Milano è ancora il cuore del mercato dell’arte contemporanea italiana, ma storicamente vive un insanabile conflitto tra pubblico e privato. Ognuno va per la sua strada. Così accade che in una città importante, ma che non è New York, vivano da separati in casa il fronte di via Ventura e dei galleristi che, sodalizzando con i big stranieri e attingendo alla fucina breriana di
Garutti, hanno fatto il mercato in Italia negli ultimi vent’anni, i nuovi che si candidano come alternativa guardando soprattutto all’estero, lo sgarbismo e il daverismo delle istituzioni pubbliche, l’Italian Factory di Riva, il protezionismo italico del gruppo Rcs, “Arte” e “Flash Art”, il Premio Cairo e via Farini.
Tutti a tirare una coperta troppo corta, i cui frutti sono il disorientamento dei collezionisti potenziali, i musei che non nascono, le fiere che affossano, appunto. Il pluralismo è bello, ma se si riduce a bega di quartiere diventa provincialismo. Così finisce che il nemico più forte di Miart non siano le fiere estere e neppure Artissima o Artefiera; ma una larga parte degli operatori milanesi che hanno deciso che della kermesse meneghina si può fare anche a meno. Si dirà che dopotutto Londra è riuscita a fare a meno di Frieze fino al 2003. Già, ma lì ci sono scuole all’avanguardia (Goldsmiths, St. Martin e Royal College), un sistema museale formidabile, ci sono grandi gallerie e collezionisti. Ma, soprattutto, ci sono le case d’asta a fare il mercato dell’arte globale.
Quel mercato che all’arte italiana concede circa un paio di wild card ogni decennio, spesso fuori tempo massimo:
Fontana e
Manzoni, l’Arte Povera, la Transavanguardia,
Cattelan e
Beecroft. E se l’euro non farà un passo indietro, le prossime si faranno attendere un pezzo.
ANTEPRIMANel complesso debole, la sezione tradisce le attese. Anche se qualche spunto positivo non manca. Un esempio sono le nuove foto di girasoli secchi di
Glen Rubsamen della madrilena
Benveniste, una selva carbonizzata dove l’elemento naturale si confonde con quello artificiale. Nel caso della romana
Interno Ventidue gli va male perché pesca, di
Paul Ferman, che è artista di un certo spessore e curriculum, il progetto meno convincente della sua più che ventennale carriera (
Necessary illusions, 2007).
Sul fronte milanese si confermano
Federico Bianchi,
Riccardo Crespi e
Federico Luger tra le punte delle gallerie emergenti. Il terzo, membro della Commissione della fiera, si spalma in questa edizione con due stand, inaugurazione nella nuova sede a due passi dalla fiera, video selezionato nella sezione di Arévalo di quell’
Hernández cui si deve la suggestiva discesa all’inferno dantesco descritta sui barili di petrolio schiacciati in via Dante, special project della vigilia della fiera.
Secco e rigoroso l’allestimento della trentina
Deanesi, con una scelta dai progetti fotografici di
Louis Molina Pantin, una continua indagine concettuale sul paesaggio e l’architettura di interni dai risvolti economici e politici. Articolata la collettiva di pittura anglosassone della torinese
Glance, che anticipa la mostra di
Jocelyn Hobbie, i cui ritratti tradiscono una sensualità dannunziana e balthusiana. A proposito di tributi al passato, si ispira a Watteau il paesaggismo di
Bénédicte Peyrat della tedesca
Thomas Rehbein. C’è anche il ritorno di una vecchia conoscenza,
Antonio De Pascale, con uno stand monografico per la parigina
Salvador.
Sosta d’obbligo da
Fabio Paris per vedere gli ultimi sviluppi dell’arte elettronica: da una fiera l’evento in preparazione al Center for Digital Cultures and Technology di Bruxelles, in concomitanza con la fiera locale, si propone di infrangere le barriere dello scetticismo del collezionismo reazionario e dimostrare come l’arte dei nuovi media è ormai collezionata in tutto il pianeta da privati e musei. Allo stand di Milano una nutrita rappresentanza dei protagonisti dell’evento di Bruxelles conferma che la galleria bresciana, ora con la complicità continua di Domenico Quaranta, detiene il primato italiano in questo settore di ricerca.
Ultima annotazione per un’accoppiata al femminile di
Artopia:
Giada Giulia Pucci e
Martina della Valle.

I PROGETTINuevos Territorios AmericanosCaratteristica di questa edizione di Miart è senza dubbio la grande indagine sull’arte latino-americana condotta da Omar-Pascual Castillo con il progetto
Nuevos Territorios Americanos.
Pan American Art Projects allestisce una personale all’argentino
Léon Ferrari, Leone d’Oro alla Biennale di Venezia del 2007, con opere dal 1990 al 2005. Esposti sono i classici
written painting, lavori calligrafici intensi e ansiosi, sul genere di quelli in collezione al MoMA.
