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in fumo_interviste
Marco Corona

Un segno in mutazione, sensuale perché parla ai sensi, li provoca. All’inizio forzando i limiti del ripugnante per trovarci una diversa bellezza, ora raccontando inquietudini più sottili. Fumetti intrecciati all’esistenza, e non per l’occasionale autobiografismo, ma per ciò che unisce la vita e il racconto...


pubblicato mercoledì 5 marzo 2008

La tua personale allestita a Perugia dalla Galleria Miomao si chiama B-sides e mostra ciò che normalmente resta escluso dalla pubblicazione, “la materia instabile” e mutagena da cui poi sarà distillato il libro. Come nascono i tuoi fumetti?
I disegni e le situazioni nascono da immagini che mi attraversano la mente oppure che sogno o che, molto spesso, ho nel dormiveglia. Le immagini arrivano, e per un po’ non faccio altro che proiettare il mio filmino mentale. Prima di cominciare devo viverci dentro, abitarci.

Poi come procedi?
Lavoro senza orari e in qualunque momento della giornata. Non ho un vero metodo, ma sto cercando sempre più di disciplinarmi e di mantenere l’unità stilistica all’interno di una storia. Ora, prima di cominciare mi scrivo dei concetti guida, un po’ come Fellini che, quando girava 8 e mezzo, si era fatto fare un cartello con scritto “ricordati che è una commedia”. Sono concetti che subiranno variazioni, ma utili per non perdersi. L’inizio di una storia è sempre una stanza vuota nel nulla; poi, a poco a poco, incominci a riempirla e a costruirle intorno. Oppure è come andare ad abitare in un nuovo quartiere, che impari a conoscere strada dopo strada ogni volta che esci di casa. Ma questo, prima di essere un metodo di lavoro, è un modo di vivere e percepire la realtà, ed è una cosa che ho bisogno di condividere. Mi piace raccontare agli amici e alle persone che incontro quello che sto facendo. Penso che sia un peccato che tra fumettisti non ci sia più scambio in questo senso. Spesso si parla di lavoro in maniera molto tecnica, piatta. Allora diventa abbastanza noioso.

Il dialogo con amici e colleghi lo porti avanti con i tuoi blog, che sono particolarmente vivaci e aggiornati con una certa frequenza...
Sì, ne ho sei, ma il principale è Il canguro pugilatore, quello dove pubblico i miei disegni. Non sono mai riuscito a organizzare un archivio delle mie cose, invece il blog mi aiuta a ricordare e a non disperdere quello che faccio.
Disegno di Marco Corona per L'ombra di Walt
Una specie di archivio pubblico?
Esattamente. C’è anche lo scambio di battute con i lettori o con gli altri autori, che poi quasi sempre sono anche amici. Più che altro si scherza, ma certe volte parlando in maniera leggera o prendendosi in giro possono venire fuori cose interessanti.

Penso a David Lynch e al suo approccio laterale per descrivere il proprio lavoro. È un autore che mi pare ti sia vicino: per entrambi l’importante è restare fedeli alla (propria) realtà senza concessioni, al realismo. Ed entrambi vi preoccupate più di creare mondi che di raccontare storie...

Non amo i finali chiusi. E non credo del tutto alle storie, o almeno non sono la sola cosa che m’interessa. A volte mi accorgo di voler raccontare stati d’animo, sensazioni, più che delle storie nel senso tradizionale del termine. E penso che anche tra chi legge ci sia chi vuole soprattutto atmosfere.

Riflessi è finora il tuo lavoro più compatto dal punto di vista narrativo, ma è sempre costruito sullo scivolare di realtà e visione l’una nell’altra.
I sogni li ho sempre vissuti come qualcosa di assolutamente vero e importante. Da bambino cercavo di guidarli, volevo portarli a forza nella direzione che volevo, ora finiscono nelle storie insieme alla realtà perché non c’è un confine preciso. Il fatto è che non ho un’idea della realtà chiaramente distinta dal sogno o dalla visione. Ancora una volta, è una questione di percezione. Sono gli altri, le persone che incontro o che semplicemente mi sono intorno, a darmi di volta in volta i limiti, a dirmi cos’è la realtà. Ecco, la mia idea di realtà è presa in prestito dagli altri.

