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Desiderio e disciplina, la moda come progetto

   
 Conversazione con Maria Luisa Frisa, Mario Lupano, Saul Marcadent e Gabriele Monti a proposito della moda come progetto di ricerca
 Irene Guida 
 
Desiderio e disciplina, la moda come progetto
pubblicato

Qual è la disciplina dove la libertà dell’immaginazione coincide con l’espressione estetica di tutte le possibilità in un dato momento storico, dove è possibile affermare (o negare senza appello) identità e genere, costruire o decostruire soggettività, in cui tutte le forme di espressione artistica, la musica, la scenografia, la danza, le arti applicate, la comunicazione, lo sviluppo industriale, economico e finanziario di un progetto hanno un ruolo? La moda. 
La moda è uno degli strumenti più complessi di interpretazione della realtà, secondo Maria Luisa Frisa, direttrice del corso di laurea in moda IUAV, scuola che ha compiuto dieci anni nel 2015, da due anni a Venezia, dopo gli otto nella sede di Treviso. L’occasione dell’incontro è una riflessione condivisa dopo la sfilata di fine corso degli studenti IUAV - Moda, con la pubblicazione del volume che racconta i dieci anni della scuola, Desire and Discipline, Designing Fashion at Iuav, Marsilio, Venezia 2016.
Se parlate a Maria Luisa Frisa di moda come attributo di un abito, avrà un moto di pietà per voi, lo stesso che, se siete appassionati di arti visive, avreste per chi osservi un’installazione di Matthew Barney, e dopo il primo moto di approvazione superficiale e di adesione affettiva, non potendola comprare per montarla in soggiorno accanto alla libreria Ikea Billy, rinunci a comprenderla pensando che non lo riguardi. A questo punto nascerà una certa difficoltà a continuare la conversazione, se non capite cosa è la moda allora non è il caso che vi sforziate è il sottinteso, e vi guarderà un po’ come un giudice farebbe se foste ergastolani e pensaste che l’ora d’aria fosse la libertà e, peggio ancora, non vi rendeste nemmeno conto di quale regola avete infranto per meritarvi di esservi ridotti così.

Desire and Discipline. Designing Fashion at Iuav (Marsilio, 2016), foto Margherita Luison

A questo punto, forti delle letture sullo scaffale preferito della vostra Ikea Billy, dovrete conquistarvi la sua attenzione o fine della conversazione. Per esempio, si può provare a partire dal titolo che luccica sulla copertina blu, Desiderio e Disciplina, mutuato dall’opera di Matthew Barney. Le due parole usate da Nancy Spector evocano l’idea di Barney a proposito della condizione esistenziale dell’artista che, mosso dal desiderio, aderisce a una disciplina per superare i propri limiti, il cui risultato è la produzione, insieme liberatoria e angosciante, in un ciclo infinito insieme biologico, psicologico ed economico; è un libro raffinato che, scandito dalle mappe concettuali, racconta con saggi, fotografie e diagrammi, l’evoluzione di dieci anni di ricerca sul sistema moda. 
La moda è una cosa seria, ripete Maria Luisa Frisa a costo di generare risse, non ha nulla di gioioso, non è un modo di vestire, non è un accessorio, non è un linguaggio. La moda è costruire un progetto e una ricerca espressiva contemporanea, informata sul passato, in grado di anticipare quello che diventerà normale subito dopo, ma allo stato attuale non è ancora noto. La moda costruisce corpi, istruisce comportamenti, contamina e divora qualsiasi spazio sociale, a partire dallo spazio fisico per raggiungere quello virtuale e immaginario e viceversa. La moda ha divorato l’architettura inventando il fenomeno delle Archistar, è il punto dove il linguaggio dell’arte incontra la vita quotidiana costruendone l’immaginario. La moda è una cosa seria perché è necessario rispettare dei bilanci, essere capaci di cambiare in continuazione, entrare nell’affezione e nell’immaginario di tutti ogni volta che si mette al mondo un progetto, altrimenti è un fallimento, totale, anche economico. Per lavorare nella moda la creatività è necessaria, unita a molto sangue freddo, è un sistema spietato. Non tutti resistono, John Galliano ha dovuto affrontare periodi di disintossicazione, perché è difficile per tutti sostenere uno sforzo così intenso. Ma è anche un sistema dove funziona solo quello che sai veramente fare, le raccomandazioni non arrivano, dice. 

