pubblicato martedì 2 dicembre 2003La fondazione del collezionista
Davide Halevim opererà su più livelli: graduale trasferimento della collezione privata alla fondazione; mostre temporanee con acquisizione di alcune opere; produzione di mostre di artisti emergenti.
Il primo anno sarà votato al tema della “donna” e la prima mostra è una collettiva di cinque artiste internazionali. Il fil rouge che il curatore Edoardo Gnemmi ha individuato per selezionare fra la produzione delle artiste è la “narratività” e il titolo (ripreso da una serie di Sam Taylor-Wood) si riferisce alla possibilità da parte dello spettatore di immaginare una trama sulla scia dell’iniziale impatto visivo delle foto.
La mostra si apre con un’artista ‘di grido’ come
Tracey Moffatt (Brisbane, Australia, 1960), della quale viene proposto il polittico
Something more del 1989: le nove fotografie delineano effettivamente una trama, ma poco intelligibile nel suo insieme; la serie di eventi tragici, quotidiani, di gesti d’affetto si risolve in un insieme di suggestioni che comunque rimanda alle origini dell’artista di aborigena adottata da una famiglia

bianca. Di
Sam Taylor-Wood (Londra, 1967) vengono proposte due opere dalla serie
Five revolutionary seconds. Sulla superficie piatta di una fotografia lunga quasi otto metri è riportato uno sguardo a 360° su un interno, permettendo così di vedere in sequenza tutte le stanze e le persone presenti nell’appartamento. L’attenzione è posta sulle relazioni interpersonali fra gli abitanti di questa casa ‘aperta’ davanti agli occhi dello spettatore: per la maggior parte le persone sembrano indifferenti le une verso le altre, i loro sguardi inseguono punti di fuga differenti. La presenza di una sonorizzazione concitata e confusa non svela le dinamiche che stanno avvenendo fra i vari occupanti della casa. In
Liza May Post (Amsterdam, 1965) la narratività è congelata, essa si trova in nuce nelle figure femminili isolate e alienate di cui possiamo solo immaginare le situazioni esistenziali. Il legame con esse di queste donne viene simboleggiato da una strana simbiosi di colori e materiali fra i vestiti che indossano e l’ambiente che le imprigiona. Nella serie
Override del 1997
Anna Gaskell (Des Moines, USA, 1969) ci presenta scene ambigue di un gruppo di bambini che sembrano giocare, ma forse si azzuffano o compiono atti di crudeltà su uno di loro.

Le foto di
Amy Adler (New York, 1966) sono quasi performative nel processo di esecuzione: essa scatta un autoritratto, lo riproduce con un disegno, fotografa il disegno che infine distrugge. Nella serie
Centerfold (in italiano
Paginone centrale), 2002, l’artista è in posizioni ammiccanti e sensuali ma incute anche un senso di misterioso timore. Nel lavoro delle cinque artiste la narratività è frammentata, accennata, non lineare; le atmosfere ricordano i film più surreali di
David Lynch.
L’ultima sala ospita un primo assaggio di opere della collezione Halevim: foto di artiste come, fra le altre,
Nan Goldin,
Cindy Sherman,
Shirin Neshat e
Mariko Mori. Nel primo anno di attività della fondazione seguiranno le personali di un’artista americana e di una italiana (non ancora svelate).
Vista la qualità degli spazi, ampi ed eleganti, e i programmi stimolanti si potrebbe adottare il titolo della mostra anche come augurio per questo nuovo spazio espositivo.
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Something more than five revolutionary seconds
A cura di Edoardo Gnemmi
Fondazione Davide Halevim
Via Lomazzo, 28-Milano
Tel.: 02-315906
e-mail: info@fondazionedavidehalevim.org
Dal martedì al sabato ore 11-19
Ingresso libero
Catalogo con testi di Emanuela De Cecco e del curatore, euro 25.
Fino al 20 dicembre 2003