pubblicato mercoledì 31 maggio 2006Ci sono diverse motivazioni che rendono la mostra di
Martin Creed (1968, Wakefield) piuttosto
tiepida. Doveva essere l’avvenimento della stagione, e invece si è rivelato un clamoroso flop malgrado avesse tutti gli ingredienti giusti.
Il percorso comincia dall’esterno. Sulla facciata del palazzo compare la scritta al neon
Everything is going to be allright, tutto sta andando per il meglio. Una frase luminosa compare anche all’interno. Dice
Small, ma invece è big. Dirimpetto, un
“piano preparato”, il cui
détournement consiste nel fragore prodotto dal congegno che apre e chiude lo strumento. Proseguendo, poi si entra nel famoso ambiente a luci intermittenti che valse all’artista il Turner Prize nel 2001, percorso il quale ci si ritrova dinanzi ad un video, in cui una giovane, ripresa su fondo bianco, vomita. Per finire un tizio, pagato dalla Fondazione corre intorno al museo fino allo stremo. Ora, se ci pensiamo bene, c’è dentro tutta la storia dell’arte. Da
Joseph Kosuth, alla Minimal Art, Da
Marina Abramovic a Fluxus. Fino alla YBA, con una spolveratina -che mai guasta- di
Maurizio Cattelan. Ovvero: una ricerca sugli stereotipi del mondo reale -come di quello surrogato che chiamiamo arte- fino alla forzatura dei limiti del corpo umano, portato al parossismo.
Perché queste formule sembrano funzionare, e invece non f

unzionano più?
Il pubblico ama e capisce solo ciò che riconosce. Non a caso il piatto forte dell’intero congegno è il progetto del Turner Prize. Tutto il resto è un continuo richiamo a filoni che sono ritenuti contemporanei, ma -e qui sta la furbizia– sono già dei
classici. E in quanto tali, inattaccabili. Un ricatto bello e buono, che dà manforte qualora nemmeno l’autorità dello spazio, fondazione, curatore e artista bastino a placare gli animi più diffidenti.
Ma c’è di più. Non va
tutto bene, Mr. Creed, c’è poco da fare. Le nuove generazioni se ne fanno, infatti, un baffo di questa facile ironia che non fa ridere più nessuno. Della frigidezza di opere senza sangue, dove anche la violenza perde di drammaticità per diventare una gara al rialzo a chi offende, infastidisce, irrita di più. Ma queste sono ancora parole in libertà... Tornando a bomba, ci sono altre questioni da sondare. Perché, benché Martin Creed si affatichi a sovraccaricare i suoi lavori di ispirazioni colte altrove, questi non raggiungono la forza dei riferimenti di partenza? Innanzitutto la citazione è diventata retrò già verso la fine degli anni ’70, e questo è un dato storico. Inoltre, richiamarsi vacuamente al passato significa inevitabilmente mutuare da esso la forma puramente estetica, privandola del contenuto iniziale.
Quando Creed cita Kosuth, spoglia le opere del maestro della carica eversiva insita nei suoi messaggi tautologici, della freddezza analitica dell’
art as idea as idea. Il piano, pur chiudendosi rovinosamente su se stesso, è apatico e nulla conserva della forza rivoluzionaria dei Fluxus. E così via, vale per tutto il resto. Di cosa abbiamo bisogno oggi, solo il trascorrere del tempo potrà dircelo. E gli intellettuali che sapranno interpretare la nostra epoca.

Forse però un mondo come il nostro, sempre a rischio di implosione, avrebbe bisogno di riflettere sul passato, non di accettarlo di buon grado con l’esecuzione di meri esercizi di stile. O forse no. Forse l’opera di Creed è l’immagine in arte dello stato di salute della nostra società, di cui registra la passività. E in tal modo centra l'obiettivo. Ancora parole in libertà, insomma. E ai posteri l’ardua sentenza.
santa nastromostra visitata il 16 maggio 2006
Martin Creed - a cura di Massimiliano Gioni - dal 16.05 al 18.06. 2006
Arengario di Milano, Piazza del Duomo - Milano
Orari: Aperto tutti i giorni dalle ore 10 alle ore 20
info: 02 88450568 - press@fondazionenicolatrussardi.com [exibart]