20 febbraio 2015

La lavagna

 
Sul nuovo logo di Roma. I VeryBello nazionali
e altre amenità sui rapporti tra immagine e contenuto

di Raffaele Gavarro

di

Se vi siete stupiti, e anche un po’ arrabbiati, per l’ormai famoso VeryBello! Viaggia nella Bellezza. Italia per Expo 2015, oppure per Rome&You, il nuovo logo della Capitale che sarà utilizzato per la comunicazione fuori dai confini nazionali, allora forse, al pari di me, non avete considerato con la giusta attenzione la corrispondenza che sempre e inevitabilmente esiste tra un’immagine con il tempo e la realtà alla quale si riferisce. Nel guardare il portale che comunica gli eventi e i luoghi da visitare nel Belpaese durante l’Expo, o l’imbarazzante neo logo romano, la domanda che è necessario porci  riguarda dunque e purtroppo la natura del tempo e del luogo in cui siamo, ma anche e nondimeno dell’immaginario che v’insiste. Lo so, non è piacevole porla in questi termini. Meglio, e senz’altro più liberatorio, sarebbe tirare un bel paio di legnate, metaforicamente per carità, a chi ha ideato e a chi ha approvato cotanta sozzeria. Ma così facendo, è molto probabile che non ne usciremo mai in modo convincente e definitivo, come invece è proprio necessario.
Verona, Wisconsin
Partiamo dunque dalla considerazione che entrambe queste immagini e gli slogan che contengono vogliono essere efficacemente contemporanei. Essi cercano di esserlo attraverso l’uso dell’inglese, ma anche attraverso un configurarsi come immagini inequivocabilmente digitali, dotate cioè dei caratteri tipici della labilità e della ri-ciclicità. A dispetto del fatto che essere contemporanei risulti una cosa naturale nel tempo in cui si è, fare qualcosa di contemporaneo non è altrettanto naturale, o se preferite facile. Devo obbligatoriamente a questo proposito citare Giorgio Agamben (Che cos’è il contemporaneo?, 2008), che sulla scorta del pensiero di Friederich Nietzsche e delle successive riflessioni di Roland Barthes, appunto dice: «La contemporaneità è, cioè, una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce ad esso e, insieme, ne prende le distanze; più precisamente, essa è quella relazione col tempo che aderisce a esso attraverso una sfasatura e un anacronismo. Coloro che coincidono troppo pienamente con l’epoca, che combaciano in ogni punto perfettamente con essa, non sono contemporanei perché, proprio per questo, non riescono a vederla, non possono tenere fisso lo sguardo su di essa». E qualcosa si potrebbe ancora aggiungere tra le differenze che insistono tra attualità e contemporaneità, ma non vorrei esagerare.
Florence, South Carolina
In ogni caso, qualcosa di simile alle considerazioni del filosofo italiano deve essere senz’altro capitato ai nostri geniali creativi e anche agli altrettanto nostri geniali committenti, evidentemente ignari di Nietzsche, di Barthes e ancor di più di Agamben. Così me li vedo i primi snocciolare in marketing language la necessità di arrivare dritti al target e al core business utilizzando un linguaggio giovanile e international, mentre i secondi ascoltavano beati sentendosi parte di cotanta contemporanea anglo-agilità linguistica e concettuale. 
Purtroppo per loro, e per noi, qui non è solo la questione della sfasatura temporale a rendere privo di senso contemporaneo queste immagini e il linguaggio degli slogan, ma in un senso più terra terra, e spero più facilmente comprensibile, quella che salta agli occhi è l’incongruenza che c’è tra queste immagini e i contenuti che vorrebbero comunicare. Se l’Italia e Roma sono infatti dei brand da vendere nel mondo, lo sono evidentemente per la loro specificità italiana e romana, tutt’altro che apprezzabile attraverso il puerile uso dell’inglese e di immagini prive di qualsiasi tipicità. 
Naples, Florida
Non vorrei però farne un problema di semplice comunicazione, ma di più complessa consapevolezza della nostra identità, di quale sia oggi e soprattutto della sfasatura, in questo caso chiaramente rilevabile, che c’è tra chi partecipa quotidianamente all’elaborazione della cultura contemporanea e chi ci amministra e ci rappresenta. Come dicevo all’inizio un’immagine che si dà come rappresentativa corrisponde sempre e inevitabilmente al tempo e alla realtà in cui si è: il problema è che questa corrispondenza esiste evidentemente solo per quelli che prendono le decisioni per tutti noi, ma non per noi. La cultura non è al potere e ancora di più non interessa al potere, di questo abbiamo prove e controprove che dal quotidiano risalgono gli anni della nostra storia recente. Ma oltre gli effetti devastanti su tutto il sistema Paese, prodotti dall’irrilevanza alla quale è condannata la cultura contemporanea, viene da chiedersi se qualcuno che vive nelle stanze del potere abbia un minimo di consapevolezza, nel delicatissimo momento storico in cui siamo, che l’identità di un Paese va difesa e resa più forte proprio attraverso la sua cultura e non solo attraverso le armi. 

3 Commenti

  1. Caro Raffaele, sono pienamente d’accordo su questa ridicola prestazione comunicativa, poiché ritengo che di questo si tratti. Del tutto in linea con la scuola delle tre i, di berlusconionana memoria, questo modo di interpretare la realtà, per dirla con Massimo Recalcati, è figlio del Narcisismo, ovvero dell’esiziale riflesso del potere nella propria immagine. Apprezzo, pertanto, le foto che corredano il tuo articol che sottolineano la duplice inversione identificativa del bel paese : l’ Italia si rispecchia nella doppelgänger d’oltreoceano per suicidarsi. La morte avviene proprio per svuotamento di senso, per annegamento dei significati, nella logica di un successo che è accecamento di un effimera vittoria, non certo lenta seduzione dell’ignoto. Nella logica dell’insegna tutto si esaurisce nello slogan che, sinceramente, è veramente brutto

  2. Salve
    e’ piuttosto singolare che abbia letto il suo intelligènte e lucido articolo qualche secondo dopo avere ricevuto un rapporto su una petizione da me firmata di recente e aperta da una notissima pubblicitaria sulla lingua italiana offesa inutilmente da un strabordante ed inutile accoppiamento con vocaboli stranieri.
    Evidentemente il grado di entropia non solo linguistico ma sovrastrutturale in generale ci sta trascinando per rivolta alla ricerca di pulizia mentale di cui il linguaggio della comunicazione e’ sicuramente un passo importante.
    Ringrazio e auguro buon lavoro

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