09 settembre 2005

exibinterviste – la giovane arte Diego Zuelli

 
La passione per i computer e la campagna. A tu per tu con Diego Zuelli: la formazione, le prime mostre, l’esempio di Bill Viola (e di Duchamp) e una finestra su un campo coltivato. Quando il passo lento delle stagioni incontra la grafica 3D…

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Cosa è stato determinante finora nel tuo percorso?
Direi un paio di valide compagnie e almeno un insegnante degno di essere chiamato Maestro, all’Accademia di Belle Arti di Bologna.

Non è poco, direi…
No, infatti. Fino ad ora ho avuto una grande fortuna, e dovrei ringraziare tante persone per avermi concesso in quegli anni (e in parte ancora oggi) uno stile di vita ed una concentrazione sulle “cose dell’arte” non condizionati da un lavoro e dalle afflizioni quotidiane. E’ questo, forse, ciò che è stato effettivamente determinante.

E adesso?
Sto facendo ciò che implicitamente dichiarai nel momento in cui mi sono iscritto all’Accademia. La soddisfazione e la serenità nel mio lavoro derivano dall’essere riuscito almeno ad incamminarmi in quella direzione.

La tua formazione?
La mia formazione “classica” inizia appunto con l’Accademia, anche se un interesse più o meno concentrato sull’arte l’ho sempre avuto. Mio padre è pittore e da sempre ho avuto come modello e riferimento quel tipo di attività; tutto ciò è stato ben presto compendiato e “contaminato” dalla passione per i computer, introdotti in casa per la prima volta da mio fratello maggiore.

Eri un bambino…
Sì. Fin dall’età di cinque o sei anni il computer non è mai mancato in casa mia, e si può dire che ho “imparato” la computer grafica partendo dagli home computer degli anni ’80. Oltre ad una formazione teorica ho potuto quindi contare da subito su uno strumento espressivo non certo convenzionale.

E la tua ricerca, come la definiresti?
E’ la domanda più imbarazzante, ma evitarla per proprio comodo è peggio che vedersela porre senza mezzi termini. Potrei dire che il mio interesse si rivolge allo spazio e al movimento, alle possibilità di cogliere attimi in cui le costruzioni e la presenza umana svelano qualcosa in più se riportate e ridisegnate con la computer grafica tridimensionale. Mi interessa il completo controllo dell’immagine e di ogni sua singola componente, quando tutte le forme finiscono per sembrare a volte dipinte, a volte fotografate, a volte filmate.

Le immagini che produci hanno a che fare col luogo in cui vivi?
Abito in campagna, ciò ha influenzato largamente la mia produzione. Per il momento la campagna è il luogo privilegiato della mia creazione. Peraltro ho tempi lenti come l’incedere delle stagioni; tempi che definirei… da coltivazione. Il raccolto cresce lentamente, senza che si sappia fino all’ultimo se sarà buono oppure no, se quella tempesta e quel periodo di siccità abbiano influito su di esso positivamente o negativamente. Mi occorre molto tempo per decidermi ad inserire o togliere un certo elemento da un mio lavoro.

E il tuo studio?
Il mio studio è piuttosto piccolo, quattro metri per due. Dentro ci sono tre sedie, c’è il mio computer e ci sono io. Alle pareti tengo immagini e lavori di artisti che apprezzo o che mi possono servire in quel momento. C’è una finestra su un campo coltivato, ma ha le inferriate.

Quali gli artisti che hai amato?
Ci sono stati ovviamente tanti cambiamenti di fronte, rivalutazioni e ripensamenti nella scelta dei miei referenti massimi, ma ho notato che almeno due nomi continuano ciclicamente a ritornare (e come non potrebbero?): Duchamp e Bill Viola.

Perché proprio loro due?
Il primo continua ad essere un punto di riferimento assoluto e imprescindibile nell’approccio all’arte, per le illuminanti parole e per il modo di confrontarsi con il “sistema”. Il secondo, per le capacità (e possibilità!) tecniche che appaiono infinite e per la consapevolezza dell’unicità espressiva che appartiene a mezzi come la televisione, la pellicola e l’alta definizione.

