17 maggio 2013

“Per me l’arte non ha età”. Ecco come una galleria dedicata all’Antico e al Moderno si apre al contemporaneo. Tre domande a Umberto Benappi

 

di

Ugo Nespolo, Gino il bugiardo, 2012
Una galleria che conta una tradizione di ben quattro generazioni, e che ha fondato il suo successo nel commercio dell’arte Antica e Moderna, con una serie di partecipazioni che vanno dal Tefaf di Maastricht fino a Highlights di Monaco, passando per Venaria Reale. Eppure la galleria Benappi, di Torino, da qualche tempo e sotto la direzione del più giovane dei discendenti, Umberto, sta virando verso un approccio più vicino al contemporaneo, in grado di mixare secoli e stili. “Contrasti. Dialoghi dal Figurativo al Concettuale”, dove in scena vi sono i lavori di Luisa Albert, Santo Alligo, Agostino Arrivabene, Andrea Barin, Luigi Benedicenti, Bertozzi & Casoni, Nicola Bolla, Maurizio Bottoni, Roberto Coda Zabetta, Gianluca Corona, Carlo D’Oria, Jan Fabre, Titti Garelli, Plinio Martelli, Ugo Nespolo, Paolo Schmidlin, Francesco Sena, Giorgio Tonelli, Fabio Viale, Virgilio, Joel Peter Witkin, Daniele Zenari, è la collettiva che ha inaugurato proprio ieri. Abbiamo chiesto al gallerista, attraverso le nostre tre domande, come sta andando questo progetto di “ibridazione” delle arti.
Ci racconti qual è la politica, e poetica, che la galleria Benappi porta avanti nella sua attività? A quando risale la volontà di aprirsi al contemporaneo?
«Da quattro generazioni la priorità e la politica della galleria sono state quelle di ricercare e proporre opere di alta qualità, tanto nell’antico quanto nell’ambito dell’arte del XX secolo; allo stesso modo, negli ultimi anni, mi sono dedicato anche al contemporaneo. 
La scelta di aprirsi all’arte contemporanea rispecchia la mia visione totalmente trasversale della bellezza e, quindi, la volontà di valorizzare e trattare tutte le epoche: per me l’arte non ha età. Per questo ho intrapreso da un paio d’anni questa sfida, non facile per chi, come me, ha alle spalle una tradizione famigliare consolidata e legata principalmente all’antico». 
Come reagisce il pubblico che cerca arte antica e moderna di fronte all’incursione di opere più legate al presente, specialmente se concettuali? Credi sia più “semplice” trattare arte antica?
«Il pubblico colto e curioso, sensibile all’arte antica e moderna, riesce a riconoscere anche nel contemporaneo la qualità, sia essa esecutiva o di portata più marcatamente concettuale. Ma non è facile. La posizione sempre più marginale della cultura e quindi la scarsa sensibilità per l’arte delle giovani generazioni ha reso inevitabilmente più difficile il lavoro di chi, come me, cerca di valorizzare e sostenere il mercato artistico, sia nell’antico sia nel contemporaneo».
Come continueranno in futuro questi “incontri-scontro” tra epoche? C’è in cantiere qualche novità come potrebbe essere l’apertura di un nuovo spazio con un’identità votata solo all’arte di oggi o continuerete sulle “ibridazioni”?
«Come è stato per le precedenti mostre, anche in quelle future continuerò a mettere in scena il dialogo tra artisti contemporanei e grandi maestri del Novecento; è stato così, per esempio, per la mostra su Lucio Fontana e Salvatore Astore. E continuerò, così, ad attirare la sensibilità del pubblico su un tema che trovo estremamente complesso e interessante: la linea di confine che divide il mondo figurativo da quello concettuale. Generalmente percepita come netta e ben visibile, essa è invece labile e permeabile. Ma questi sono solo due degli spunti di riflessione su cui sto lavorando in questo momento…».

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