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TESTACCIO DI SERIE A

   
 Una volta vi si macellavano gli animali. Oggi, dopo l’abbandono e le occupazioni, i locali del circondario ne fanno uno dei punti nevralgici della movida capitolina. A suon di musica e di mostre. L’ex-mattatoio di Roma è, insomma, una fucina di programmi, un work in progress continuo. Il cui futuro si chiama Città delle Arti. Ecco chi ci sarà... Federica la Paglia 
 
pubblicato martedì 15 gennaio 2008
Il Campo Boario collocato tra il Monte Testaccio, il Cimitero Acattolico e il Tevere, nel centro di Roma, pare avere oggi come ieri un potere catalizzante, da sempre destinato a incidere sulle trasformazioni del quartiere che lo ospita. Alla fine dell’Ottocento, con la sua apertura, influenzò l’incremento abitativo della zona, nonostante i cattivi odori che ne provenivano, motivo del trasferimento degli stabilimenti di macellazione dalla zona di piazza del Popolo in un’area più decentrata. Ma, ovviamente, la necessità di numerosa manodopera e la vicinanza con le fabbriche sulla via Ostiense -come la centrale elettrica Montemartini, anch’essa adesso spazio culturale- e più tardi con le altre dall’altro lato del Tevere -come il saponificio Mira Lanza, ora sede del teatro India- trasformarono il circondario in un quartiere operaio. Quindi, estremamente popoloso e popolare, carattere che tuttora permane, pur nel progressivo aumento, negli ultimi vent’anni, dei locali notturni e ora della vita culturale, anticipata però dalla storica fondazione della Scuola Popolare di Musica di Testaccio, nata nel 1975 con l’occupazione di uno spazio abbandonato. Erano gli anni delle sperimentazioni e vicino di casa dei musicisti era il Teatro Spazio Zero.
Oggi la Scuola Popolare di Musica è uno tra gli inquilini del Mattatoio. Oltre alla sua sede originaria, occupa alcuni spazi dell’edificio industriale che -nel quadro di un’ampia riqualificazione prevista dal Progetto urbano Ostiense Marconi- sta cambiando il suo volto, accingendosi a diventare quella che sarà la Città delle Arti. Come sempre, porterà dietro di sé una naturale modificazione del contesto sociale, pur essendo a sua volta espressione dei cambiamenti della città che, negli anni, vive la tendenza ad aprire numerosi centri culturali.
Il gazometro dell'Ostiense visto dal Mattatoio
Il primo atto manifesto riguardante la svolta del Mattatoio è stata, quest’anno, l’inaugurazione dello spazio comunale per l’arte contemporanea Macro Future, o meglio del secondo padiglione del fu Macro al Mattatoio che, per l’occasione, ha cambiato nome, denunciando la volontà di proporsi come distaccamento “sperimentale” della sua sede istituzionale, nella più borghese via Reggio Emilia che, anch’essa in fase di ampliamento, occupa gli spazi, ugualmente industriali, dell’ex Birrificio Peroni. Ma mentre qui ferve il cantiere di Odile Decq, al mattatoio i grandi hangar del Macro Future aspettano ancora altri interventi e miglioramenti. “Abbiamo intenzione di pensare un collegamento che unisca i due padiglioni che oggi sono divisi, uno di fronte all’altro”, ci dice Danilo Eccher, direttore dell’istituzione. “Inoltre, porteremo al Mattatoio almeno un ufficio, per garantire una presenza fissa anche a livello amministrativo”.
E così il Testaccio un poco cambia faccia: agli habitué dei locali si affiancano i frequentatori del nuovo Mattatoio, gli studenti e gli operatori culturali, e accanto agli storici abitanti si scopre qualche artista.
Nel Campo Boario i cantieri sono aperti, ma alcuni spazi sono già attivi. Il Macro Future e la Scuola di Musica, appunto, ma anche il Teatro dei Cocci, il Centro Culturale Ararat e la Città dell’Altra Economia di recente apertura, che affianca il più vecchio Villaggio Globale, centro sociale interculturale dalla storia in parte turbolenta, fatta di sgomberi e concerti, pranzi sociali e progetti artistici come quello degli Stalker realizzato con i gruppi Rom alcuni anni or sono.
