere, summa dell’ arte stessa.

Ogni volta che mi fermo ad ammirare un’opera , gioco pensando ....
‘’se l’avessi in casa dove la metterei ? ‘’
e mai ho pensato che vorrei allestire un panno di velluto ,chiudere le finestre ,puntare due faretti , mettere un vetro antiproiettili di due centimetri e al buio attendere fremente l’epifania....!!

arte è chiamata a rivelare la verità,
anche se può coglierla soltanto nella sua configurazione sensibile.
(hegel)

La percezione della bellezza è ellittaria, può essere aiutata ma non imposta, chi parla quel linguaggio capirà il contenuto , chi ha desiderio se ne informerà, chi non si trova in quell’orizzonte sceglierà dell’altro..

Generalmente il visitatore del museo ,viene condotto come un bambino attraverso gli spazi, come se fosse in un aereoporto...icone, immagini ovunque, indicazioni,design ,
cartelli per spingere le porte e cartelli per chiuderle,
audioguide, deplians, spiegazioni a lato delle opere...un bombardamento..
Ponendo il fruitore nella posizione di un minus habens , che a furia di indicazioni continue per districarsi dal labirinto è obbligato a non pensare .
Tutto per non permettere di indagare , in silenzio, sulla percezione del guardare.
Complici anche le pachidermiche architetture dei nuovi musei progettati fine a se stessi..
come opera unica che quasi non necessita del contenuto.

Nell’architettura classica non ci si pone il problema di come muoversi, perchè è la conseguenza frattale delle nostro spazio interiore, l’orientamento è naturale
una passeggiata tra l’arte, non necessita di troppe indicazioni.

La mia concezione di spazio museale e del conseguente allestimento , parte dal rispetto dell’utente , dal rispetto dello spazio ospitante e dal rispetto della simmetria mentale e fisica .Il visitatore agisce da collegamento fra lo spazio fisico e quello delle informazioni.

Quello che si può creare come complemento tecnico e didattico io lo colloco negli spazi di transizione, ingresso, le scale, i corridoi gli spazi antistanti agli accessi ad aree di servizio
(bagni, bar, bookshop…
Come spazi di transizione , intendo,tutti quegli spazi di collegamento o di accesso nelle quali, tradizionalmente, il visitatore non si sente impegnato in un’attività estetica contemplativa.



In questi spazi il visitatore può scegliere di compiere delle attività non legate alla”passeggiata tra le opere”
Ci si può riposare, durante il passaggio o l’attesa, sfogliare un catalogo,
commentare le opere appena viste, approfittare del momento di “pausa” per leggere .

I discorsi dei visitatori cambiano , cambia il tono della voce , tenuta bassa durante il
dialogo con le opere.
Negli spazi di transizione, non esiste un’attività strutturata da svolgere, le attività che vengono svolte sono determinate autonomamente dal visitatore.
Progettare delle istallazioni che agiscano in maniera “non invasiva” permette quindi di selezionare i visitatori in base alla sensibilità ,verso un certo tipo di attività
proposta e sostenuta dall’istallazione, lasciando chi non si accorge proseguire la propria visita.

Lo spazio del museo, non concepito per ospitare esposizioni, deve essere esplorato da chi ha la curiosità per scoprirlo.

La scelta di non usare alcun tipo di pannello direzionale all’interno delle sale espositive, legittima una modalità esplorativa .
I pannelli di spiegazione, posizionati negli spazi di congiunzione delle esposizione,
incuriosiscono, proiettano lo spettatore all’interno dell’evento senza disturbare la consequenzialità delle sale.
Sono importanti eventi conoscitivi, non invasivi nell’allestimento se concepiti in maniera coincisa .

La posizione è importante, non deve ostruire e disturbare l’ingresso alle sale con le opere.
Non devono essere lunghe descrizioni tali da interrompere il flusso emozionale evocato dall’esposizione.
Personalmente trovo che delle citazioni collocate nelle sale espositive, con cura , delle giuste dimensioni di carattere e di una lunghezza di testo che non oltrepassi il colpo d’occhio, portino l’utente a collocare ancor meglio le opere storicamente ,
ed espandano la cultura artistica alla letteratura, incuriosendo l’approfondimento del tema.

Gli spazi di transizione, possono nella loro neutralità , essere un buon compromesso tra la didattica e la pulizia dell’ esposizione.

E come spazi di transizione ,intendo tutte le zone che si possono prestare alla divulgazione di materiale didattico.Dagli spazi per la vendita di libri e materiale inerente alla mostra a
quindi uso di spazi all’aperto dove ce ne fosse la possibilità,giardini, caffè ,ristorante
tutto quel che aggiunge valore all’esperienza museale.
Portando l’utenza a costruire un’idea e non acquisirla in maniera passiva.

Concludendo


Il “bel museo”, sia che esso venga concepito in un palazzo storico, che in un contesto che non richiama l’idea del museo è uno spazio spazio che deve far vivere le opere
Commuovendo il fruitore , uno spazio che incuriosisca , arricchisca .
“rappresentare l’invisibile” . sostenere l’emozione evocata dall’opera stessa.

Perchè gli “oggetti d’arte non hanno utilità” se non quella di evocare le emozioni
di sollecitare la sensibilità attraverso la cultura.
E perchè considerandomi per alcuni versi un artigiano,
è nella cura e nella passione dell’ emozione trasmessa ,attraverso il compimento del artefatto , che comunico la fedeltà del mio messaggio.

L’unico commento che mi fa capire se l’animo è stato sfiorato
è quando ascolto le persone attraversare le sale delle mostre
è quando sento dire...sottovoce....... ‘’ che bello ! ’’

Null’ altro , nessun commento intellettuale,
nessun percorso critico.
Solo la verbalizzazione dell’emozione.

Perchè la bellezza va insegnata vivendola e non teorizzandola,
risvegliando il riconoscimento del bello.

E un’esposizione complementare all’opera
una la giusta collocazione ,completa il godimento dell’ arte.



roberta puddu , Castello di Salemi, 22 Novembre 2008 .



***** MODIFICATO DA rueblanche il 24/11/2008 13.55.29 *****
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rueblanche, 24/11/2008 13:55:29
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