Una tavola di Per grazia ricevuta di Marco CoronaCol tempo la tua visione è diventata sempre più precisa, e questo mentre continuavi a variare gli approcci e ad assorbire suggestioni dall’esterno.
Capisco il bisogno di rimanere fedeli allo stile, ma lo considero un po’ una leggerezza. Oggi, con Internet, è impossibile non restare influenzati, e in qualunque momento puoi scoprire che qualcuno, da un’altra parte del mondo, sta facendo una cosa molto simile alla tua. Non è una cosa che mi spaventa. Io sono un divoratore di fumetti e voglio rimanere influenzato da quello che leggo.

Quali sono gli autori che pensi ti abbiano influenzato di più?
Jack Kirby. Ho appena riletto Gli Eterni e la sua forza visionaria continua a colpirmi. Kamandi... E poi sicuramente i Moomin Tove e Lars Jansson, mi piace sempre leggerli ed entrare nel loro mondo.

Mi sembra che nei tuoi fumetti la distinzione tra sfondo e personaggio viva uno stato d’instabilità, dove l’uno tende continuamente ad assorbire l’altro, a essere assorbito. Nel libro In mezzo, l’Atlantico, che nasce dal tuo lungo soggiorno in Colombia, la vegetazione ha un ruolo centrale, le piante non sono solo una parte dell’ambiente...
Le piante sono una forma di vita lenta e inesorabile. Le puoi tagliare, calpestare, ma loro in silenzio continuano a crescere. Subiscono tutto senza potersi difendere, ma sanno che alla fine saranno loro a prevalere: “Sopporto e lentamente l’avrò vinta!”. Come Ghandi. Mi viene da domandarmi che tipo di coscienza abbiano potuto sviluppare nella loro immobilità e nel loro silenzio. È una cosa che mi affascina e m’inquieta.

In Frida Kahlo – una biografia surreale, l’intensità e la partecipazione emergono con più forza proprio quando il racconto ostenta ironia...
Credo che sia diversa dalle altre biografie, a fumetti e non. È il frutto di una scoperta, non solo di un’artista, ma di una persona che ha subìto le violenze più dure dalla sorte e che, nonostante questo, ha vissuto e ha creato con ostinazione. Nei suoi quadri c’è il racconto fedele della lotta quotidiana contro la sfiga che si accaniva su di lei. Mi sono basato sul dato biografico e poi ho messo in fila una serie di scenette, forse non vere ma verosimili, dove ho cercato di immaginare come doveva sentirsi. Come nell’episodio in cui lei vede il film Frankenstein e, stando alle date, potrebbe davvero averlo visto. Mi piaceva l’idea che lei fosse contemporaneamente il mostro e il suo creatore. È Frida che si ricostruisce, che ricrea il suo rapporto con il proprio corpo e con gli altri.

Marco Corona - Riflessi 1 - copertina inedita, tecnica mista su carta - 2006 - courtesy Galleria Miomao, PerugiaStai per terminare L’ombra di Walt, una storia a cui hai lavorato a lungo e per la quale c’è molta attesa. Alcuni disegni e tavole non definitive sono in mostra a Perugia e molti si stupiscono che tu le abbia scartate.
Quelle esposte, come le cose che spesso pubblico sul blog, sono delle prove, fasi del percorso di avvicinamento a quello che poi, per me, è il lavoro finito. Solo che io ho bisogno di vedere completata anche la tavola di prova, e così, anche se ho già capito che non andrà bene, la porto a termine. Questo naturalmente rallenta tutto il lavoro. E dopo ci sarà sempre chi preferirà una delle prime versioni.

Di cosa racconta la storia?

Uso l’acquerello e la storia è molto legata alla tecnica con cui la racconto. Mi sono reso conto che Riflessi, sia per lo stile che per alcuni temi, era stato un lento avvicinamento a L’ombra di Walt. L’ho pensata come una serie e ho ben chiaro il primo episodio, quello a cui sto lavorando, che si chiama La grande depressione. È ambientato in una situazione di dopoguerra, di euforia quindi, ma è un’euforia che nasconde il deteriorarsi delle cose. Ecco, penso che, a un certo punto, le cose si deteriorino in maniera irreparabile, e non c’è modo di farle tornare quelle che erano. Anche l’euforia che c’era nei primi cortometraggi di Walt Disney si consuma. Nel titolo c’è un richiamo a quella che considero una figura fondamentale, anche se non c’entra direttamente con la storia, e il protagonista, un cane antropomorfo, in un certo senso è un aborto di Disney.

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la rubrica in fumo è diretta da gianluca testa

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