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Lo spirito degli oggetti

   
 A Roma va in scena la parabola artistica lunga più di mezzo secolo di Arman. In sale piene di materiali d'uso comune che vivono, si ripetono, si muovono, si decompongono

 Valentina Martinoli 
 
Lo spirito degli oggetti
pubblicato

Palazzo Cipolla dedica un’ampia retrospettiva al grande accumulatore della storia dell’arte, meglio noto come Arman. La mostra (intitolata "Arman 1954-2005), curata da Germano Celant, sceglie di esporre in modo curioso la produzione dell’artista francese, invertendo in senso temporale la presentazione delle opere: si parte quindi dalla visione delle più recenti fino a terminare la visita con i suoi primissimi lavori, i famosi cachet, giustapposizioni di timbri a inchiostro su tela. 
Sono 70 le opere che si offrono alla vista dello spettatore, che si muove come un consumatore in queste ironiche accumulazioni e disgregazioni del quotidiano, epifanie di un vissuto dato per scontato e che invece riesce a darci guizzi di sorpresa e non pochi sorrisi. Quello di far sorridere a denti stretti era l’intento comune di chi cercava di dissacrare l’arte ironizzandola fino all’impossibile, come facevano i Dadaisti, progenitori di quella corrente chiamata Nouveau Réalisme che da questi attinge alcun presupposti, trasformandone altri, sotto la guida del teorico Pierre Restany e attraverso l’operato di vari artisti, tra cui Arman, appunto. Un movimento che attraverso la scelta stessa del suo nome ci fa capire su cosa cada la sua volontà rappresentativa. Parliamo di una poetica dell’oggetto quotidiano, inserito in un meccanismo di consumo usa e getta che lo priva di dignità, e forse, anche dell’attenzione che meriterebbe, della logica della voracità e dell’accumulo con successiva rapida rottamazione. L’ansia di possedere gli ultimi prodigi celebrati dai mass media, preludio di ciò che troverà completo sfogo nella futura Pop Art.

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Arman, Slow Motion, 1995 Accumulazione di biciclette pendenti (Cascading accumulation of bicycles) 244 x 178 x 200 cm (96,06 x 70,08 x 78,74 in), Collezione Arman Marital Trust, Corice Arman Trustee Copyright: Arman Studio New York

Arman ci obbliga a guardare queste icone tridimensionali del presente, ce le mette davanti in numero eccessivo, quasi ansiogeno, le fa sfilare in sequenza, le raggruppa come petali cinetici di un fiore meccanico, che ha vita breve ma che può comunque profumare il nostro ambiente per qualche tempo. Questi oggetti si muovono, sono dinamici nella loro serialità, assumono sfaccettature nuove, hanno un peso e quasi schiacciano la vista nel loro affollarsi, diventano altro rispetto a quello che di loro conosciamo, danno una forma diversa a ciò che reputiamo noto: una serie di chiavi inglesi metalliche può diventare un branco famelico di pesci dalle bocche spalancate, ad esempio.
Se l’ironia è la cifra dominante, non manca una componente di ansia, di drammaticità, quasi. Questo accumulo che si staglia come un muro chiede di essere visto, non solo guardato. Enfatizzarne la quantità, al fine di farli riconoscere e valutare, e non solo considerare come elementi utili o decorativi. Ed ecco come l’identità dell’oggetto in cerca di riconoscimento diventa estensione del suo possessore, le cose che usiamo ogni giorno della nostra esistenza (le teiere, i macinini da caffè, le posate, le macchine da scrivere), si impregnano di una parte di noi, agenti che li maneggiamo fino ad usurarli. 

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Arman, Nuits de Chine, 1976 Accumulazione di fisarmoniche su carrello (Accumulation of accordions on dolly) 144,8 x 137,2 x 106,7 cm (57 x 54 x 42 in), Collezione Arman Marital Trust, Corice Arman Trustee Copyright: Arman Studio New York

Troppo presi dalla fretta di far vivere all’oggetto quel tanto declamato ciclo "dal produttore al consumatore”, rapidissimi nell’arrivare al gesto finale, quello del lancio nell’immondizia, magari perché l’oggetto si è già rotto, magari perché non ha senso ripararlo se si può comprare subito il nuovo, ultimissimo modello. Nascono in seguito a questa riflessione i poubelle qui esposti, paradossali e variopinte wunderkammern di immondizia sotto vetro, la teca che invece della rarità contiene il marcio, il rifiuto che si fa memoria, la decomposizione del presente come reperto del futuro.
Il percorso espositivo ci mostra violini aperti in due, squarti di apparati musicali che al loro interno nascondono pennelli grondanti colore, che malgrado ciò rimangono riconoscibili nella loro fisionomia di strumenti capaci di generare suoni. Vediamo un sofà tagliato a metà, nel cui centro è piazzato un tosaerba, quasi a voler creare una mitologica creatura dei suburbs americani che divide la sua domenica pomeriggio tra la cura del prato e la partita di football in tv. Osserviamo la nascita di un nuovo tipo di elettrodomestico, un frigorifero geneticamente modificato che al suo interno tiene incastonati dei mini carrelli della spesa, per agevolare acquisto e conservazione del cibo da parte del consumatore.
Tutto ciò che si poteva fare con l’oggetto per conoscerlo, glorificarlo, distruggerlo o ibridarlo, Arman lo ha fatto. Ne ha corrotto la funzionalità per mostrarne lo spirito. Lo ha spezzato per mostracelo più integro. Sempre con uno sguardo che non irride, bensì sorride.

Valentina Martinoli

 


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