IL (GRATTA)CIELO SOPRA NEW YORK Mentre nella Grande Mela è appena stata inaugurata la torre del New York Times e a Torino si discute sul progetto di un altro edificio alto quasi duecento metri, abbiamo incontrato l’artefice di entrambi. A Genova, nello studio di Punta Nave, per parlare con Renzo Piano. Fra occupazioni universitarie, giornate in cantiere e botteghe postmoderne...
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pubblicato lunedì 26 novembre 2007
"Apparirà nelle strade come una grande lanterna magica, continuamente accesa e costantemente in attività", affermava Renzo Piano al momento della presentazione del suo progetto per la torre del New York Times. Lunedì scorso, dopo sette anni, la sede di uno dei più importanti giornali al mondo è stata ufficialmente inaugurata: un grattacielo alto più di 300 metri, la cui superficie in acciaio e vetro, coperta da una guaina di profili in ceramica, riverbera le molteplici variazioni della luce di New York. Anche qui, l’architettura di Piano si fonda sulla leggerezza raccontata da Italo Calvino: l’edificio, che sembra fluttuare nell’aria grazie a un complesso gioco di trasparenze, si poggia sul suolo urbano quasi in silenzio, comunicando con la città in una perfetta osmosi tra spazio interno ed esterno. Per l’occasione abbiamo incontrato Renzo Piano nel suo studio genovese, Punta Nave, per parlare della sua ricerca, del modo in cui l’architettura si intreccia con le altre arti, in un dinamico processo di rimandi, intersezioni e contaminazioni.  L’architettura è come un iceberg dove la parte visibile è dieci volte più piccola di quella che non vedi, che dal basso la sostiene. Affonda le sue radici nell’antropologia, nella sociologia, nell’economia, nella scienza, nella storia, nella memoria, e poi ovviamente nella poesia, nell’espressione artistica. È fatta di mille sfaccettature. In questo senso la mia curiosità, mi è di grande aiuto. Io non riesco a fare architettura senza avvicinarmici quasi guardingo, andando a cercare tutti quegli ingredienti che intuisci daranno sostanza al tuo operare. Ogni volta che mi viene affidato un nuovo incarico mi reco più volte nel luogo che ospiterà il mio intervento, passeggiando con le mani in tasca, per carpirne i segreti, tendendo l’orecchio alle piccole voci. Questo è il mio modo per rifuggire l’accademia, per non cadere nella tentazione, sempre in agguato in questo mestiere, di ripetersi, di diventare autoreferenziale. L’unico modo per evitare questo rischio è quello di infilare il naso testardamente in tutto ciò che sta intorno l’architettura. Solo così facendo, la sperimentazione di nuove idee diventa un atto naturale, perché il progetto è un’avventura di cui ogni volta cambiano i fattori. E questo devo dire che l’ho imparato anche dai miei amici musicisti, letterati, da cui ho preso l’abitudine di raccogliere annotazioni su quello che mi colpisce. Italo Calvino ad esempio, che riempiva i foglietti ogni giorno di pensieri. O Luciano Berio che annotava musica dalla mattina alla sera. Così anche io ogni mattina mi metto in tasca un foglio vuoto e la sera è sempre pieno di appunti. Per questo motivo, qui a Genova ho voluto costruirmi uno studio completamente fuori dal mondo, in cui nascondermi per pensare, riflettere, trovare un momento di silenzio.  Non basta passare il tempo a raccogliere informazioni, hai bisogno anche di un momento di calma per metabolizzare, ruminare. La nostra cultura è ormai tutta basata sull’informazione, sul nutrirsi, sul raccogliere, ma io mi chiedo: se poi non c’è tempo per riflettere e quindi trasformare le notizie che immagazziniamo in qualcosa di nostro, a cosa serve? Ecco, credo che uno dei problemi fondamentali della nostra società è che si sa sempre di più e si capisce sempre di meno. Un conto è sapere, un altro conto è capire, ossia fare tuo. Capire nel senso nobile della parola. Pensando a Brunelleschi che iniziò come artigiano di bottega, orologiaio, ha detto che chi comincia da orologiaio può ben diventare artista, ma chi comincia da artista non sarà mai orologiaio...Questa è una battuta un po’ cattiva che faccio, non perché ce l’ho con gli artisti, piuttosto con gli accademici, con