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Se la sfiga diventa teoria

   
 La fama terrena, la gloria eterna o il vil denaro. Bisogno, ambizione, vocazione o predestinazione? Che cosa muove l’artista contemporaneo? Ma soprattutto, qual è il motore del sistema dell’arte d’oggi? Facile la risposta. Ma solo se si guarda la vetta… Alfredo Sigolo 
 
pubblicato
Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso/ vidi gente attuffata in uno sterco/ che da li uman privadi parea mosso./ E mentre ch'io là giù con l'occhio cerco,/ vidi un col capo sì di merda lordo,/ che non parëa s'era laico o cherco.
(Dante, Inferno, XVII, 112-117)

Già, una questione di prospettive. Cominciando dagli artisti, della piramide del successo a pochissimi è riservata la vetta. E se tale vetta si è oggi tanto innalzata, stanno i prezzi delle superstar a dimostrarlo, ciò è dovuto al sostegno di una base che si è allargata ed ispessita a dovere, ospitando una schiera amplissima di giovani e meno giovani, accalcati ad aspettare la grazia, la famosa chance per salire la china: quella che di diritto si vorrebbe concessa almeno una volta a tutti e che invece spesso non arriva mai.
Gli irriducibili magari si convincono della gloria postuma, gli altri, i disillusi, capita l’antifona dell’impresa titanica, si accontenterebbero del posto fisso. No, non siamo tornati all’epoca dei Medici e agli artisti messi sotto contratto dal dominus di turno, tuttavia l’idea di una onorata carriera al minimo sindacale lontani dalla top ten, fare l’artista arrotondando i magri stipendi del precariato, è una prospettiva ormai considerata da molti di quei troppi che si sono formati al sacro fuoco della cultura.
Da parecchi decenni ci si è messa pure la moda del giovane artista a complicare le cose.
Con il mercato che ha occhi solo per i talenti in erba, la carriera d’artista è diventata assimilabile (ma non per i guadagni!) a quelle di top model, veline e calciatori: 10-15 anni al massimo sotto i riflettori sono la prospettiva cui far seguire un malinconico declino. Già davanti ai trentenni si comincia a storcere il naso. E così ci sono quelli che pateticamente compiono gli anni alla rovescia, quelli che si nascondono nell’anonimato e quelli che, come Maldini nel Milan, il pallone d’oro lo meriterebbero alla carriera ma non lo vinceranno più.
Non và meglio per curatori e galleristi. Gli uni presto riciclati come giornalisti e galleristi (se hai qualche soldo di papà, sennò al massimo assistenti di), gli altri a combattere battaglie quotidiane per accedere all’olimpo del potere, per entrare nei comitati di selezione delle fiere, per farsi spennare come polli da artisti anglosassoni di grido per darsi una patina di americanità, per aggiudicarsi il nuovo Damien Hirst, salvo poi vederselo soffiare sotto il naso dai colleghi più influenti.
Ma la domanda iniziale è ancora in sospeso. Dunque, cosa muove oggi l’arte contemporanea? Ci siete arrivati? Proprio lei: la sfiga. Chi sta sopra, chi sta sotto, chi si tiene a galla e chi ci affoga, la vera lotta quotidiana è sulla linea di galleggiamento.
Altro che rutilante mondo dell’arte, la disillusione ha preso il posto del sogno, la consapevolezza quello della speranza. L’obbiettivo non è più un posto nella storia ma un’onorata carriera nel proprio tempo. Qui come all’estero.
Infatti se l’Italia piange, l’America non ride. Non credeteci troppo al mito della Grande Mela. Perché è vero che il cuore di tutto sta lì, è vero che un giorno lavorato bene a Nyc fa un anno da FTE (full time equivalent) da noi. Ma è anche vero che la concorrenza è spietata, che ci si gioca l’uovo d’oggi per la gallina di domani e, in tempo d’aviaria, è bene farsi due conti.
Recentemente Robert Storr, sulle pagine de Il Giornale dell’Arte, crudelmente ammetteva, citando David Smith, che l’arte è un lusso che l’artista deve pagare. E che a New York si fa la fame. Di fatto le indagini e statistiche di settore (laggiù rigorose e regolari) parlano di una vita vissuta di espedienti, di lavoretti d’ogni tipo trovati dagli artisti per continuare a coltivare il sogno, che magari alla fine diventano un modo per riciclarsi nel campo dell’editoria, della grafica, degli uffici stampa, dei servizi e degli hamburger. Ovunque basta che non si faccia l’artista di professione.
Qui si mangia pane e veleno, diceva Pasquale; e Totò, di rimando: no Pasquà, solo veleno! Miseria e nobiltà, appunto.
Se ancora ci è rimasto un minimo di coscienza postmoderna, varrebbe la pena di annoverare il sistema dell’arte non tra i non-luoghi, ma luogo per eccellenza del non-tempo.
Si pensi solo un attimo al tempo speso dai giovani artisti nella vana ricerca di una galleria, in colloqui con curatori e critici che non ascoltano, a scrivere mail che nessuno leggerà, a comprare e leggere sulle riviste le giustificazioni critiche artefatte (questa sì che è arte!) per giustificare l’ennesimo fighetto sbucato dal nulla, a presenziare a tutte le inaugurazioni per farsi amico questo e quello, a chattare su internet sui massimi sistemi mentre le ragioni dell’economia se ne infischiano e cavalcano l’ultima moda.
Ma non limitiamoci agli artisti. Il gallerista, ad esempio, è uno dei mestieri più cool da fare se uno si trova nelle seguenti condizioni: non saper far proprio nulla, ma avere tanti soldi da spendere. Vogliamo star qui a raccontarcela o finalmente ammettiamo che la professionalità è merce più unica che rara tra i galleristi? E l’improvvisazione lo sport preferito?

