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ArtBasel 37 e le altre

   
 Com’è stata la fiera? Una domanda inadeguata cui rispondono i 56.000 visitatori registrati. Ad Art Basel si va per vedere le migliori gallerie dare il meglio di sé. E perché la Messe è solo il volano attorno al quale ruota la macchina imponente dell’Art Suisse... Alfredo Sigolo 
 
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È finito il tempo del mordi e fuggi, delle visite frugali di un giorno o due. L’ansia rimane ma il programma è tale da imporre soggiorni più lunghi, buona gamba e una pianificazione rigorosa degli spostamenti, con mezzi propri o con quelli messi a disposizione dagli organizzatori. Per girar Basilea, quest’anno, si sceglieva tra battello, autobus o calesse a cavalli. I problemi erano semmai partenza e ritorno: bene per i romani, grazie alla provvidenziale linea Easyjet, male per chi ha scelto l’automobile, con il S. Gottardo che sbucava in un’autostrada chiusa per frana: obbligata la traversata delle alpi tra boschi e pascoli da pubblicità della Milka.
Ma in terra elvetica il menu era ricco. A Basilea 4 fiere + 1 (di design) e un programma di mostre mozzafiato: Hans Holbein il Giovane al Kunstmuseum, Lee Lozano alla Kunsthalle, la pittura trendy di Daniel Richter, targata Saatchi, al Museum für Gegenwartskunst, creatività e nuove tecnologie a Plug.it, Tacita Dean e Francis Alys allo Schaulager, splendido contesto di Herzog & de Meuron. E poco distante una storica retrospettiva di Henri Matisse alla Fondazione Beyeler. In giro per la Svizzera poi, vere e proprie chicche. Alcuni esempi? Al Fotomuseum di Winterthur tutta la carriera di Gregory Crewdson, a Thun Arnout Mik, a San Gallo Phil Collins e Jonathan Monk. Insomma se vi siete persi Basilea, un weekend estivo nella nazione con la più alta densità di musei d’arte contemporanea potrà comunque consolarvi ampiamente. Il resto, qua sotto.
Olafur Eliasson, Global cooling lamp, 2006, da Bonakdar (Art Basel 37)

ART | BASEL


Art Premiere

La prima volta della sezione della prima volta. Ottimo il risultato a spese dello Statements, relegato all’ingresso di servizio. Una italiana, Zero, che si presenta senza strafare, perché di Sailstorfer i colleghi di König Johann, qualche stand più in là, hanno di meglio, mentre quelli di Johnen + Schöttle, quasi di fronte, hanno la stessa piramide (Triangolo piano avente Agartha come vertice, 2006) di Francesco Gennari.
Interessanti alcuni riflessioni sul sistema dell’arte: da Winkelmann Stef Burghard crea sculture geometriche con moduli di pannelli acrilici bianchi che sigillano a panino le maggiori riviste d’arte. Martin Carpenter dipinge riproducendo le recensioni delle mostre della propria galleria, Reena Spaulings di NY.
E, a proposito di riproduzioni, Mike Bouchet, dell’altra americana Maccarone, produce in casa la propria Coca Cola e una toilet in forma di Guggenheim.
La slovena Podnar presenta una sinuosa forma di Tobias Putrith (Macula/Serie, B, 2006), realizzata sovrapponendo sezioni di cartone da imballo. E’ anche nella sezione Unlimited, con un’opera analoga ed un video che rappresenta la dinamica del lavoro.
Da segnalare anche i Godville Portraits dell’israeliano Omer Fast, da G.B. Agency, still da video che ritraggono personaggi comuni della società U.S.A. nelle vesti dell’epoca colonialista.


