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exiwebart_theory
Le nuove cose (in)animate

Gli oggetti non sono più quelli di una volta. Non più isolati e silenziosi, impermeabili alla comunicazione, oggi parlano, trasmettono e ricevono dati, collegandosi tra loro. È la nuova “internet delle cose”, ultima frontiera della rivoluzione digitale. La tecnologia del momento sono i chip RFID. E come sempre, gli artisti non stanno a guardare...


pubblicato lunedì 17 luglio 2006
“Ora che abbiamo conquistato il mondo fatto di bit, dobbiamo riformare quello fatto di atomi. Non l’immagine simulata sullo schermo, ma la realtà corporale, fisica. Non curve matematiche e rendering, ma cose grosse e pesanti, che possono essere afferrate e tirate. Questo è l’universo che deve essere conquistato. Perché il mondo non può cavarsela da solo. Non è sostenibile, non ha futuro.” (Bruce Sterling)

Sarà sempre più difficile nel prossimo futuro parlare di oggetti inanimati per descrivere il mondo delle cose. Già oggi molti degli oggetti che ci circondano sono dotati di sensori e microchip, trasmettono e ricevono informazioni, interagiscono con le persone e l’ambiente. Andando a formare un complesso universo fisico interconnesso che è stato suggestivamente battezzato The Internet of Things, la rete delle cose. Lo slogan è stato coniato dall’Auto Id Center, organizzazione di ricerca con sede al MIT di Boston che promuove lo studio e l’applicazione della tecnologia chiave di questo processo: la RFID (Radio Frequency Identification). Si tratta, in sostanza, di un’evoluzione del vecchio codice a barre; le nuove etichette elettromagnetiche (dette anche RFID tag o transponder) permettono di identificare oggetti, persone o animali, oltre che di tracciarne l’esatta collocazione. Il tag è composto da un microchip che contiene informazioni (natura dell’oggetto, provenienza, caratteristiche, istruzioni per l’uso, destinazione), ma anche da un’antenna per ricevere e trasmettere dati a distanza. Questa tecnologia viene utilizzata ad esempio per la gestione delle merci in viaggio da un magazzino all’altro, nei sistemi anti-taccheggio di negozi e supermercati, nelle biblioteche, in alcuni impianti di pedaggio autostradale e nelle tessere del trasporto urbano. Se è fuori discussione l’enorme utilità insita nel poter riconoscere un oggetto, individuarne la posizione e ricostruirne l’intera storia, è quasi superfluo sottolinearne gli aspetti controversi in un settore già molto delicato come quello della privacy.
Meghan Trainor, With Hidden Numbers
Le preoccupazioni di chi mette in guardia dai rischi del contemporaneo regime di dataveillance (termine coniato da Roger Clark per definire un controllo basato sulle tracce informatiche di carte di credito, telefoni cellulari e reti) sono, com’è facile intuire, aumentate esponenzialmente con la massiccia introduzione di dispositivi RFID.
Aldilà delle applicazioni pratiche delle nuove etichette intelligenti, e delle questioni etiche e legali legate al loro utilizzo, è interessante approfondirne anche le implicazioni visionarie, creative e filosofiche. Numerosi sono infatti gli intellettuali, gli studiosi e gli artisti attualmente impegnati nella ricerca e nella sperimentazione sulla tecnologia RFID. Lo spunto principale ci viene dall’inossidabile Bruce Sterling, scrittore statunitense autore di romanzi caposaldo della letteratura cyberpunk, osservatore attento e acutissimo delle conseguenze psico-sociali del nostro ambiente altamente tecnologizzato. Nel suo ultimo saggio, Shaping Things (MIT Press, 2005), ripercorre l’intera storia del rapporto dell’uomo con le cose che costruisce e utilizza, dai semplici artefatti realizzati a mano fino alle macchine più complesse. Per descrivere i nuovi “oggetti intelligenti” (smart objects), Sterling conia l’affascinante termine spime, ponendo l’accento sullo strettissimo legame che questi nuovi prodotti intrecciano con il luogo e il momento. Gli spime possono essere rintracciati esattamente nel tempo e nello spazio (space + time).
Già da un paio d’anni a questa parte, gli RFID sono entrati nelle opere dei media artist di tutto il mondo, come era già successo per computer, telefoni, reti, cellulari e sistemi satellitari. Sempre Sterling, in una recente conferenza londinese, ha definito la tecnologia RFID (da lui ribattezzata arphid, termine subito adottato dalla comunità artistica per il suo indubbio carattere evocativo) come “il futuro dell’arte mediale”. Citando una serie di progetti artistici che ne sfruttano le potenzialità ed azzardando persino una previsione sul futuro sviluppo di tale tendenza (un primo periodo “magico” alla Meliés, incentrato sullo stupore per il dispositivo; una seconda fase di detournamento, che sottolinea il carattere controverso della tecnologia; e infine una fase matura).
I chip impiantati nelle mani di Nancy Nisbet
Osservando il panorama attuale, e volendo seguire la mappatura dello scrittore americano, l’impressione è quella di trovarsi più o meno a metà strada tra il primo e il secondo stadio. I progetti attuali infatti sembrano aver già in parte superato la semplice infatuazione tecnofila e già riflettono sulle implicazioni sociali e cognitive del nuovo universo fatto di cose interconnesse.
Nancy Nisbet, giovane artista canadese, già nel 2004 si impiantò un transponder nella mano e lo collegò ad un lettore posizionato all’interno del proprio mouse, in modo da tracciare ogni suo movimento sulla rete e riprodurlo sullo schermo. L’opera, Tracking Virtual Identity, rifletteva sul rapporto tra fisico e virtuale, e sulla natura in evoluzione del concetto di identità. La statunitense Meghan Trainor invece inserisce gli arphids all’interno di oggetti/scultura da lei stessa ideati, che, collegati ad un apposito lettore, generano un’ampia gamma di suoni, dando vita ad una performance musicale.
Ma l’opera più recente, attualmente in mostra a Londra presso la galleria HTTP, è Urban Eyes, di Marcus Kirsch e Jussi Angesleva. Il progetto sfrutta la tecnologia wireless, i chip RFID, la rete di webcam e infine un network animale. I piccioni londinesi vengono nutriti con mangime “arricchito” di microchip, che rimangono all’interno del loro corpo per circa 12 ore. In quel periodo di tempo, i volatili si aggirano per i cieli della capitale britannica, inviando informazioni sulla propria localizzazione ad un computer e ai dispositivi bluetooth attivi nelle immediate vicinanze. Il segnale si collega alla webcam più vicina e fa apparire sugli schermi un’immagine aerea della città, nel punto in cui il piccione sta volando. Una deriva psicogeografica aiutata dalla tecnologia e supportata dal sistema di comunicazione più antico e letterario. Novelli piccioni viaggiatori dotati di transponder.

link correlati
www.rfidjournal.com
http://blog.wired.com/sterling 
www.finearts.ubc.ca/nisbet
http://meghantrainor.com 
http://project-urbaneyes.blogspot.com
www.hansbernhard.com 
www.theseflocks.com 
www.electric-clothing.com 


valentina tanni


*articolo pubblicato su Exibart.onpaper n. 31. Te l’eri perso? Abbonati!

foto in alto: Il progetto Urban Eyes, di Marcus Kirsch e Jussi Angesleva

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