Lasciare uno spazio espositivo di 400 metri
quadrati, a Lissone, per approdare a Milano, ma in una stanza di ben più
ridotte dimensioni. La Galleria Six cambia formula, scegliendo di fare di
necessità virtù. Il ridimensionamento degli spazi si traduce infatti in una
precisa scelta di programmazione: non più grandi mostre, ma personali dedicate
esclusivamente a un’unica opera, lasciata libera e solitaria all’interno di uno
spazio immacolato e senza arredi.
Una sfida per le opere, e che perciò privilegerà
inizialmente soprattutto artisti affermati, come
Joseph Kosuth e
Nam June Paik. Ma anche per gli
spettatori che, confrontandosi con un’opera sola, restano dapprima sorpresi e
perplessi, ma poi vengono “costretti” a un silenzioso esercizio di profondità
dello sguardo, potendo riscoprire la disponibilità a dedicare un tempo diverso,
sia quantitativamente che qualitativamente, a ciò che hanno di fronte.
La mostra di
Dennis Oppenheim (Electric City,
Washington, 1938; vive a New York) è la prima a dare il segno delle intenzioni
della galleria.

Viene presentata la
maquette di un’opera che ha
avuto una genesi trentennale, passando dal progetto di fine anni ‘60 al modello
del 1989, fino alla realizzazione definitiva per la Biennale di Venezia del
1997.
Una tipica chiesa del New England è presentata
inclinata e capovolta, con la punta del campanile conficcata a terra, unico
elemento in grado di reggerla in equilibrio. La chiesa è per metà spogliata
delle sue pareti, lasciando nella parte superiore soltanto uno scheletro d’assi
a segnarne la forma, soluzione che permette alla luce notturna, o artificiale,
di enfatizzare la suggestione delle sue ombre.
Per quanto innocente - un’opera aggressiva ma
non blasfema, come ha sottolineato il suo autore - l’opera ha avuto
un’accoglienza controversa. Oppenheim ne dovette cambiare il titolo, dall’iniziale
Church a
Device to Root Out Evil, facendone una sorta di grande insegna
rovesciata, che anziché indicare la strada per il Paradiso mostra quella che
conduce all’Inferno. Ciò non fermò le polemiche, che in seguito costrinsero a
un’esistenza travagliata una delle tre versioni esistenti dell’opera, dapprima
rifiutata dalla Standford University, in seguito approdata a Vancouver, da dove
l’anno scorso è stata nuovamente rimossa, per finire al Museo Glenbow di
Calgary.
Oppenheim ha fatto della deformazione o reinvenzione
di forme e strutture familiari un segno della propria public art, mostrando come
sia possibile far cambiare il loro significato e valore simbolico mutando la
prospettiva da cui le si osserva.

In questo caso, la figura della chiesa
acquista una tensione dinamica e aggressiva, trasformando un solido luogo di
sicurezza e tranquillità in uno strumento minaccioso. Come dimostrano sulla maquette
le tre
figure umane che sostano a poca distanza dall’edificio capovolto e incombente.