Art Galleries 2.0 e 2.1

A proposito di israeliani, viene da quell’area anche Yehudit Sasportas, che presenta i suoi paesaggi ad inchiostro nero da Eigen + Art, culla berlinese della scuola di Lipsia. Di quest’ultima non mancano opere di grandi dimensioni di celebrati maestri, come Eitel o Weischer, o nuove proposte come Uwe Kowski.
La nuova linea giovane della veronese Studio la Città non è ancora ben definita. Una certa tendenza a privilegiare le ricerche sul landscape ha portato qui una Chinatown rivisitata da Tracey Snelling.
Il dettaglio di un’opera di Christian Schumann da Carlier Gebauer (Art Basel 37)
Ma fissarsi sulla ricerca è un errore. Con un mercato così trainante l’obiettivo condiviso da tutti resta la vendita. Per questo si vedono in giro molte carte, disegni, opere anche minori di artisti celebrati. Da Tanit c’è, ad esempio, un Thomas Demand non ancora trentenne, ma con le idee già chiare.
Qualcuno ricorderà le maschere create da Brian Jungen smontando le sneakers (viste anche in una personale sei mesi fa al New Museum di Nyc). Da Kaplan ora c’è un guerriero indiano fatto con i guantoni da baseball. La prossima? Un plesiosauro coi parastinchi di Zambrotta?
Illuminante lo stand di Contemporary Fine Arts. Scopriamo un Peter Doig in crisi (i nuovi lavori? Inguardabili!), un vulcanico Meese e un Tal R sorprendente, con inedite sculture surreali. Chitarre, fiaschi di vino, zucche di Halloween che si fondono in un immaginario vicino a quello di Tim Burton.
Da Andrea Rosen ci si perde nei paesaggi dagli orizzonti bassissimi di Nigel Cooke, qui con Sigil del 2006 e ci si imbriglia nei labirinti di David Altmejd (anche da Modern Art), sempre più articolati. Quella di sposare, in sculture ibride, materiali industriali e seriali, alluminio, catene dorate, specchi, plexiglas con elementi naturali, piante, piume o animali imbalsamati, sembra essere divenuta quasi una moda.
Victoria Miro non poteva che affidarsi al suo punto di forza, la pittura. Tra un ispirato Hernan Bas, una Chantal Joffe rinata e un classico di Chris Ofili in formato vendibile (completo di palle di cacca d’elefante) anche molti lavori della giovanissima Alice Neel e un inedito e gotico sarcofago dell’eccentrico vasaio Grayson Perry, Angel of the South, 2005, in ghisa ruggine.
Insieme ai tanti quadri di Luc Tuymans, Zwirner piazza anche due Mike Kelley, artista jolly in questa edizione. Lo dimostra ad esempio il buono stand di Emi Fontana, dove trovavano posto anche Sam Durant e Monica Bonvicini, che ormai durante le conferenze (sezione Art Conversation) si dichiara berlinese in toto e per toto.
Capitolo Gladstone, che presenta in pompa magna i lavori di Dave Muller, acrilici che riproducono i dorsi di cd musicali o vhs. Belli, peccato che il nostro Nicola Di Caprio li faceva almeno tre anni fa. Purtroppo Di Caprio non è americano, e Pack e Velan non sono la Barbara Gladstone, che almeno si riscatta con Dunham, il John Lennon della Peyton (ma c’è chi preferiva l’Ozzy esposto da Two Palms) e due bellissimi nuovi lavori di Matthew Barney: disegni diafani con lotte di mostri marini che ricordano Giulio Verne.
L’installazione di Barry McGee a Unlimited (Art Basel 37)
Da White Cube, più che Damien Hirst a stupire sono i fratelli Chapman: l’installazione di Jake&Dino attirava visitatori come mosche ma la chicca era il portfolio di 20 disegni alle pareti fatti con il Rotring. Spettacolari e raffinati.
I video? Quasi scomparsi. È il mercato, bellezza! Il nuovo Zoo di Salla Tykka, da Lambert, è suggestivo e vagamente Hitchcockiano. Sta con le foto di Anna Gaskell, della serie già vista in Italia da De Carlo.
