pubblicato martedì 27 settembre 2005Altro che influenza dei polli, il virus-impressionisti è molto più duro a morire. La tentazione è forte: chilometriche file alle casse, massima visibilità, pile di rassegna stampa che
Mario Merz ne avrebbe fatto un’installazione. E anche il Mart, alla fine, ha ceduto al fascino di Manet & Co., con una mostra goldiniana fin dal nome, ripreso a metà da
Da Van Gogh a Picasso, da Corot a Monet, tenutasi a Belluno nel 2004.
Ma al di là dell’ovvia e senz’altro benvenuta abbuffata di visitatori, questa mostra merita senz’altro altre e più lusinghiere considerazioni. Qui, a differenza di Treviso prima e a Brescia ora, non si ostentano solo dei nomi alle folle, come un tempo si faceva con le reliquie dei santi. In questa mostra i ‘nomi sacri’ ci sono sul serio, e tutti di primissimo piano. Ma l’autografia è qui impressa su sessanta opere d’arte che sono capolavori assoluti, quelli che più o meno tutti hanno conosciuto fin dai manuali scolastici; a partire da
Colazione dei canottieri di
Renoir, forse il più bel quadro mai dipinto dall’artista e ripreso pure da alcuni film, come in
Il favoloso mondo di Amelie.
Demiurgo di questa straordinaria collezione -oggi nucleo di uno dei più importanti musei al mondo- fu l’americano
Duncan Phillips, che la sudò pezzo per pezzo a partire dal 1918, ricercando la modernità più coloristica ed emozionale, senza però dimenticarsi di quei maestri che la modernità la precorsero di secoli. Il percorso, al contempo sobrio ed elegante, si apre infatti con un’opera di
El Greco, la cui commovente religiosità si esprime per deflagrazioni luministiche nel buio. Quest’opera, raffigurante il Pentimento di S. Pietro, è affiancata da una tela di
Goya con lo stesso soggetto, pregna però di una religiosità tutta popolare. Intensa più che mai la natura morta di
Chardin, che sembra anticipare di due

secoli
Morandi, mentre una bellezza sensualmente neoclassica domina una bagnante di
Ingres. Passando per il paesaggismo di
Corot,
Constable e
Courbet, superate le figure di
Delacroix e dell’irriverente
Daumier, oltrepassato il simbolismo di
Puvis De Chavannes e di un misterioso
Redon, si giunge così, colti da vertigine, al cuore impressionista della mostra.
Ad accoglierci c’è un
Manet dalle reminescenze goyane e, poco più in là,
Degas con i suoi soggetti più cari, le ballerine e le tenere adolescenti che si pettinano. L’impressionismo più diafano ed atmosferico è invece ben testimoniato da un paesaggio innevato di
Sisley e da due opere di
Monet che valgono da sole –un po’ come tutte le opere esposte- la mostra. Ben documentata pure la fase
post, con opere di
Cézanne,
Gauguine
Van Gogh.
Se la sindrome di Stendhal non vi ha ancora accarezzati, non temete. Dietro all’angolo il percorso continua con l’intimismo di
Bonnard e
Vouillard, il fauvismo di
Matisse e
Dufy, il cubismo di
Picasso,
Gris e
Braque, l’astrattismo di
Klee,
Kandinsky e
Feininger…
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Da Goya a Manet, da Van Gogh a Picasso
a cura di The Phillips Collection, Washinghton D. C.
Rovereto, Mart, corso Bettini 43
lun-dom 10.00-18.00; ven anche 18.00-21.00
ingresso euro 8,00 intero; euro 5,00 ridotto; scolaresche euro 1 a studente - catalogo Mazzotta
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