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Del designer il fin è la meraviglia

   
 Con la sua pretesa di riempire piani verticali e orizzontali, spesso il design contemporaneo sembra rifarsi al barocco. O addirittura all’antichità classica
 Gianluca Sgalippa 
 
pubblicato
All’alba del Movimento Moderno, ancor prima della nascita delle avanguardie, si levarono gli scudi contro l’ornamento applicato. La nuova architettura propugnava l’"onestà” dei materiali e delle soluzioni costruttive senza superfetazioni o altre presenze posticce, tipiche dei manufatti classici. Questo nuovo indirizzo estetico, andato formandosi in ambito architettonico, coinvolse anche il design (anzi, il disegno "industriale”), nella cui sfera ogni esito formale era tenuto a mettere in chiaro le scelte produttive: la superficie è quella del materiale allo stato puro, senza ulteriori lavorazioni, spesso portatore di una personalità di tipo nuovo, di un linguaggio mai sperimentato in precedenza. 
Oggi, nell’epoca delle contaminazioni e della trasversalità, si assiste al rilancio, avvenuto in tempi molto recenti, della decorazione bidimensionale come tema del progetto di design. Più nello specifico, si indaga sulla sua capacità di diventare semio-ambiente. 
A questo punto si va profilando la questione spinosissima (e dibattutissima) del confine tra pittura, grafica e decorazione generica. 

Un dettaglio del lounge bar alla Biennale di Venezia 2009 (artwork Tobias Rehberger)

Davanti ai nostri occhi, la pittura del mondo pre-moderno è infetta da notevoli ambiguità semantiche, specie nella forma dell’affresco. Anche sotto la firma di Michelangelo o di Raffaello, esso possedeva, nelle intenzioni della committenza, un ruolo propriamente decorativo, ovvero di riempimento magnificente della parete, al di là dei significati estetici e simbolici che la critica, a posteriori, va mettendo in luce. Negli anni ’20 del secolo scorso il sopraggiungere della grafica (concepita dai movimenti d’avanguardia tedeschi e russi) coincide cronologicamente con l’estinguersi dell’idea (e della pratica) della pittura murale-architettonica. La nuova grammatica, assai vicina all’Astrattismo, prende semmai la strada della grafica coordinata, ovvero dei sistemi di guida dell’occhio lungo un percorso fatto di messaggi (ad esempio l’editoria e la segnaletica), caricandosi di un preciso compito visivo-funzionale.
E la decorazione, intesa come "abbellimento” epidermico e occasionale, rimane nel terreno ibrido e indefinito del rivestimento modaiolo, come accade nel tessuto per l’abbigliamento.
Nella scena contemporanea, che si tratti di invenzioni decorative a diffusione universale o di soluzioni uniche (ovvero site specific, ai confini con l’installazione artistica), si ritorna all’antichità classica, con l’esplicito intento di riempire i piani verticali e orizzontali, come nel periodo Barocco, in cui veniva abolita la gerarchia tra soffitto, pavimento e muro. Parafrasando il Marino, "del designer è il fin la meraviglia”, contro il muro bianco di Le Corbusier. 

Un allestimento temporaneo per la Deutsche Bank a Koln (design Karim Rashid)

Piastrelle, laminati stampati in digitale, tappeti in lana o polimerici, tessuti in tecno-fibra, mosaici, pelli siliconiche e ledwall interattivi appaiono come entità perfino statiche, se paragonate all’impiego creativo e metamorfico di materiali provenienti da settori "altri” del design. 
L’aspetto più rivoluzionario di questo indirizzo progettuale sta nel superamento del Funzionalismo come percorso razionale nella concezione e nell’uso degli oggetti. Il disegno "decorativo” della superficie agisce unicamente sulla percezione visiva come momento emozionale. Il coinvolgimento mentale avviene in termini contemplativi, secondo tante gradazioni. Non siamo lontani dalla filosofia che stava alla base della Op-Art, anche se oggi la grafica digitale produce effetti più potenti della pittura e dell’impiego delle sorgenti luminose.
Non ci dobbiamo stupire se designer come Karim Rashid o Markus Benesch insistono sulla creazione di superfici, con effetti che sconfinano tranquillamente nella dimensione acida e psichedelica, in un terreno sostanzialmente prossimo alle installazioni di artisti come Tobia Rehberger o Yayoi Kusama.

Concept store 2012 Louis Vuitton a Londra (artwork Yayoi Kusama)

In un ambito meno sperimentale, ma non privo di interesse, troviamo anche il design del rivestimento in piastrelle e dei tappeti. Il primo si basa su un modulo rigido, di modeste dimensioni, assolutamente fisso. Il tappeto è l’esatto opposto: di solito è di dimensioni notevoli, flessibile, soffice e amovibile. La piastrella prevede un’applicazione modulare e ritmica, mentre il tappeto si avvale quasi sempre di un disegno esclusivo. Ma tra le due categorie tipologiche esiste un aspetto comune: la capacità di estroflettersi o di per guadagnare la terza dimensione, come le tele di Bonalumi o di Castellani.

 


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