Di foto ci sono anche quelle di Lorca diCorcia da Rech e di Ed Ruscha da Painter.
Della folta presenza asiatica segnaliamo la Hyundai di Seoul che espone le mutande di Wang Zhiyuan. Sono decorate, vezzose, giganti, ma infine mutande.
Di bell’impatto la vista della galleria newyorkese Bonakdar. Saranno i pezzi di Thomas Scheibitz, tra i primissimi della nuova pittura tedesca, qui anche con una bella scultura Kleine Figur (2006), sarà l’ipnotica Global cooling lamp (2006) di Olafur Eliasson, l’accoppiata comunque funziona.
Il primo lo ritroviamo anche da Produzentengalerie, in compagnia della tempestiva Mäuseworldcup di Slominski, anche se questa specie di santuario calcistico per Topo Gigio è del 2003.
C’è Muntadas per Prats, con Selling the future (1982-2996), Kippenberger per Grässlin, con bei dipinti su carta intestata di aziende ed esercizi commerciali, e un’intera flotta di pagnotte in forma di navi da Friedrich. È la Brotflotte (2006) della coppia Lutz/Guggisberg. Completo lo stand di Ben Brown con il meglio della pittura anglosassone recente e buono anche quello della tedesca Campaña, con una bella installazione di tek di Jan de Cock. Quanto a De Carlo, stand minuscolo e opere a rotazione.
Lutz/Guggisberg, “Brotflotte”, 2006, da Friedrich (Art Basel 37)
La scossa la dà Deitch e non tanto per i grandi pezzi di Bevilacqua, Kahlhamer e McGee ma piuttosto per il fatto di associargli un Paul Gaugin. Una vera raffinatezza.
Modern Institute ha un Jim Lambie nuovo di zecca e Giò Marconi mette in mostra i video di Nathalie Djurberg. Il suo The secret Handshake (2006) è di quelli noti fatti animando personaggi di plastilina. Variazione sul tema è quello di Marylin Minter per Andréhn-Schiptjenko. I suoi primi piani sulle scarpe femminili sono quasi un marchio.
L’enclave manga Koyama è sempre una delle soste più divertenti: tra le battaglie di Miyake e le stanze di funghi di Keisuke Yamamoto, anche i magri paesaggi di Benjamin Butler (visti a Torino da Glance). Un grande omaggio a Sugimoto allestisce invece l’altra giapponese Koianagi.
Metro Picture non tradisce con T.J.Wilcox e una quasi personale di Cindy Sherman. Ma nel gigantesco sole nero che esplode di Longo quasi ci si perde.
E se Minini punta giustamente sul novello Premio New York Paolo Chiasera, Paragon lo fa su Morrison, Aizpurn su grande lavoro di Federico Herrero (recentemente alla BLM di Venezia), Arndt & Partner sul new folk di Jules de Balincourt (Violent Peace…, 2006)
A proposito di pittura, da Schulte si scopre una clone di Doig, Iris Schomaker, da Carlier Gebauer ottimi lavori di Christian Schumann e da Sadie Coles quelli dell’israeliano Avner Ben-Gal.
Due classici per la londinese Friedman, David Shrigley (belle le sue infradito di ferro pieno) e un delicato Tom Friedman. Passando alla 303, sembra un respiro di luce quello dell’Autofocus di Ceal Foyer. E’ un lavoro del 2002, realizzato con un proiettore che invano cerca di mettersi a fuoco. Qui l’artista è anche a Unlimited.Un’opera di Hernan Bas da Victoria Miro
Dopo una sosta dalla big berlinese Klosterfelde per rivedere il divertente video (1997) di Christian Jankowski Galerie der gegenwart 2097, nel quale due bambini interpretano un dialogo tipico tra collezionista e gallerista, tocca di commentare Michael Butler da Neff. Artista vezzeggiato da molti… qui la sua idea, più o meno, è invadere lo stand con una specie di aquilone.
C’è la Benassi per il Magazzino d’Arte (Ludwig, 2006), Monika Sosnowska per Foksal, e piacciono i cubi smazzati di Gradient Markus, da Wuethrich.

