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The Road to Contemporary Art 2010

   
 Né Maxxi né Macro, la fiera di Roma si restringe per lasciare la ribalta ai nuovi musei. Nata con l’intento di proporre un modello innovativo nel panorama delle kermesse europee, ha sfruttato l’appeal della Città Eterna. E ora... Alfredo Sigolo 
 
pubblicato
Riveduta e corretta, l’edizione 2010 di The Road to Contemporary Art diventa Mini e Micro. 67 gallerie concentrate nei tre padiglioni dell’ex macello al Testaccio spartite in tre sezioni: Main, Start up (giovani gallerie nate dopo il 2006) e Fuori Misura, lo spazio destinato alle opere di grandi dimensioni nell’ampia spianata, allestita con bar, ristoranti e un palco per eventi.
Come leggere questo ridimensionamento? Un fallimento della grandeur voluta dal direttore Roberto Casiraghi? Forse sì, ma almeno due attenuanti vanno concesse. La prima è che il mercato è cambiato negli ultimi due anni e sono cambiate le fiere. Si intravede la luce fuori dal tunnel della crisi, ma gli operatori si muovono ancora con circospezione, selezionano con attenzione le loro uscite, sono molto attenti al budget, navigano a vista. Per questo sulla carta l’elenco delle gallerie partecipanti alla fiera romana, che in parti uguali si compone di gallerie capitoline, del nord, del resto dello stivale e straniere, può essere promosso negli intendimenti.
Per fare un confronto, delle 138 gallerie partecipanti all’ultima edizione di Miart, 72 (il 52%) erano lombarde. Si dirà che Milano resta nonostante tutto il centro del mercato dell’arte in Italia, però Miart International, con appena una dozzina di operatori stranieri, è parsa quest’anno molto “local”, se non declinata in una sorta di Lumbard Art Fair. Connotazione che interpreta perfettamente la forte deriva identitaria del nostro tempo, ma forse dice qualcosa anche su una tendenza all’isolamento che può diventare preoccupante per la cosiddetta capitale morale.
La seconda attenuante riguarda necessariamente la città di Roma, dove oggi l’attenzione può ragionevolmente essere catalizzata più dalle sue istituzioni museali che dal mercato dell’arte (la fiera).
Installazione di Marco Di Giovanni (Galica)
Ecco qua allora un punto di vista: The Road to Contemporary Art non ha abdicato affatto al modello diffuso, semplicemente è cambiata la strada, che a Roma non passa più esclusivamente per la fiera, ma transita innanzitutto per i suoi musei. È giusto così, anche per il bene stesso della fiera, il cui obiettivo diventa forzatamente quello di dialogare con le istituzioni museali e fondazioni del territorio, vecchie e nuove, grandi e piccole, pubbliche e private. Fungendo magari da elemento di raccordo tra le varie realtà che fanno di Roma la piattaforma più vivace al momento in Italia.

