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L'architettura e la storia

   
 Parla Carlos Garaicoa, in mostra alla Fondazione Merz di Torino. Con un “palazzo” che racchiude non tre ma mille storie, e che parla al presente Valentina Muzi 
 
L'architettura e la storia
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L’artista Carlos Garaicoa, originario dell’Havana, attraverso il suo genio creativo, rilegge l’anatomia delle città, le architetture di cui si strutturano e quelle che ancora devono farne parte. Alla Fondazione Merz di Torino con "El palacio de la tres historias” riprende la storia passata, presente e futura per ridisegnarne la conformazione, attraverso una prospettiva più ampia, che vada oltre quell’unico orizzonte che noi ci ostiniamo a guardare.
Durante il talk organizzato da Artissima, la curatrice Claudia Gioia, e Carlos Garaicoa hanno spiegato: «Il titolo di una mostra o di un progetto è molto importante, come le immagini. La mostra è stata rinominata da noi "El Palacio de las miles historias” perché in verità le storie non sono solo tre. D’altro canto il mio lavoro è di tipo narrativo e volevo partire da tre elementi fondamentali: dalla storia industriale torinese, dall’architettura razionalista e dal riutilizzo di alcuni edifici lasciati in disuso, specchio della dinamica di trasformazione sociale. Un insieme di storie che fa riflettere, fa sperimentare nuove forme di architetture (utopistiche e non) più affini alla sfera sociale che l’animano e la animeranno». Dal canto suo la curatrice, invece, sottolinea l’importanza di un artista come Garaicoa a Cuba, e della sua pratica nella sua città, L’Avana, punto di riferimento per tanti giovani artisti. «Ancora oggi, il suo impegno nello scambio di competenze nella comunità artistica (composta da cubani e non) crea un varco nella circolarità di competenze e sottolinea come l’arte possa arrivare in luoghi dove la ragione è ostacolata», spiega Gioia.

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El Palacio de las Tres Historias, Carlos Garaicoa, Fondazione Merz, Turin. Photography: Andrea Guermani. Courtesy of Fondazione Merz

Il percorso espositivo a Torino invece inizia con una serie di immagini che innescano, per la loro potenza e contenuto, riflessioni che difficilmente passeranno inosservate ai nostri sensi.
Due pannelli prismatici rotanti, dall’aspetto tipicamente pubblicitario, svegliano dal torpore psicologico in cui ci crogioliamo. Limpio, brillante, inùtil; Presente, Passato Futurismo, sequenze di immagini che, alternandosi ritmicamente in un continuo gioco tra realtà e finzione, con occhi intrisi del "passato” guardano ad un futuro fatto di meccanicismi e dalle aspettative poco accomodanti. Ad essi fanno da cornice una serie di disegni di "architetture parlanti” dove, tra le linee prospettiche, si intersecano quelle delle "architetture del pensiero”.
La parte centrale della sala è rappresentata da plastici di monumenti eretti sotto dittatura, quindi dalla creatività limitata e da una realtà repressa. Garaicoa anima la "Casa del Fascio”, il "Palazzo delle Civiltà”, la "Torre Littoria” e molti altri esempi dell’antimonumentalismo razionalista (come scrive Claudia Gioia), attraverso ampolle di vetro trasparenti che si amalgamano all’ambiente circostante. Ampolle che racchiudono le storie invisibili di quei luoghi che, in punta di piedi, si fanno strada nei vicoli per essere ascoltate.

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El Palacio de las Tres Historias, Carlos Garaicoa, Fondazione Merz, Turin. Photography: Andrea Guermani. Courtesy of Fondazione Merz

Il sapore tipicamente narrativo della mostra, caratteristica di Garaicoa, è rappresentato dall’opera Sobre el bien y el mal se han escrito miles de pàginas, un’aquila ed una colomba, agli estremi di una sala, che racchiudono mille pagine che passano cromaticamente dal nero corvino al bianco puro, e si dispiegano in un eterno ciclo che non avrà mai fine.
Oltre all’evocazione del passato l’artista ci fa andare "oltre” attraverso un progetto di città utopistica, una città accademica Campus or the Babel of Knowledge. Il plastico dell’intera pianta si dispiega come un quadro astratto degli anni ’50 del secolo scorso; più avanti la costruzione in scala di una delle possibili architetture con aule e materie che si svolgono all’interno. Rappresentazione della continua ed incessante ricerca di Carlos nelle architetture trasformate, una ricerca che ha come scopo quella di uscire fuori dagli schemi strutturali costrittivi per una libertà formale dell’immaginazione, e ovviamente, del sapere stesso. Fanno da cornice i bozzetti preparatori, un esempio meraviglioso di architettura del pensiero ed ingegneria edile futuristica.

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El Palacio de las Tres Historias, Carlos Garaicoa, Fondazione Merz, Turin. Photography: Andrea Guermani. Courtesy of Fondazione Merz

Ci spostiamo, nel piano inferiore, dove in assenza di altre distrazioni, ci si concentra su un video che dà "voce” al terzo movimento del quartetto Pour la Fin du Temps, composizione scritta nel 1941 in un campo di concentramento nazista di Gorlitz. La musica è accompagnato dal movimento di due mani, quasi una "coreografia”: sinuose si adattano alla melodia, ora forte ora dolce, creando una sorta di danza. Le mani che ci ipnotizzano nel loro danzare sono quelle di Adolf Hitler, le stesse che si erano macchiate di un massacro che l’intera umanità gli condannerà per sempre. L’artista ci racconta le sue opinioni a proposito di questo importante lavoro: «Ci ho lavorato più di un anno per una mostra a Monaco, dove si trova anche una testimonianza particolare, l’appartamento di Hitler, ma nulla parla della sua storia, proprio come se i tedeschi volessero eclissarla. Invece io credo che ci sia bisogno di ridare voce alla storia, anche se, in questo caso Hitler si è macchiato di sangue innocente ed ha fatto vivere un periodo di terrore assoluto. Nel mio lavoro ho voluto cercare una "bellezza” che uscisse fuori, una scelta coraggiosa, un’estetica che gioca su opposti complessi e di come la gestualità possa evocare immagini, alimentare animi ed emozioni. Le stesse immagini che, le mani di Hitler, ci hanno fatto pensare ad un maestro d’orchestra, ma che in realtà, con la sua capacità di comunicazione è stato un "maestro di animi” che hanno generato solo morte. Io penso che il successo di questo lavoro sia dato anche da tutti gli elementi che gli ruotano attorno, come la nostra nuova visione frutto della dimensione spazio-tempo in cui viviamo».
Una bella mostra dai tratti storici ben delineati e dai quali è difficile allontanarsi, ma con occhi sempre puntati verso un dinamismo sociale che trasformamenti ed ambienti, attraverso la reinterpretazione delle libertà sia ingegneristiche che cognitive.

Valentina Muzi


 


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