PUBBLICO E SET UP GRADUATION SHOW attraverso lo sguardo di Marco Forlin

Assistere a una sfilata come quella di fine corso IUAV, come a ogni sfilata, è emozionante: c’è la coda e il gran numero, le panche,  il photo call, si sente e si vede la tensione degli studenti, la presenza e l’affollamento del pubblico, si diventa estranei a se stessi confusi dalla presenza di tutti i corpi degli altri; assistere a questa sfilata è un modo molto diretto per fare esperienza del fenomeno moda, e si capisce, guardandolo, come il prodotto della moda sia il risultato della preparazione paziente di un set, di cui gli spettatori fanno parte ancora prima dell’evento. Non essendo la sfilata organizzata lungo un catwalk classico, il percorso, curato da Mario Lupano, attraversa lo spazio con una intensità molto forte, una specie di giardino zen in cui non trovare alcuna serenità, grazie a un montaggio sonoro potente, una scenografia che ricorda Méliès e i viaggi sulla luna, abbracciando la pratica dello street casting e un linguaggio decisamente contemporaneo. Mario Lupano parla dell’importanza dell’ambiente dell’apprendimento, fisico, ma anche virtuale, che insieme costituiscono lo spazio della relazione sociale. Non si dà apprendimento senza la costruzione di un ambiente di relazioni, che è insieme fisico e sociale. Non c’è qui lo spazio di descrivere tutte le collezioni, ma appare evidente la ricerca collettiva di uno spazio di espressione, di critica agli stereotipi, dello sportivo, dello studioso, del tifoso, della educanda, del macho seduttore, dell’efebo e di tutte le forme di genere, de-costruiti attraverso le forme della moda. Non a caso il titolo era "L'Italia di moda. Cambiare le regole del gioco”. E la costruzione e reinterpretazione dell’ambiente della scuola fa parte della ri-lettura delle regole. Gabriele Monti invita a riflettere al fatto che si tratta di una sfilata collettiva di fine corso, non di una presentazione reale di una collezione pronta per essere venduta; la differenza sta non solo nel fatto che i progetti non portano alla definizione di un prodotto commerciabile, ma anche alla situazione non usuale di vedere tanti stilisti presentare tante collezioni, una diversa dall’altra, in successione. Per questo lo spazio e la passerella non potevano essere pensati in forma classica come accade ancora in molte scuole, era ancora più importante usare un linguaggio contemporaneo. 

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Per Maria Luisa Frisa questo significa enorme libertà di ricerca e una inusuale condizione di puro esperimento; questa libertà senza la scuola pubblica sarebbe impossibile, perché qualsiasi privato che finanziasse una scuola di moda, lo farebbe per il fine ultimo di dare solidità al proprio brand, non per la ricerca. Ci sono molti meno soldi, bisogna adattarsi a fare da sé, ma questa condizione di libertà estrema è impagabile. Nessuna altra disciplina permette di essere così aperti agli altri linguaggi, così sensibili al tempo, così liberi di cambiare, assecondando il naturale cambiamento delle vite di ciascuno. E anche per gli studenti, non ci sarà mai un’altra occasione per sperimentare così a fondo una propria idea, senza limiti imposti dal brand e senza pressioni finanziarie. La ricerca della moda offre questa possibilità di vedere indietro nel tempo, restare sospesi, essere già nel futuro, riflette Gabriele Monti. La moda è uno straordinario punto di osservazione della realtà perché è cambiamento continuo, non si può dire nemmeno esattamente quali sono i mestieri che il sistema moda richiede. La figura più importante, anche in termini di retribuzione, quella del design director, iniziata con Tom Ford per Gucci, era impossibile da pensare solo venti anni fa. Mentre parliamo tutto sta cambiando e domani sarà diverso.

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Quindi, continua Maria Luisa Frisa, è per questa condizione di libertà che la moda offre, e in particolare la ricerca nella moda, che ho deciso di cambiare profondamente la mia vita, dedicandomi all’insegnamento. Per me, racconta, è un contrappasso, perché la mia formazione è di storica dell’arte, e da studentessa guardavo quelli che si occupavano di storia della moda come quelli che non erano abbastanza bravi per studiare storia dell’arte. L’incontro con la moda c’è stato dopo le Prime Esperienze di curatore e di collaborazione con FlashArt. Sono stati determinanti gli incontri successivi, con Maria Grazia Ciardi Dupré all'Università di Firenze – una pioniera, fra le prime storiche dell'arte a confrontarsi con la moda, – e con Stefano Tronchi, – cofondatore di ”Westuff" nel 1983; in seguito editor in chief di "T”, style magazine del New York Times, ora editor in chief della rivista "W” – con cui ho collaborato fino a diventare direttore responsabile Armani Magazine. Ma non c’è esperienza più libera della ricerca nella moda.
Saul Marcadent, nel frattempo e per tutto il tempo, non ha mai smesso di organizzare l’enorme archivio di fotografie realizzato dagli studenti durante il loro show. 
Se adesso volete saperne di più, e non volete più confondere la moda con la forma della giacca sul manichino nel primo negozio che vi capita a tiro ma guardarla e capirla per quello che è, ovvero un sistema di potere che condiziona intimamente quello pensiamo e sappiamo del mondo e di noi stessi, le letture consigliate sono Maria Luisa Frisa, Le forme della moda, il Mulino, Bologna 2015; Maria Luisa Frisa, Saul Marcadent, Gabriele Monti, (a cura di) Desire and Discipline, Designing Fashion at Iuav, Marsilio, Venezia 2016. 

Irene Guida

 


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