Anche quella della milanese
Prometeo è una personale, stavolta del colombiano
Rosemberg Sandoval, che è geniale quando riproduce le bandiere del mondo su un fregio fatto di immondizia o trascina i mendicanti in galleria, ma diventa agghiacciante ritraendosi con feti morti o brandelli di cadaveri. È il limite maggiore di molti artisti sudamericani, quando la violenza e la morte diventano gratuita maniera (non occorre citare l’esempio dalla cronaca recente del costaricense
Vargas).
In questa finestra aperta su un territorio culturale ricco di spunti e ancora da indagare approfonditamente si segnala anche
Iturralde Gallery, che lascia spazio al video di
Oscar Muñoz,
La linea del destino (2006): inquadratura fissa sul palmo della mano concavo e l’acqua che vi è contenuta che scivola via, consumando progressivamente il volto riflesso del riguardante.
Bourgeois PlaisirÈ la piazzetta di Milovan Farronato, che non si è sprecato più di tanto selezionando cinque gallerie emergenti che, per parte loro, nulla hanno fatto per mostrare un po’ di progettualità a medio termine. Non pervenuti gli annunciati ospiti stranieri. A spiccare nell’occasione è forse il lavorìo della bresciana
Citric, che dimostra un certo dinamismo e occhio nella scelta degli artisti, anche se manca ancora una solida regia. Bene anche la pistoiese
Spazio A.
Atlante americanoÈ un valore aggiunto della fiera il progetto di Antonio Arévalo, una black room dove sono proiettati 14 video dai Paesi sudamericani. La selezione è ottima, la qualità degli artisti pure (
Apóstol,
Bruguera,
Castro,
Galindo,
Navarro ecc.). Dissacrante critica all’UE, in particolare, il lavoro
Doing it ti death di
Jota Castro (2004), su musiche di James Brown. È vero che il progetto è reduce dal Foro Mondiale delle Culture di Monterrey, è vero che in fiera le rassegne video non funzionano se non on demand, però Arévalo, curatore molto attivo che vive in Italia da anni ed è stato anche commissario del Cile alla Biennale di Venezia, si conferma un referente attento del panorama latinoamericano che andrebbe interpellato più spesso.

CONTEMPORANEO
Anche qui il giro scorre senza emozioni.
1000eventi e
Guy Bärtschi si uniscono per presentare la ricerca concettuale dello statunitense
Douglas Huebler, mancato nel 1997.
Curti/Gambuzzi salta sul carro degli indiani con
Sheba Chhachhi e
Nataraj Sharma.
A proposito di indiani, le novità di
Marella sono invece i ritratti fatti di timbri di
Reena Kallat. Per la galleria milanese anche la scoperta, a scoppio ritardato di un decennio per la verità, della Mission School di Frisco: l’allestimento pop-geometrico sulla parete esterna è di
Clare Rojas.
Fuori posto la
Galleria Grossetti, meglio le sue scelte nel classico che nel contemporaneo. Per questo si ricorda soprattutto la ruota spezzata di
Spagnulo, artista particolarmente presente in questa fiera.
Raffaelli espone
Terry Winters,
Colombo alterna il popolare magico di
Presicce al crepuscolare fantastico di
Stefania Romano,
Project B anticipa la personale di maggio del Turner Price
Keith Tyson. I suoi
Nature painting, tecniche miste su alluminio, dimostrano straordinaria raffinatezza retrospettiva sui temi della pittura di paesaggio.
Tra le punte di eccellenza sta il lavoro
Untitled di James Brown (compagno d’avventura di
Basquiat e
Haring), del 1997, presentato da
Lipanjepuntin.
Ca’ di Fra sfrutta il traino della doppia mostra al Pac con
Witkin e
Saudek,
Elleni punta sulla pittura analitica italiana degli anni ’70 di
Griffa,
Olivieri e
Aricò. Curiose le opere di
Justine Kurland da
Scognamiglio: di sapore folk, sembrano la traduzione fotografica dei quadri di
Peter Doig.
Rino Costa lascia tutta la scena a un
Salvo anemico,
In Arco si gioca un
Martin Maloney monumentale,
Rubin rispolvera il polacco
Leon Tarasewicz (una Biennale in curriculum per lui).
Rientra nei canoni museali la presenza di
Cardi, con
Bertozzi & Casoni,
Calzolari, un
Hirst milionario,
Salle e
Penone. E se la bolzanina
Antonella Cattani sfoggia interessanti lavori di
Tirelli, sul fronte veneziano ci sono segni di rinascita, grazie all’intraprendenza di
Michela Rizzo, qui con le croci lignee di
Richard Nonas e il
Lawrence Carroll portato al Correr, e al rigore di
Jacopo Jarach; da segnalare per quest’ultimo l’antipasto della personale di
Giorgio Barrera, recente vincitore del Premio Baume & Mercier.