A dimostrazione di ciò, vale la pena di citare due chicche del weekend romano: da un lato l’apertura della Fondazione Giuliani, non profit dedita alla promozione dell’arte contemporanea che si alimenta della raccolta di Giovanni Giuliani, che per qualità e coerenza rappresenta un bell’esempio di intelligenza collezionistica; dall’altro il Museo Carlo Bilotti, inaugurato nel 2006 da Veltroni all’Aranciera di Villa Borghese, dove tutto sembra funzionare magicamente: buono l’allestimento, straordinaria la mostra temporanea in corso sulle carte italiane del ’71 di Philip Gaston, cordiale e professionale persino il personale.
A bilancio negativo vanno gli orari balordi e gli oneri di prenotazione di molti luoghi, dalle Accademie all’intervento di Solakov a Villa Borghese, la mancanza di un servizio di collegamento, infine la moltiplicazione di liste vip, elenchi riservati, accessi a invito e via dicendo.
Allestimento costruttivista da S.A.L.E.S.
Tornando alla fiera, Continua ha alternato lavori importanti di Gupta
e Solakov, e Soffiantino ha allestito uno stand rigoroso ed equilibrato con lavori di Michael Beutler e Josh Tonsfeldt. Un sipario dava accesso allo spazio che S.A.L.E.S. aveva gestito con lavori a parete di Hansjorg Dobliar e Claudia Wieser, di sapore costruttivista.
Una ricerca alchemica sembra ispirare invece Marta Pierobon, scelta dalla bresciana A Palazzo, galleria che alterna emergenti a maestri consolidati, evidenziando però una buona personalità. Caso inverso è la milanese Galica che, a fronte di buone scelte come Marco Di Giovanni, qui con un bel lavoro ispirato alla mitologia nordica dal titolo Ginnungagap, Alicia Martin, Sassolino e altri, propone poi opere decisamente più deboli e leziose come quelle Duff e Candeloro.
Fra le tendenze emergenti vi è quella che sembra privilegiare i valori consolidati, il curriculum vitae, rispetto a parametri effimeri e modaioli di appena qualche anno fa. Opportunamente ecco allora Suzy Shammah che eredita da Mazzoli nomi di peso come Dalla Vedova, Cucchi e Benvenuto. Sul fronte della fotografia, da Photo & Contemporary si nota un lavoro di Nils Udo del 1990, artista che forse andrebbe proposto più spesso in un periodo di particolare urgenza e sensibilità per le tematiche ambientali. Da Ca' di Fra’, pur nel rigido allestimento consueto, si fanno notare soprattutto alcuni scatti sul paesaggio di Luigi Ghirri, particolarmente ispirati.
Opere di Nedko Solokov da Continua
A spartirsi i marmi tatuati di Fabio Viale
, artista destinato a essere apprezzato più all’estero che in Italia, c’erano Gagliardi e Sperone. Da quest’ultimo, a ricordare la grande antologica al Maxxi, si osservavano i più noti video di De Dominicis. Alcuni dipinti del maestro, invece, li proponeva Toselli. Alfonso Artiaco sceglieva la sponda concettuale di Paolini e Carl Andre, Haunch of Venison esponeva disegni e progetti di Bill Viola, per la verità abbastanza banalotti.
Molto interessante lo stand della norvegese bilocata a Berlino Opdahl, preso perfino a cannonate da Chosil Kil ma ben interpretato anche dai progetti ambientali di Florian Neufeldt.
Tra le cose peggiori, l’altra berlinese Factory-Art, anche a causa del dubbio gusto delle installazioni di Renato Meneghetti, i leziosi skyline di Ottavio Fabbri da AMT, l’allestimento senza capo né coda di Stephan Stoyanov. Fuori contesto la galleria di design Fumi, mentre nella sezione Fuori Misura la prova di Michelangelo Pistoletto. “Luogo di raccoglimento multiconfessionale e laico”, è parsa un’opera piuttosto retorica e non all’altezza della fama del maestro.
Il Tentativo di volo di De Dominicis (Sperone)
A emergere qui sono stati il grande lampadario a lampioni di Kristof Kintera
(My light is your light, 2008), di VM 21, ma anche l'enigmatico Senza titolo di Eduard Winklhofer (Maria Grazia del Prete). Da segnalare anche un azzeccato parallelo suggerito da Guidi & Schoen tra i nuovi musei romani e le architetture futuribili di Giacomo Costa.

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alfredo sigolo

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indice dei nomi: Alfonso Artiaco, alfredo sigolo, Alicia Martin, Arthur Duff, Bill Viola, Carl Andre, Carlo Benvenuto, Carlo Bilotti, Chosil Kil, Claudia Wieser, Eduard Winklhofer, Emilo Mazzoli, Enzo Cucchi, Fabio Viale, Florian Neufeldt, Francesco Candeloro, Gino De Dominicis, Giulio Paolini, Hansjorg Dobliar, Josh Tonsfeldt, Kristof Kintera, Luigi Ghirri, Marco Di Giovanni, Maria Grazia del Prete, Mario Della Vedova, Marta Pierobon, Michael Beutler, Michelangelo Pistoletto, Nedko Solakov, Ottavio Fabbri, Philip Guston, Renato Meneghetti, Roberto Casiraghi, Stephan Stoyanov, Suzy Shammah
 

4 commenti trovati  

21/06/2010
Alfredo Sigolo
Un coinvolgente articolo che vi invito a leggere per valutare il maestro Renato Meneghetti.

