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Il fenomeno “assistito”

   
 130mila visitatori a Palazzo Grassi e Punta della Dogana, successo sui social e il coinvolgimento di Venezia: dati e riflessioni a tre mesi dall’apertura della mostra di Hirst Penzo + Fiore 
 
Il fenomeno “assistito”
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Vedere la mostra di Damien Hirst è un come fare un salto nel passato, non tanto quello ricostruito tra il I e II sec. d.C. come vuole l'artista, quanto piuttosto quello degli anni Ottanta/Novanta, quando sotto la guida Agnelli a Palazzo Grassi venivano allestite imponenti mostre di archeologia come quelle dei Fenici, dei Greci, dei Celti, degli Etruschi, dei Maya o dei Romani. 
Entriamo a palazzo per una passeggiata insieme al suo Direttore Martin Bethenod, mentre la mente va all'archeologia vera, quando da giovani si varcava la stessa soglia per scoprire frammenti di storia lontana. Adesso ci si trova proiettati di fronte a una lotta tra titani: il colosso dell'arte contemporanea Damien Hirst contro il concetto, colossale di per sé, che l'archeologia rappresenta. Da un lato giochi, scherzi e anacronismi dell'enfant terrible di Bristol, dall'altro le sale scure, le teche preziose, i materiali sfarzosi – ma ingannevoli – volti a ricreare quell'effetto di realtà che confonda le acque tra ciò che è stato e ciò che non lo è. 
Tutto fluttua tra senso di realtà e un gioco delle parti in cui Topolino riemerge dagli abissi come la dea Ishtar di babilonese memoria. I materiali usati fanno di tutto per dissimulare se stessi, il bronzo sembra plastica – come da copione – la resina sembra bronzo; la malachite poi uccide come il veleno dei serpenti che porta sul capo Medusa, tanto da poter essere lavorata solo in pochi laboratori, come quello tedesco da cui proviene il pezzo. Ogni  opera, ogni sala, ogni teca è stata realizzata da équipe internazionali di tecnici e ingegneri altamente specializzati.

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Damien Hirst, The Warrior and the Bear, Treasures from the Wreck of the Unbelivable

Dell'archeologia però manca proprio la realtà e il senso del mistero; uno sguardo attento alla prossemica coglierebbe l’alterazione nel rapporto tra lo spettatore e l'opera. Di fronte a quelle teche che contengono piccole monete dai volti impressi, l'atteggiamento del fruitore dovrebbe essere quello di guardare con attenzione, sincero interesse, necessità di trovare dati da intrecciare alle proprie conoscenze. Lo stesso accadrebbe per quei pannelli esplicativi tipici nelle collezioni archeologiche permanenti, che dovrebbero raccontarci ricostruzioni capaci di entrare in risonanza con il nostro sapere pregresso. Ma non è questo il rapporto che si crea con l’opera mentre se ne abita lo spazio, piuttosto ci si sente immersi in qualcosa di vago, e si deve scegliere se stare al gioco oppure no. «Il desiderio di credere supera la realtà di ciò che stai vedendo», ci ricorda Bethenod, e ci domandiamo quanto spesso questo meccanismo scatti in chi è testimone della imponente operazione.
In questo caso il pubblico passeggia, fa scorrere uno sguardo da social su sculture che fanno scattare il desiderio di foto lì dove ci sia un riferimento diretto e riconoscibile o un moto di sincero stupore. Allora tra i pezzi più fotografati ci sono il Demon with Bowl, che non può essere inquadrato se non a frammenti, proprio come è entrato all'interno di un Palazzo Grassi la cui porta d'acqua non supera la larghezza di tre metri costituendone l'accesso più ampio. The Warrior and the Bear, con quella guerriera un po’ greca e un po’ samurai, fino ai Mickey e Goofy presi dalla tradizione disneiana. 