Un tuo pregio ed un tuo difetto nell’ambito dell’arte…
Un mio pregio, indiretto, è che i miei lavori risultano involontariamente d’interesse per uno spettro di persone molto ampio; quello stesso pregio potrebbe tramutarsi in difetto, ma forse sento più come un difetto la mia cronica diffidenza nei confronti ai viaggi (e quindi alle mostre lontane!).

Non ami viaggiare?
Una volta arrivati tutto è ok, ma partire mi risulta a volte così difficoltoso da voler quasi rinunciare alla mostra stessa. Persino lavorando, se c’è concentrazione e spinta posso andare avanti per ore e giorni senza stancarmi; d’altra parte, però, quando le condizioni non sono ottimali mi faccio frenare da una indolenza soffocante.

A tuo agio coi galleristi?
Non ho ancora avuto quelle esperienze con il mercato e i galleristi che alcuni definiscono orribili. Forse si tratta solo di mettere le cose in chiaro subito, senza avere la presunzione che la gente stia lavorando “solo” per te.

Ti piace ciò che leggi a proposito del tuo lavoro?
Ancora non posso stilare classifiche, anche se prediligo quelle letture che sembrano cogliere in esso qualcosa che io stesso non conosco. Il fatto è che io “getto” una cosa in mezzo al pubblico che, dunque, se ne deve servire come meglio crede. Comunque sia, è sempre una lusinga ed una grande soddisfazione quando qualcuno ti contatta per un’intervista o per un articolo; per un artista non ancora affermato si tratta di incoraggiamento, di un’iniezione di fiducia molto grande.

Quali le mostre che ricordi con più piacere?
Ogni mostra ha le sue bellezze e i suoi punti negativi. Ricordo sempre con soddisfazione la mia prima mostra in galleria, a Napoli alla Galleria T293 di Paola Guadagnino; poi la collettiva “Ouverture” a New York, curata da Daniela Lotta; infine, la mia prima personale a Milano, da Artopia di Rita e Remo D’Urso, a cura di Marinella Paderni.

Tra i giovani italiani chi è sopravvalutato e chi, invece, sottovalutato?
Posso dire che c’è molta sopravvalutazione nei confronti di alcune persone, per motivi che neanche attraverso un’interpretazione utilitaristica riesco a cogliere. E, d’altra parte, ci sono artisti che pur avendo tantissime cose da mostrare al mondo faticano a trovare spazio, a volte anche solo per stupide ragioni contingenti. Ma queste sono cose risapute. Ed irrisolte.

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La mostra da Artopia

exibinterviste – la giovane arte è una rubrica a cura di pericle guaglianone

bio: Diego Zuelli è nato a Reggio Emilia nel 1979, dove vive. Principali mostre personali: “Esposizioni Ultrarapide”, Milano, Artopia, a cura di Marinella Paderni (2005). Principali mostre collettive: “Ouverture”, New York, Ex EggsEnviroments.Art.Space, a cura di Daniela Lotta; “Mulhouse 005 – la creation contemporaine issue des ècoles d’art”, Mulhouse; “Last minute.bo”, Roma, al Museo Laboratorio dell’Università La Sapienza di Roma (2005); “Premio Carmen Silvestroni – III edizione” Forlì, a cura di Rosalba Paiano; “Empowerment – Cantiere Italia”, Genova – a cura di Marco Scotini; “Quotidiana 04”, Padova, a cura di Virginia Baradel, Guido Bartorelli e Stefania Schiavon; “Keep in Touch”, Bologna, Aeroporto Marconi, a cura di Spazio Aperto; “Chance”, Galleria T293, Napoli; “Space is the place 03”, Bologna, TPO a cura di Marco Altavilla (2004); “Ad ‘A. Area d’azione”, Imola, a cura di Roberto Daolio; Undicesima Biennale dei Giovani Artisti del Mediterraneo, Atene; “PLAY”, Milano, CAREOF, a cura di Lelio Aiello e Teresa Fattapposta; “Iceberg. Giovani artisti a Bologna”, Bologna (2003).

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