Al piano inferiore della Messe la ricerca lascia il posto ai pezzi da novanta.
Il Warhol di Gagosian, il Boltanski della Goodman (Reserve of dead Swiss, 1990), al quale fanno da corona Francesca Woodman (In Italia in mostra al Capricorno e da Minini), una foto di Struth di sei metri, un nuovo Jeff Wall e i Mustangs di Richter. Se vi par poco…
Ottimi lavori di Casebere, Jim Dine e Ivan Navarro da Templon, così come quelli di Sachs da Ropac, galleria che si concede anche un pupazzone di Baselitz del peso di 422 kg. Donna via Venezia si chiama. Hauser e Wirth, dal canto suo, non perde l’occasione per sfruttare la sovraesposizione di Roni Horn.
Se vi erano tanto piaciuti i lavori di Philip Guston alla Biennale, quelli di McKee non sono inferiori di qualità mentre Sprüth Magers sfoggia moduli in legno di Donald Judd, Kosuth e Scheibitz.
Una foresta di sculture tortili di Tony Cragg (presentissimo ovunque per la verità) è la proposta di Buchmann, mentre il menu di Marlbourough prevede un ventaglio di Bacon museali e un Double Hamburger di Warhol. E’ dell’’85-’86 e misura cm. 295 x 615!
C’è Mario Merz per Kewenig e l’ultimo Cucchi da Bischofberger. Quello dei primi ’80 sta da Ammann, con Clemente, Richter del ’90 e un camouflage di Warhol dell’’86. Christo per Juda, Ryman da Hufkens e PaceWildenstein. Tra le curiosità val la pena di segnalare i video giochini digitali di John Gerrard: girando lo schermo a cristalli liquidi si cambia il punto di vista. E da L & M si divertono ad esporre i prezzi: Murakami, $ 700.000, Chris Ofili, $ 750.000, Mark Tansey, 2 milioni tondi. Sembra quasi un logo dello stand l’Ushering in banality (1988) di Jeff Koons.
Personale di Penone da Pauli, un bel Robert Gober da Matthew Marks e Dirk Skreber del ’94 per Gibson. Nella sezioncina delle foto, sempre di alta qualità, segnaliamo il Desert Coquet #3 di Misrach e i classici Beatles di Avedon da Fraenkel, Joel Meyerowitz da Una scultura di Tal R della serie “Fruits” (Contemporary Fine Arts) (Art Basel 37)Houk, a cui aggiungiamo lo splendido Elger Esser da Sonnabend (Baia de la Somme, France, 2005).
Una gigantesca statua bianca di Kiki Smith accoglie i visitatori da Lelong, Almond e Weiner da Artiaco, i Twombly del ’60 da Acquavella. Di nuovo Kelley, ma anche le polaroid di Warhol da Jablonka, mentre da Sperone i pupazzoni anamorfici di Evan Penny continuano inspiegabilmente a stupire. Francamente si fanno preferire le automobili freak di Peter Cain (1959-1997), da Scheibler, qui anche con una serie di disegni su acetato.


