27 maggio 2005

exibinterviste – la giovane arte Luisa Raffaelli

 
Set virtuali. Fatti di atmosfere ordinarie e gesti sincopati. Protagonista, sempre, una donna. Ma non si tratta di femminismo. Luisa Raffaelli, artista e architetto, ci racconta la sua “sindrome di Cenerentola”. E dice la sua su critici e galleristi…

di

Una scelta fare l’artista? Tu come lo sei diventata?
Diventare, Artista, Scelta… Troppo complicato. Posso solo tentare di risponderti usando parametri (attualmente) convenzionali. Essere artista è una condizione in cui mi sono sempre sentita e che ho potuto attivare (verbo orribile ma tecnicamente efficace) quando è sopraggiunta una condizione di sostanziale libertà di “fare”, e una relativa libertà di accesso a questo benedetto, sognato “fare”. Poi, ogni storia personale rivela un rapporto con il proprio tempo: la mia è fatta anche di scarti temporali e corrispondenze sfuggite.

Parlaci del tuo lavoro. Cosa ti interessa?
Mi interessa e mi avvince costruire grandi set virtuali che evocano atmosfere apparentemente familiari, realistiche (anche se non reali), più cinematografiche che pittoriche. Set nei quali, attraverso la tecnologia, fisso piccole azioni implosive, improvvisi scatti o fughe sincopate di una donna. Pre–azioni di una frazione di secondo, lampi inattesi più che frames narrativi.

Chi è il protagonista?
E’ sempre una lei, i cui gesti accennano ad una vicenda che io, semplicemente aprendo la narrazione, mi limito a sbloccare. Forse è la mia, di storia; ma può essere anche, credo, quella di ognuno.

Quella donna è ogni volta la stessa?
Forse sì, forse no. Una cosa è sicura: non si tratta di femminismo. Il dato autobiografico ha la consistenza di un transfert attoriale, recitativo, per mettere in scena il pulsare vitale di una condizione dubbiosa. Che è condizione ontologicamente femminile.

Pregi e difetti, nella vita e nel lavoro…
E che differenza c’è? Tra arte e vita meglio pensare ad un possibilità di combaciamento che sostenere la necessità di una separazione. Comunque un mio pregio –che è anche un difetto– è di non essere sicura di poter esser ciò che sono.

Galleristi e critici: che rapporto hai con chi si occupa del tuo lavoro?
Il lavoro del gallerista credo sia complicatissimo. Come quello del critico. Quante pressioni, quanti corteggiamenti, quanta necessaria durezza, quante parole intorno… Un brulicante gossip paratelevisivo! Bisogna essere ‘intellettuali’ (intuitivamente o di fatto), mercanti, mecenati, ‘politici’, psicologi… Insomma, forti e intelligenti. Ma credo, soprattutto, appassionati. Secondo me a conti fatti è solo questo, la passione, ciò che garantisce autonomia e che permette di sopravvivere. Quando penso a questo non ho paura, e vivo come preziose le critiche –anche le più dure e severe– se a farle è una persona appassionata.

Sei soddisfatta di come il tuo lavoro viene letto?
Penso che ogni artista debba ritenersi soddisfatto di come viene interpretato il suo lavoro proporzionalmente al gradiente di affondo che trova dietro una interpretazione critica. Positiva o negativa che sia, o anche distruttiva. Poi magari capita che ci rimane male come un cane. La lettura è prima di tutto ascolto, e molti commenti su di me rivelano uno sforzo a viaggiare ben dentro il lavoro. Ma a dire il vero ho pochissime relazioni con i critici e la stampa.

Snob? Superba?
Non per superbia, ovviamente. Semplicemente, provengo da una famiglia operaia che mi ha insegnato prima di tutto a non rompere le palle… Mio papà era un comunista timido, un ossimoro fatto uomo.

Parlaci del tuo studio…
Lavoro nella mia casa. Sono una donna–architetto, perciò mi relaziono in modo doppiamente esasperato con l’interno in cui lavoro.

Qual è la mostra più bella che hai fatto e perché?
Credo l’ultima da Pier Carini, perché ho sentito molta fiducia. Mi è sembrato di poter andare avanti nel lavoro, costruire. E il fatto che il lavoro abbia avuto un certo riscontro ha reso la cosa sostenibile anche per me, che soffro un po’ della sindrome di Cenerentola. Ecco, una persona molto importante per me è Pier.

La città in cui vivi ha a che fare, in qualche modo, con le immagini che produci?
Pochissimo. Mi sento molto distante dalla mia città, quasi estranea. Questo mi dispiace. La bella storia delle “radici” mi manca un po’, anche se sono una stanziale. Insomma, viaggio pochissimo eppure mi sento freque ntemente estranea.

Tra gli artisti emergenti chi ti piace?
Di molto bravi ce ne sono diversi. Stimo Paolo Grassino, Fabio Viale, Karin Andersen. E altri che, come loro, non hanno scelto di fare l’artista come si sceglie di fare la “velina”. Ma oggi sono proprio i giovani, come ha scritto qualcuno, ad essere un settore merceologico. Allora preferisco parlare di arte contemporanea, semplicemente, e vedere con curiosità critica cosa succede.

bio: Luisa Raffaelli, architetto, è nata a Torino, dove vive. Ha esposto, tra le altre, presso le gallerie La Giarina (Verona, 2001-2002), Gas (Torino, 2004), Bassanese (Biella, 2004). La sua personale più recente, presso la galleria Carini (S. Giovanni Valdarno, 2005 – catalogo con testi di L. Beatrice, G. Marziani, G. Perretta) s’intitolava About her life.

articoli correlati
Luisa Raffaelli in mostra a Genova
Una doppia personale con Margot Quan Knight

la rubrica ‘exibinterviste’ è a cura di pericle guaglianone

[exibart]

6 Commenti

  1. Complimenti per i lavori -e per l’intervista!-li ho visti al Miart e davvero non c’erano molte cose di quel livello.
    giovanni b

  2. Luisa, volevo dirti che i tuoi lavori mi affascinano sempre di più. Li seguo a tutte le fiere ,gli ultimi sono bellissimi.

  3. Se l’arte si oggi ha queste forme e si manifesta in questa maniera la chiamerei più espressione di un concetto. per essere arte il concetto ha bisogno di essere “poesia” ha bisogno dell’estetica dell’etica, ha bisogno di sublimarsi in un impasto dove i concetti, la poesia, le forme, il linguaggio siano un tutt’uno inseparabile. Nella giovane arte da questa artista a tanti altri chiamati artistiio non vedo arte.

  4. sapessi quanto hai ragione, dear ramarro (e lo sai). basta considerare -non troppo a lungo, ché fa male al cuore- la pochezza e la miseria delle risposte di questa donna. gradirei poi sapere dalla sig.na luisa che cazzo sarebbe questo “gradiente di affondo”. mi incuriosisce molto. per contattarmi, basta che clicchi il mio nome in alto, carina.

  5. sono una giovane collezionista ,purtroppo non ricca abbastanza per comprare tutto ciò che vorrei. Ho visto i tuoi lavori nelle diverse gallerie che li avevano ad ArtVerona. Bellissimi.I più belli erano quelli della Gagliardi Art Sistem,non posso però ancora permettermeli….

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui