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L'intervista/Alice Sachs Zimet

   
 Incontro vis-à-vis con una delle collezioniste più influenti degli Stati Uniti. E con le sue centinaia di fotografie, da Andres Serrano a Zanele Muholi manuela de leonardis 
 
L'intervista/Alice Sachs Zimet
pubblicato

New York. Due ambrotipi poggiati sulla coda del pianoforte catturano volti anonimi, restituendoli ai posteri con la loro patina antica. Sconosciuto l’autore come pure l’identità delle persone ritratte. Immagini che appaiono isolate, malgrado siano circondate da innumerevoli altre: tante da contribuire alla definizione di una visione caleidoscopica dell’umanità, così come è vocazione di Alice Sachs Zimet. 
Non c’è spazio nell’appartamento della collezionista americana - all’angolo di Park Avenue a New York - che si sottragga al vuoto. Ovunque fotografie che, a loro volta, non perdono di vista l’osservatore, trasportandolo via via nella loro dimensione spontanea o costruita, reale o immaginaria, ironica o drammatica. 

Seydou Keuefta, Twins (1952-55)

Un incrocio di sguardi che non lascia mai indifferenti, a cominciare dai ragazzini con la pistola di William Klein (Gun 1, New York, 1955) per arrivare alla scultorea Juliette fotografata da Man Ray (Juliette Man Ray Sunbathing, anni ’50). In mezzo troviamo icone che dal Novecento si proiettano nel nuovo millennio: Cindy Sherman nei panni di Lucille Ball (1975), Robert Capa mentre filma la guerra civile spagnola (lo scatto è di Gerda Taro), il celeberrimo bacio nello specchietto retrovisore di Elliott Erwitt (California, 1955), Jean Cocteau con la maschera di Antigone ritratto da Berenice Abbott (1927), ma anche i pazienti psichiatrici incatenati di Chien Chi Chang (The Chain #14, 1988) e il volto reiterato di Barbra Streisand nella serigrafia di Deborah Kass, The Jewish Jackie (1992) che cita Andy Warhol (di cui peraltro in cucina è incorniciata la sua Soup Can Label).

Deborah Kass, The Jewish Jackie (1992)

Tra gli autori delle sue circa 250 immagini prevalentemente in bianco e nero - «il colore ha bisogno di più ossigeno», spiega la collezionista - spicca sopra il camino del salotto Untitled VII (Ejaculate in Trajectory) di Andres Serrano. Non mancano all’appello, poi, altri grandi maestri come Lisette Model, Robert Mapplethorpe, Edward Steichen, Nan Goldin, Henri Cartier-Bresson, Hiroshi Sugimoto, Seydou Keïta, Malick Sidibé, Walker Evans, Vik Muniz.  
Ma Alice Sachs Zimet - riconosciuta dalla rivista "American Photo” tra le 100 persone più influenti della fotografia americana - è anche filantropa e fondatrice di Arts + Business Partners, con cui svolge l’attività di consulente, organizzatrice e docente di Photography Marketplace, che insegna presso varie istituzioni tra cui l’ICP - International Center of Photography e Camera Club of New York. Per l’ultima lezione apre sempre le porte del suo appartamento, condividendo con gli studenti la sua grande passione. 

a casa di Alice Sachs Zimet (foto Manuela De Leonardis)

Quali sono i meccanismi che determinano la scelta della fotografia da collezionare?
«Lo spirito della caccia! È una sorta di caccia al tesoro, a cominciare dalle nuove case d’asta. Non solo quelle classiche, anche le aste di beneficienza dove più volte mi è capitato di essere l’unica a fare offerte che, benché fossero al di sotto della richiesta, sono state accettate». 
La sua è una famiglia di collezionisti d’arte, lei stessa ha studiato storia dell’arte alla Syracuse University, all’Istituto di Belle Arti della New York University e anche alla Sorbona a Parigi. Cosa l’ha portata a scegliere proprio la fotografia come linguaggio artistico?
«La mia famiglia collezionava soprattutto stampe di Bonnard, Toulouse-Lautrec, dei Nabis e molti altri. Lo zio di mia madre, Paul J. Sachs, era stato curatore del dipartimento di disegni e stampe del Fogg Museum, museo d’arte dell’Università di Harvard. Sono l’unica della mia famiglia che ha continuato a collezionare arte. Quando ho iniziato ad acquisire fotografie, negli anni Ottanta, la gente mi diceva che questa non era arte, perché chiunque può fotografare. Inoltre, la fotografia è riproducibile. Quelle stesse persone oggi si pentono di non aver comprato, anche loro, fotografie! Essendo, poi, una persona che ha la tendenza a lasciarsi sovrastare dalle cose, ho pensato che il mondo della pittura fosse troppo grande, mentre la fotografia avrei potuto «prenderla in braccio».