Statements

La sezione dei progetti monografici quest’anno ha dovuto pagare lo scotto della nuova Premiere. Relegata all’uscita di servizio del padiglione 1.0, appariva imbottigliato. Vincono il Baloise Art Prize Peter Piller (Frehrking Wiesehöfer), con un’opera concettuale di archiviazione e il video di Karen Cytter, dell’unica italiana Kaufmann. Tra gli altri segnaliamo: la Lunar eclipse di Talia Keinan (Noga), l’installazione d’oro bizantina di Terence Koh (Peres Projects), il progetto ambientalista in difesa degli alberi di Mungo Thomson (Connelly) e il finto cinema di Pierre Ardouwin (Valentin). L’ultima segnalazione vale per l’analoga opera di Job Koelewijn, vista nella sezione Unlimited del 2004.


Unlimited

Forse la peggiore edizione di sempre per la sezione delle opere di grandi dimensioni. Mai come quest’anno si presentava come un luna park. Palle che girano, giochi d’acqua, stanze ruotanti (Bock e Kersels), camere degli specchi (Attia), giochi al laser, labirinti e calcinculo (Höller). Francamente ci si chiede cosa avessero in mente i selezionatori. Almeno qui ci sono un po’ di video, tutti rigorosamente su pellicola da 16 mm. E’ la moda primavera-estate 2006.
Tra le cose migliori, vista l’atmosfera, mettiamo lo spazio sonoro di Ceal Foyer. Construction è il rumore di una costruzione fantasma in una stanza vuota. Molto suggestiva anche l’installazione di Ugo Rondinone. Attraverso uno dei suoi buchi neri si accede ad una stanza dove è appeso un paio di scarpe da clown. Sulle pareti rimbalzano le frasi di un litigio a due che non si risolve.
Tra i video, i migliori sono forse il Chinese crackers di Jonathan Monk, il noto Refraction (2004) di Arnout Mik e Twelve di Barbara Kruger.
Ilya Kabakov costruisce un vero campo da tennis e vi proietta intorno le partite giocate dal ’96 al 2000, Rosenquist punta al più grande dipinto di sempre per celebrare l’anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Per gli amanti dei classici, l’Information room di Kosuth, del 1970, per quelli dei giovani, il dark Banks Violette, con Void hanger (twin channel)… all tomorrows graves.
L’italiano Pancrazzi se la cava con il vecchio lavoro dei paesaggi in miniatura, McGee con un container di rottami.
Una annotazione sul catalogo della sezione: esaurito a tre giorni dalla chiusura. La proverbiale efficienza elvetica ha fatto acqua.


LISTE06


Edizione controversa. Per molti la peggior cosa del programma di Basilea, in realtà propendiamo per un livello negli standard della kermesse giovanile. Si mormora di qualche cambiamento, una rinuncia a quel finto spirito underground che l’ha caratterizzata fin dagli esordi. Il fatto è che la concorrenza si fa ogni anno più serrata. E Liste i dieci anni li mostra tutti.
All’ingresso, da Juliette Jongma, gli ottimi video di Guido Van der Werve, tra cui Nummer vier, con l’artista impegnato in un concerto di piano in mezzo al lago. Un efficace solo show dell’inedita coppia Tim Lee e Euan McDonald è allestita da Cohan and Leslie mentre da Cosmic sorprendono gli splendidi lavori di James Hopkins, in particolare The last chord e Decadence and Demise, entrambi 2006. Hopkins seziona oggetti d’uso quotidiano e li monta creando effetti distorsivi e forme inattese. Dalla greca The Breeder si conferma il genio di Marc Bijl con una scultura realizzata saldando tubature mentre Maze espone un barile forato di Sandrine Nicoletta, una riflessione forse scontata sull’andamento del prezzo del greggio. Quasi quasi le preferiamo gli orologi oscurati, ma ticchettanti, di Saadane Afif.
Un’opera di James Hopkins da Cosmic (Liste 06)
La new entry Monitor se la cava bene. Ci sono anche i lavori di Bettina Buck ma soprattutto tanto, tanto Nico Vascellari (anche una performance il giorno dell’inaugurazione). Un’italiana che alla prima si presenta con un italiano è già una buona cosa. Se poi l’italiano in questione è tra i personaggi più controversi e geniali del nostro paese è ancora meglio.
C’è la pittura surreale di Michael Cline per Daniel Reich e ai soliti Casini e Pennacchio Argentato, con nuovi lavori, la T293 affianca anche la novità Mario Maffei. Lavori intriganti a china su carta, da rivedere.
Tutto per Rasmus Biørn è lo stand sala-giochi di Mogadishni, i big Jules de Balincourt e Dana Schutz da Zach Feuer.