Non solo arte, quindi, ma anche un centro di commercio che, però, intende aprire il dialogo sui temi del consumo equo e solidale, del turismo responsabile, del riciclo e della finanza etica, La Pelandasviluppando progetti di sostegno alle imprese e workshop, conferenze o corsi di formazione offrendo la possibilità di accedere anche a un centro di documentazione interno. Senza rinunciare -e siamo sempre nella Città dell’Altra Economia- a un vero e proprio supermercato biologico, con prodotti freschi e confezionati e golosità da tutta Italia. Golosità che riforniscono anche il bio-bar e il ristorante, diventati punti di ristoro di tutta la costituenda Città.
Ma andiamo avanti a scoprire quello che è, e soprattutto quello che sarà, questo grande vuoto urbano capitolino. Nel complesso di archeologia industriale ci sono anche le aule della Facoltà di Architettura della III Università a cui si aggiungeranno, secondo il IV accordo di programma Comune di Roma-Università Roma Tre, biblioteche, laboratori e aule del Dams, oltre a un ingresso dell’Accademia di Belle Arti, troppo cresciuta per rimanere esclusivamente nella sede storica vicino l’Ara Pacis. La prevista Biblioteca delle Arti dovrebbe essere, secondo i progetti (tutti già approvati e finanziati), la più grande nel suo genere a livello europeo.
Si profilerà dunque un polo di vivace aggregazione, che già alla fine del 2008 vedrà la nascita del centro di produzione culturale La Pelanda. Al momento è un cantiere di seimila metri quadri che prende forma velocemente e che sta trasformando gli spazi più significativi del mattatoio tutto. Sarà uno spazio rispettoso delle architetture originali e aperto a frequentazioni quotidiane, per chi voglia fermarsi a parlare o a lavorare col proprio notebook, al di là dell’opportunità di assistere a spettacoli o mostre. Vi saranno aule per conferenze e didattica, uno studio di registrazione, teatro, magazzini, atelier e foresteria per ospitare artisti e possibilità di incontri internazionali, favoriti dal network di centri culturali di cui già fa parte Zoneattive, l’azienda di produzioni per la cultura (posseduta al 100% dal Comune di Roma) che porta avanti questo progetto dal 1999. Il tutto all’insegna dell’interdisciplinarietà: un’apertura culturale ed un attraversamento di linguaggi che troverà la sua prima esplicitazione nelle ampie vetrate che consentiranno la visione totale dello spazio, dando la percezione di condivisione, come ci racconta durante la visita al cantiere Emiliano Paoletti, direttore di Zoneattive. Il padiglione affidato dal Comune era quello deputato alla pelatura dei suini: ne sono memoria i vasconi e le enormi cisterne per l’acqua, che rimarranno in loco anche a lavori conclusi.
La Pelanda punta chiaramente a riempire il gap che la Città Eterna ha accumulato nei confronti delle “competitor” internazionali. Prime fra tutte, Londra e Berlino, dove gli spazi di aggregazione e produzione culturale non mancano. “Ci porremo sulla scia di analoghe realtà già esistenti in Europa”, ha infatti dichiarato l’assessore romano alle Politiche Giovanili, Jean Leonard Touadi, che deve portare a frutto un investimento da parte del Comune di ben dodici milioni. La Pelanda sarà utile anche a far sì che Enzimi, manifestazione di creatività giovanile promossa ogni anno da Zoneattive, diventi attiva ininterrottamente e che non sia più un evento.
L'Università
Insomma, oltre alla cucina tradizionale, le feste, il mercato e i due teatri storici, il più giallorosso dei quartieri romani (qui c’era il primo stadio della compagine calcistica capitolina) avrà la sua Città delle Arti. E chissà che davvero non si dia seguito alle voci di una possibile apertura anche del Museo della Roma Calcio. Il sindaco, sebbene juventino, sembrerebbe averne fatto cenno e, in fondo, non ci sarebbe luogo più adatto.

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federica la paglia


*articolo pubblicato su Exibart.onpaper n. 46. Te l’eri perso? Abbonati!

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