Parlando con uno di loro, ti può capitare di sentire cose del tipo: vendere non è il mio mestiere, io amo l’arte. Ma come? E fai il gallerista? Se ti piace l’arte datti al decoupage, se sei scultore c’è il pongo!
E i curatori? PR, cheerleaders del sistema dell’arte, più bravi a ciacolare che a scrivere, a presenziare che ad allestire, a farci che ad esserci. Ma poi, come i cinesi, li vedete mai invecchiare? Ad un certo punto la più parte sparisce dalla circolazione, riciclati anche loro chissà dove a guadagnarsi finalmente la pagnotta come insegnanti d’Accademia o impiegati nella pubblica amministrazione
Tutto un gioco delle parti, insomma, a chi è più o meno sfigato.
Se poi c’è un posto dove la flessibilità del lavoro funziona a 1000, con buona pace del compianto Biagi, questo è il sistema dell’arte: in una stessa persona possono concentrarsi insieme più competenze, sviluppate in anni di rinegoziazione del proprio ruolo. L’artista può riciclarsi come gallerista, curatore, giornalista e diffusissimi sono i criticuratorgiornalisti. Alla faccia della specializzazione. Per paradosso alcuni casi limite incarnano nella stessa persona tutta la filiera dell’arte: teoricamente potrebbero fare un’opera, allestirsela in una propria mostra, nella propria galleria, recensirsela su una rivista di settore e magari comprarsela pure. Una strana forma di ermafroditismo social-economico, di autosufficienza da bunker antiatomico. Tutto questo turnover professionale innesca disagio, approssimazione, improvvisazione, crisi d’identità e labirintiti nei protagonisti del teatro dell’arte.
Ma a questo punto tocca far chiarezza su cosa si intende per sfiga. C’è quella classica, quella di Willy il Coyote per intenderci. Come dire la lotta quotidiana contro il fato avverso, insomma la sfortuna. E poi c’è quella che uno, invece, se la cuce addosso. Tatuata in fronte. Una sorta di aura, o di (cattivo) odore.
Questa seconda accezione della sfiga è più interessante, perché comprende una serie di comportamenti, strategie, di modi di essere, di vestirsi, di muoversi, pensare ed agire, che tradiscono una generale inefficienza ed inefficacia, mediocrità, inadeguatezza.
Eppure c’è gente che ha saputo trasformare la sfiga in un’arma. Perché svelare, mettere alla berlina la sfiga del sistema dell’arte è un’operazione critica concettualmente interessante.
Il casus? Maurizio Cattelan. Da sfigato e disadattato, la sua estetica della fuga, della sottrazione di sé e del nascondimento, lo hanno trasformato nel Beep Beep dell’arte, con tutti gli altri attori del sistema, critici, galleristi, musei, giornalisti e pubblico, a rincorrere vanamente. Il genio di Cattelan sta nell’operare negli interstizi e nelle falle del sistema dell’arte, svelandone sistematicamente le debolezze (sfighe). Mettendone in ridicolo la fragilità se n’è conquistato l’adulazione e la stima. Screditandolo, se n’è guadagnato il credito. E ora tocca a voi…

alfredo sigolo

*articolo già pubblicato su Exibart.onpaper n. 28 - febbraio/marzo 2006
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