l'Unità di sabato 29 maggio 2010 di Beppe Sebaste

Rompere teste. Arte, mondanità, indifferenza (per un'antropologia dei gesti del pubblico d'arte)
Sono giorni di grande fervore mondano per l’arte a Roma, tra apertura del Maxxi e la festa al Macro. Sono al vernissage della fiera Road to Contemporary Art, e il cortile dietro il primo padiglione del Macro, tra il muro e i paletti dello spazio ristoro, è ricoperto di teste di ceramica bianca. Sono posate per terra, erette, salvo poche rovesciate o cadute, reclinate. Un camposanto, penso. L’istinto è di circumnavigarle, e mi siedo a un tavolo dello spazio ristoro a fianco dell’opera en plein air ad aspettare un amico. E’ un buon punto per contemplare il passaggio dei visitatori. Il loro flusso è ancora contenuto, e risalta così la goffaggine di qualcuno che attraversa l’opera per sbaglio, e imbarazzato cammina come sulle uova cercando di non urtare e ferire le bianche teste. Le guardo meglio: sono di tre tipi, dalla maturità all’infanzia (quest’ultime un po’ più piccole); i loro volti hanno gli occhi chiusi, in un’espressione contemplativa che ne aumenta l’inermità.
Quasi al centro della distesa di teste c’è una striscia sottile di cocci, e il rumore di ceramica tritata mi fa alzare la testa: una coppia di incaute signore ci cammina su. Mi metto così ad osservare i gesti e le andature della gente convenuta a questo vernissage: esitanti, rispettosi, saputi, indifferenti, curiosi, distratti, irriverenti, mondani, presuntuosi, attoniti, ignari - il campionario è vasto. L’ex ministro ai Beni Culturali Rutelli, con consorte, evita le teste passando ai bordi, senza però degnarle di uno sguardo, tranne quello che ti permette di non calpestarle. Aumentano però quelli che, noncuranti, attraversano il campo minato calpestando il rivolo di cocci. Alcuni urtano le teste, che si rovesciano. Qualcuna si infrange, e il rumore è come una ferita. Ma non si voltano. Finché un giovane vestito da fighetto si lancia tra le teste come in una gimkana. Ne rompe tre o quattro prima di tornare indietro, e ride con gli amici. Passano i minuti e i visitatori, e io resto spettatore esterrefatto di un crescendo perturbante di gratuita aggressività. E’ come un documentario sull’approccio e l’interazione all’arte e ai musei: chi sono i visitatori, che cosa vedono quando guardano un’opera? L’inermità dei volti e teste per terra, bianchi e fragili, è una perfetta metafora dell’opera d’arte, che nel migliore dei casi è sempre un volto che si offre ed espone alla nostra simpatia o violenza. Vale per l’arte ciò che vale per il sacro e il gioco: cosa fa sì (per esempio) che in certi luoghi, di fronte a certi oggetti o persone, facciamo silenzio o ci togliamo il cappello, oppure rilanciamo la palla che ci cade addosso?
Quelli che evitano le teste bianche sono diminuiti a favore dei baldanzosi che le rompono. Non provano nessun imbarazzo, anzi ridono. La prima signora che rompe una testa (di vecchio? di bambino?) coi tacchi alti, inaugura un crescendo peggiore: camminano fra le teste per urtarle, come chi si diverte a far scoppiare palloncini. Una signora elegante ha un’idea migliore, seguita poi da varie emulatrici: solleva una testa con la mano e, in posa di fronte al compagno che la fotografa, la lascia cadere per terra in un fragore di cocci. Teste rotte, pezzi sparsi di volto. Senza accorgermene grido. Una coppia anziana mi chiede: “Lo possono fare?” Un altro dice: “Sì, è l’artista che lo vuole”. Non è che lo vuole, rispondo, ma certo lo ha previsto. L’opera ha un titolo perfetto, Indifference, e un cartellino spiega: quasi 1000 teste di ceramica fragile. E’ dell’artista Renato Meneghetti, galleria Factory di Berlino.
C’è una bella differenza tra intenzione (o addirittura istigazione) e previsione. Se lascio la macchina aperta e l’occasione fa l’uomo ladro, resta che si tratterebbe di un furto. L’umana indifferenza esibita degli invitati al museo, luogo elettivo dell’empatia, mi stordisce. E’ questa l’opera, lo so: fare quello che ti pare. Poi immagino che le teste che fanno scoppiare per terra, mettendosi in posa per farsi fotografare, non siano di ceramica, ma vive e ugualmente inermi. Che siano teste di bambini. Mi alzo e mi allontano, inseguito alle spalle dal rumore di cocci come ossa, come carne.


18/06/2010
daniele capra
http://www.danielecapra.com
Florian Neufeldt della Galleria Opdahl è un bravissimo. E' giovane e farà strada!

18/06/2010
livio
da Haunch of Venison c'erano anche dei video di bill viola, per nulla banali, anzi molto belli

18/06/2010
Lorenza
Philip Guston.

essendo un genio, merita che il suo cognome sia compitato correttamente... soprattutto avendo azzeccato tutti gli altri cognomi menzionati...


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