VOLTA SHOW 02


L’anno scorso fu la novità, quest’anno torna senza strafare. Cambia la location ma non rinuncia alla luce naturale. Una buona scelta.
Il patron Kavi Gupta punta sul poppissimo Adam Scott e sui più intimi Christofer Garrett e Claire Sherman (belli i suoi paesaggi). Non fa troppa fatica FA Project con le foto di un più serioso Charlie White e sono divertenti i ritrattini agli artisti di Germann e Lorenzi, da Staubkohler.
Ben equilibrato lo stand di Torch, con la foto di Goicolea e il suggestivo video digitale di Eelco Brand con pioggia al rallentatore e bene anche Lombard-Fried, per Dan Perjovschi e Cao Fei, il cui nuovo video non è niente male.
Chloe Piene (Nathalie Obadia) realizza strani schizzi a carboncino su pergamena. Un lavoro accattivante nella sua semplicità, certo più intimo della profusione di colori e allegria regalata dalla factory di Murakami Kakai Kiki, una vetrina anche per i giovani figliocci del maestro.
Tarocca le camicie Kim Jones, da Pierogi, fotografa disastri, crolli e terremoti in bianco e nero Ryuji Miyamoto, da Taro Nasu, crea paesaggi tridimensionali sezionando copie del National Geographic Ian Dawson, da Hales, e anima i sacchetti della spesa Kristof Kintera per Jiri Svestka.
Suggestive le complesse macchine video di Jan Burns da Spencer Brownstone. Di lui anche un semplice ma geniale lavoro in cui un ventilatore tiene sospeso un nastro e lo fa girare in circolo.
Un paesaggio con il National Geographic di Ian Dawson per Hales (Volta Show)
Tra le italiane invitata solo Marella, ma nelle vesti di rappresentante cinese. L’importante è esserci.
Nel video finto vintage Player vs. Player (2006) di Timothy Hutchings due scalatori finiscono per accopparsi in una comica baruffa (I-20). Tra le cose più interessanti mettiamo i dipinti di David Rathman di Mary Goldman. Sono piccoli frammenti della cultura di massa, dagli spaghetti western agli incontri di wrestling e pugilato fino agli incidenti delle corse della Nascar, affogati nello spazio bianco della tela. E, tra i video, il Raptus collettivo a Brooklyn ispirato a Jacques-Louis David da Roebling. È della videoartista Eve Sussman.


BALELATINA


È la novità di quest’anno. Erano stati annunciati i cinesi (appuntamento al prossimo anno, c’è da scommetterci), sono arrivati intanto i sudamericani. Un pugno di gallerie, colombiane, argentine, venezuelane e brasiliane, ma anche spagnole, statunitensi, italiane e danesi(!), unite da un interesse comune, la creatività latino americana. Questa regionalità potrebbe essere la scommessa del futuro nel campo delle fiere internazionali. Delle fiere di Basilea, è questa forse la più allegra e rilassante, grazie soprattutto a La Terraza allestita all’aperto, a base di coktails, partite del Mundial tedesco, tapas e concertini. La qualità complessiva non è alta come altrove, ma alla prima si perdona qualche incertezza e ingenuità.
A crederci c’è anche l’italiana Prometeo, una di quelle di Zonaventura. Qui si gioca, neanche a dirlo, la carta di Regina Galindo, Verduzco, Alvaro, “El tonto de la colina” da Nina Menocal (Balelatina) la vincitrice dell’ultima Biennale. Se un appunto lo si può fare allo stand di Ida Pisani, sta forse proprio nella scelta di nascondere l’interessante ventiquattrenne nicaraguense Wilbert Carmona, fotografo e pittore, qui con il progetto Cosas por le cuales se muore. La ricerca sulle bande giovanili del suo paese avrebbe meritato forse un maggior spazio.
La padrona di casa Nina Menocal sfoggia soprattutto un ottimo Alvaro Verduzco, giovane messicano che si esprime con il disegno nell’ambito del concettuale ironico. El tonto de la colina è una specie di eremita della montagna di immondizia.
Suggestive anche le foto a colori di Alexander Apòstol e quelle in bn di Juan Enrique Bedoya da Distrito Cuatro. I soggetti di entrambi sono edifici che o sono stati adattati a nuove funzioni assumendo forme stranianti (è il caso di Apòstol) o si collocano in paesaggi deserti, fuori contesto.
Da rivedere infine Maximo Gonzàlez di Travesia Cuatro. Non sono niente male le sue composizioni con le banconote ritagliate o arrotolate.

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alfredo sigolo


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1 commento trovato 

03/07/2006
ale, roma
la monika von bonvicini... ma mifaccia il piacere..!!!un talk show penoso, sensa senso
bulgari la prossima volta spendi meglio i tuoi soldi. tra un po di basilea si avrà la nausea. belle le rolls royce davanti alla a di anarchia del poetico bartolini ,era un unico lavoro???


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