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Damien Hirst, la Testa di Medusa in malachite, a Palazzo Grassi

A questi si affianca Medusa, virtuoso esempio di tecnica e inquietante promessa di morte. I dati sulla fotogenia delle opere danno un primo indizio sul pubblico, numerosissimo, che frequenta questa mostra. Forse tra quei 130mila visitatori che hanno ad oggi varcato le soglie di Palazzo Grassi e Punta della Dogana, gli habitué dell’arte contemporanea sono stati solo una parte, certo è che quasi metà dei visitatori hanno tra i 27 e i 45 anni, una media d'età giovane che viene considerato un target incoraggiante. Difficile poi confrontare i dati con una vera mostra archeologica del recente passato, se non per il numero dei fruitori. 
Oggi il successo passa in gran parte attraverso le interazioni social, i 15 milioni di visualizzazioni avute tra il 20 gennaio e fine giugno, lo sguardo sul Timelapse dell’allestimento del Demon che sta per toccare il milione di visualizzazioni sui canali ufficiali di Fondazione Pinault, il numero delle foto postate, dei commenti e dei like. 
Un’operazione di questa portata non può che essere ambigua, portando con sé polemiche e dibattiti su un progetto così dispendioso da non poterne menzionare la reale entità. Per questo l’attenzione a garantire una ricaduta concreta per il territorio che la ospita sembra un punto di particolare importanza per le due sedi dell'istituzione. Nonostante il 70 per cento dei suoi visitatori sia costituito da stranieri, le gratuità del mercoledì per veneziani e studenti degli atenei cittadini, i progetti con le scuole e le visite guidate gratuite, le collaborazioni con cooperative sociali come quella di Rio Terà dei Pensieri, il coinvolgimento delle maestranze locali e delle ditte del territorio fanno emergere un sistema attento di dialogo con il contesto. 

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Damien Hirst, Treasures from the Wreck of the Unbelivable

Al di là dello scontro con l’antichità da cui l'ex YBA Damien Hirst forse non esce del tutto vincitore, pur avendo creato una mostra unica e di innegabile peso, lo sforzo di Palazzo Grassi per dare a tutta l'operazione il massimo non solo della visibilità, ma anche del senso, ci sembra degno di nota. "Poche istituzioni al mondo avrebbero avuto la possibilità di consegnarsi al sogno folle di un artista” in questo modo, scrive Pinault. Non è scontato essere all'altezza di una sfida espositiva così imponente: cinque mesi di museo chiuso al pubblico, un allestimento che a Venezia impone tempi ancora più lunghi, soluzioni alternative e costante attenzione; sale in cui si fa ricorso ad allestimenti generalmente usati per mostre permanenti.
Lo schiavo affrancato Amotan II, descritto come vittima di quel sentimento tutto umano che è l'hybris, lancia un monito che risuona sinistro di fronte all’opulenza di quest’operazione. Dalle origini umili a un presente glorioso, il desiderio irrefrenabile di essere della stessa sostanza degli Dei lo porta a desiderare l'immortalità attraverso il possesso. 

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Damien Hirst, three versions of Grecian Nude. Photographed by Prudence Cuming Associates © Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved, DACS 2017

Non si può, però, avere mai reale certezza del futuro. La collezione più ricca del mondo può essere troppo pesante per la nave che dovrà contenerla e inabissarsi per secoli, fino al suo riscatto finale. Il senso della morte, tòpos dell’artista, si riverbera qui in una prospettiva storica alterata e, potremmo dire, rassicurante. Demiurgo assoluto, l’artista progetta nei dettagli una storia il cui personaggio principale è il custode delle sue stesse opere, un collezionista ante litteram, che ha custodito nel passato qualcosa che doveva ancora essere creato. Al contempo, le opere generate nell’oggi sono entrate in uno squarcio temporale che le ha rese immortali in vita, appartenenti a un’archeologia mitica in grado di restituirgli una certezza di storia. 
Se per certi aspetti è difficile immaginare una mostra all’altezza di un’operazione tanto ambiziosa e discussa come "Treasures from the Wreck of the Unbelivable” a cura di Elena Geuna, è anche vero che si potrà tornare a quella programmazione meno da "colossal” ma più impegnata e a trattai d’essai a cui Palazzo, Teatrino e Punta della Dogana ci hanno abituati. 
Un dato finale ci sembra incontrovertibile nella Venezia che abbiamo di fronte: mentre la Biennale continua a fare da basso continuo all’arte contemporanea e la Fondazione Pinaut si prende la scena con assoli di questo calibro, voci di nuove gallerie e fondazioni fanno sì che Venezia sia tornata a essere un rinnovato baricentro dell'arte sul territorio nazionale.

Penzo + Fiore


 


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