a casa di Alice Sachs Zimet (foto Manuela De Leonardis)

La ritrattistica occupa un ruolo rilevante all’interno della sua collezione…
«Sì, mi sono trovata bene con la fotografia anche perché sono una persona che ama stare in mezzo alle persone e penso che questo linguaggio sia un mezzo per la gente, molto più della pittura. Poi, per me, è importante il rapporto empatico. Devo essere presa dal punto di vista emotivo. Prima comincio con il cuore, poi uso il cervello. Quando, nel 1985, ho acquistato il primo pezzo - Studio Kitchen (1982) di Andrew Bush - ero insieme a Sam Wagstaff, collezionista e curatore che era l’amante di Mapplethorpe. Si tratta di un interno di una casa in Irlanda dove si vedono tanti libri francesi, come quelli su cui ho studiato anch’io, Poi ci sono i fiori: mia madre aveva una grande passioni per i giardini; e si vedono molti dipinti. Noi siamo cresciuti in mezzo a tanti quadri! Insomma c’erano così tante cose che mi appartenevano che mi sono detta che quella avrebbe dovuto essere la prima foto che collezionavo. Ma non potevo comprarne solo una, ho provato l’impulso di acquistarne due. Ecco che ero diventata una collezionista»!
Invece, che tipo di rapporto ha con i fotografi?
«Tanti sono morti! (ride)» 

a casa di Alice Sachs Zimet (foto Manuela De Leonardis)

Ma vedo anche fotografie di autori più giovani, come Alec Soth e Zanele Muholi…
«Ho conosciuto Zanele a Parigi, in occasione di una cena organizzata dalla Stevenson Gallery di Cape Town durante l’ultima edizione di Paris Photo. Trovo il suo lavoro incredibile. Ho anche un suo autoritratto abbastanza raro. Ma non ho scelto le sue foto perché è un’artista di successo. Per tutti noi collezionisti c’è un detto: si compra con gli occhi e il cuore, ma mai con le orecchie. Quindi, mai comprare qualcosa perché si sente in giro che l’artista è di moda. Mi è capitato di acquistare foto non in perfette condizioni, come Woman with veil, San Francisco (1949) di Lisette Model, che non è neanche un vintage, bensì una stampa del 1976. Ma mi piaceva e l’ho comprata».
Ci sono collezionisti che acquistano in base al valore di mercato, su segnalazione dell’art consulting o del critico. Che ne pensa?
«Penso che se si vuole fare investimento con la fotografia, si è sbagliato campo. Ad esempio ho acquistato Afghan girl di Steve McCurry ad un’asta di beneficienza per 500 dollari. Fin dall’inizio mi sono data, in generale, un tetto massimo di spesa di 3200 dollari, sia che si tratti di un pezzo unico che di un gruppo». 

a casa di Alice Sachs Zimet (foto Manuela De Leonardis)

Ci sono immagini a cui si sente più legata?
«Quella del fotografo svedese Anders Petersen, ad esempio, scattata in un club di Amburgo nel 1968 (Marlene, Café Lehmitz - n.d.r.). A quell’epoca ero studentessa, era il grande momento della protesta studentesca e quella ragazza con le braccia alzate, per me, è l’emblema della libertà. Poi ci sono le foto di Christer Strömholm che a Parigi ha documentato la vita dei suoi amici, prostitute transessuali. Io sono diventata amica del primo transessuale che si è operato diventando donna. Penso che in queste foto ci sia un grande senso di umanità». 
Cosa si prova a convivere quotidianamente con tutte queste immagini che raccontano storie diverse?
«Si diventa ciechi! (ride). Certamente sarebbe meglio vederle isolatamente, ma non ho un deposito e non ho alcuna intenzione di prenderlo».

Manuela De Leonardis

In Home Page: Alice S. Zimet (photo Gilles Descamps)
In alto: Andrew Bush, Studio Kitchen (1982)

 


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