Uno studio cinematografico che occupa una
superficie di 18mila mq. Finanziatori privati della portata di Louis Vuitton e
del Gruppo Tata. Il coinvolgimento di strutture pubbliche come il Ministero
della Cultura, il Governo indiano, la National Gallery of Modern Art e il
British Council. La partecipazione della Lisson Gallery di Londra. Un’organizzazione
impeccabile ad accogliere il pubblico. Tutta questa gioiosa macchina da guerra,
che ha richiesto anni di lavoro, solo per riportare a casa un artista che in
India è nato e che in questo Paese per la prima volta torna:
Anish Kapoor (Bombay, 1954; vive a
Londra).
La mostra - inaugurata il 29 novembre nelle
due sedi di Bombay e New Delhi - è una delle più importanti retrospettive mai
realizzate di questo artista. La prima in India. In esposizione lavori che
attraversano tutta la sua carriera: dalle sculture di pigmenti degli anni ’80
ai più recenti lavori in acciaio lucido e in cera.
La personale si articola come fosse un corpo
unico nelle due città di Bombay e Delhi, ma mentre quella nella Capitale è
allestita in uno spazio più convenzionale - sebbene bello e appena rinnovato -
quale la National Gallery of Modern Art, a Bombay la location è straordinaria.
Per la prima volta, infatti, i Mehboob Studios - storico studio cinematografico
di Bollywood - hanno aperto le porte all’arte contemporanea con estrema diffidenza
e tante paure, come raccontano i curatori Mark Prime e Priya Jhaveri, che hanno
cercato per due anni la miglior location per questo evento straordinario: "
La trattativa è stata lunga ed estenuante
perché i proprietari non volevano aprire gli spazi al pubblico per paura che la
gente venisse a visitare la mostra solo per la curiosità di entrare in questi
spazi, famosi per gli amanti del cinema bollywoodiano, per vedere gli attori,
creando un problema di ordine pubblico”.

Invece la mostra è stata sì un grande
successo di pubblico, ma senza alcun incidente. Anzi, i visitatori hanno
reagito entusiasti a un evento che non ha precedenti in questa città in cui non
esistono strutture pubbliche in grado di ospitare una mostra di queste
dimensioni. Un limite dal quale è emersa un’opportunità perché questi spazi
calzano perfettamente sui lavori dell’artista anglo-indiano, che ha selezionato
i lavori in funzione di questo enorme contenitore: i suoi
Non-Objects, gli specchi in acciaio inox che caratterizzano buona
parte della suo produzione artistica, che in altre occasioni hanno riflettuto
nuvole, alberi, grattacieli, muri candidi di gallerie e musei, qui riflettono
un’architettura industriale, pareti attrezzate, muri di mattoni scuri, scale di
acciaio, soffitti neri.
Al centro dell’enorme contenitore,
S-Curve (2008), la scultura in acciaio
lucido che sembra vivere di vita propria, cambiando camaleonticamente ogni
volta a seconda dello spazio che la accoglie, dei corpi che le ruotano intorno
e che sembrano diventare liquidi man mano che si muovono. Camminando nello
studio si incontra un altro
Non-Object
(
Spire, 2008) che sembra spuntare dal
pavimento ed ergersi imponente con la sua punta minacciosa, una struttura così
perfettamente modellata da creare riflessi che si dissolvono nei muri che la
circondano.

Ogni 15 minuti, poi, un rumore assordante
invade lo studio: in un angolo, il cannone dell’opera
Shooting into the Corner (2008-09) spara proiettili di cera rossa,
che lasciano un segno indelebile nell’angolo della parete bianca. Parte
integrante della performance sono i gesti routinari dell’uomo che, come
compisse un rito, carica il cannone e spara il proiettile e il rumore sordo di
quello sparo inaspettato.
Ciò che gli organizzatori si augurano dopo il
successo di questa mostra, è che segni l’inizio di una nuova era per la città
di Bombay in cui l’arte contemporanea esca dagli spazi convenzionali delle
gallerie - che restano ristretti agli addetti ai lavori - e si apra a un
pubblico più vasto, magari invadendo spazi pubblici, altrimenti trovando, come
in questo caso, spazi privati disposti a ospitarla che potrebbero essere
recuperati per l’occasione.