chi pensa che l’idea non sia legata alla sua realizzazione. Ce l’ho con quelli che all’università insegnano a ragazzi di vent’anni a diventare artisti. Li lanciano subito verso gesti eclatanti, alla ricerca dell’ispirazione. Lo trovo spaventoso. Penso invece che, dal punto di vista educativo, sia molto meglio coltivare in loro la curiosità di disubbidire, fornendogli al contempo gli strumenti del mestiere. Ecco perché un orologiaio comincia meglio: conosce la tecnica e, se ha talento, può poi sublimarla in espressione artistica. In questo senso, io sono stato fortunato perché sono nato in una famiglia di costruttori. Fin da piccolo passavo le mie giornate in cantiere. I miei primi progetti erano da costruttore. Avevo nel sangue questa voglia di manipolare la materia ma poi, a Milano negli anni ’60, ho avuto l’occasione di crescere civilmente con le prime occupazioni universitarie. Di giorno lavoravo da Franco Albini e la sera andavo a occupare l’università. Dormivamo sui materassi gonfiabili. Questa cosa non è di secondaria importanza perché sono cresciuto con questo malessere sociale, con questo forte desiderio di cambiare il mondo, una specie di ottimismo folle, di utopia. Questi due aspetti -la voglia di cambiare il mondo che mi deriva dal passare le nottate a discutere all’università e le giornate trascorse tra giunti e putrelle con uno straordinario maestro come Franco Albini- mi hanno allontanato irrimediabilmente dall’accademia, permettendomi di volare più in alto.  Dopo l’università mi sono trasferito a Parigi e poi a Londra, dove ho incontrato Richard Rogers. Insegnavamo entrambi all’Architectural Association School. Io andavo con gli studenti nel parco, ci portavamo dei materiali e facevamo esperimenti costruendo prototipi d’architettura. Venivano fuori delle strutture alte anche sei metri, che davano l’occasione ai ragazzi di capire le implicazioni spaziali e volumetriche dell’architettura costruita. Io credo che la tecnica, bisogna possederla a tal punto da scordarsela. Poi passano gli anni e riesci a far sì che l’abilità di assemblare elementi si amalgami a tutta una serie di fattori espressivi che fanno dell’architettura una grande, straordinaria arte. Questa mia fondamentale esperienza mi ha condotto a formare il mio studio come una bottega, nel senso classico del termine, la Renzo Piano Building Workshop. Un’idea antica ma anche straordinariamente moderna. Ogni anno tanti studenti vengono da tutto il mondo a fare esperienza qui. Una cosa a cui tengo moltissimo. Ne deriva un’idea di architettura come processo quasi artigianale, strettamente legato alla sua costruzione, informata però da una costante cifra poetica: la leggerezza. Cos’è la leggerezza in architettura? Ho cominciato a pensare alla leggerezza per gioco. La leggerezza per me all’inizio era l’arte di togliere, di levar peso alle strutture affinché funzionassero meglio. A livello concettuale scoprii poi, anche grazie ad amici che fanno altri mestieri, come il musicista Luigi Nono ad esempio, che la leggerezza è un modo di essere, di comportarsi, è una cifra poetica dell’espressione, un linguaggio. Nella scrittura è quella che lascia dei vuoti tra le parole, tra le lettere, dei punti di sospensione. Sicuramente è più facile far volare una frase, ma nell’architettura diventa una lotta alla legge di gravità. La leggerezza formale in architettura, la cogli se giri nel mio studio. Basti guardare alla luce, alla trasparenza di cui è fatto questo edificio. Mi piace lavorare sulle tensioni, sulle trasparenze multiple, sul complesso rapporto tra il costruito e la natura laddove non è chiaro dove inizia l’uno e finisce l’altra. Come la scrittura, anche la città per essere leggera deve essere pensata con una giusta armonia tra spazi costruiti e spazi vuoti, elementi di discontinuità che permettano di alternare segni forti e momenti di silenzio. articoli correlati Memorie dal suolo Renzo Piano Building Workshop alla Triennale di Milano link correlati www.newyorktimesbuilding.com
a cura di emilia giorgi
*estratto dell’intervista a Renzo Piano pubblicata su “Alias-Il Manifesto”, 17 novembre 2007, pp. 2-3
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