Sfruttiamo la penuria di segnalazioni di rilievo citando l’ostinato lavoro di un’altra galleria veneta, lo
Studio Valmore, una missione in difesa dell’arte cinetica, programmata e optical. Il genere non sarà più tanto di moda e tuttavia è un capitolo della storia dell’arte del Novecento che continua ad avere un largo seguito, anche nella trendissima Art Basel.

MODERNOArriva alla fine la vera boccata di ossigeno. Il settore dell’arte storica è il vero gioiellino della kermesse milanese. Compatta e di gran qualità, si carica sulle spalle tutta la fiera e la porta fuori dalle secche del controverso panorama contemporaneo.
Si parte subito con il botto da
Bonaparte con un piccolo
Balla del 1912: si intitola
Linee di velocità + vortice e viene direttamente da casa Balla.
Tornabuoni risponde con un importante
Merz del 1977-78, una tecnica mista su carta intelaiata di 2 metri per 1,5, un delizioso
De Dominicis del 1996 (
Urvasi e Gilgamesh), le
Impressioni di paesaggio del 1908 secondo
Boccioni, persino un
Matisse del 1918 (
Le Mont Chauve).
Nella selezione del disegno italiano allestita da
La Scaletta spiccano i
Perilli e un
Afro pre-astrattista. Da segnalare qui anche un lavoro del 1965 di
Calzolari,
Prolegomeni per una definizione dell’atteggiamento.
Mazzoleni bissa l’appuntamento dedicando un intero stand a
Vasarely,
Tega chiude buone vendite con
Castellani e
Parmeggiani.
Fra gli stranieri è sontuosa la presenza della spagnola
Manel Mayoral: si va dal notturno blu di
Picasso del 1898 (
Horta de Sant Joan) ai
Miró di ottima fattura fino all’ampia offerta di
Antonio Saura. Transitando da
Anfiteatro, dove è esposto un buon
Dorazio di fine anni ’50, si arriva davanti a un enorme sole giallo di
Schifano (1979-80). I lavori degli anni ’60 dell’artista li propone poco distante
Tonelli.
Dal pop all’astrazione geometrica,
Cardelli e Fontana mettono in mostra una bella selezione di
Nativi (1948),
Soldati (’51) e
Reggiani (’53). Sul fronte futurista invece si colloca
Artecentro, di cui segnaliamo una cavernosa opera di
Gerardo Dottori.
Ultimo ma non ultimo il grande
Birolli del 1953,
Canale nero, allo
Studio Campaiola, passato per la Biennale dello stesso anno.
C’è anche la bresciana Agnellini (un anno di vita), che persegue il piano delle grandi retrospettive. Per il 2008 ne sono in programma due: la prima di
Tobey a cura di Daverio, la seconda di
Villeglé della direttrice Dominique Stella. Intanto qui ci sono venti opere di
Andy Warhol. Nessun capolavoro, intendiamoci, ma è comunque un bel richiamo per il pubblico dei curiosi.

CONCLUSIONE
La 12esima Miart va in archivio con una buona notizia: a girare per gli stand si sono rivisti spicciolate di collezionisti che contano, anche stranieri, anche italiani che si dichiarano traditi da Artissima. Da qui bisogna partire: non è in discussione il ruolo di capitale italiana del mercato dell’arte di Milano. Vale però la pena di prendere atto del clima non positivo che circonda la kermesse, sia sul fronte istituzionale che sul fronte degli operatori storici del contemporaneo. Il cambio di marcia s’impone, a costo di un decisionismo impopolare (Bellini a Torino insegna).
Il settore moderno funziona? Bene, sia valorizzato in sé, con un evento dedicato. Perché non pensare dunque a due appuntamenti distinti, uno per l’arte Otto-Novecento storico e uno che copra il segmento dal Post-War a oggi? Il tempo delle grandi fiere generaliste è finito, di queste sopravvivono solo kermesse storicizzate (Madrid, Basilea, Bologna...). Nel fitto panorama internazionale emergono oggi invece modelli compatti, iper-selezionati, specialistici, con un target ben individuato: il collezionista di
Balla non è lo stesso che acquista
Ofili o
Tillmans ma neppure cinesi e indiani. E neppure
Paolini o
Judd.
E se i galleristi consolidati non sostengono il progetto, si profondano energie alla ricerca degli operatori emergenti. Soprattutto si punti a valorizzare i nuovi punti di forza del mercato, si studino con attenzione gli stakeholder, si cerchi insomma di educare il collezionista del futuro. Una proposta? Fare ciò che nessuno vuol fare, aprire finalmente un confronto in campo aperto con le case d’asta che, nel mercato globale, stanno riuscendo a fare ciò che storicamente non gli è mai riuscito: metter mano sul mercato primario.