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La Cina è in Abruzzo

   
 Tre mostre, promosse dalla Fondazione Aria, per fare il punto sulla “diversità” culturale. E il Sol Levante arriva ad Atri, con Yahon Chang, Matteo Basilé e Zhang Chun He Mariano Cipollini 
 
La Cina è in Abruzzo
pubblicato

La città di Atri, in Abruzzo, per il quarto anno consecutivo accoglie nei suoi spazi espositivi il progetto culturale internazionale "Stills of Peace and Everyday Life”. Il corposo programma, sostenuto dal Comune e dal Capitolo della Cattedrale, è reso possibile dalla Fondazione Aria (Fondazione Industriale Adriatica). L’intento primo dell’Istituzione è di fare delle diversità, di volta in volta presentate, un punto d’interesse comune, volto alla loro comprensione e valorizzazione. Nell’accostare e mettere a confronto il territorio Abruzzese con gli scenari internazionali dell’arte, s’impegna a far conoscere, attraverso svariati approfondimenti, usi, costumi e tradizioni dei Paesi ospitati, affinché non rappresentino motivo di divisione ma vero valore aggiunto da sommare alle nostre esperienze. Quest’anno l’ospite protagonista è la Cina. Presso le scuderie del Palazzo Ducale hanno preso il via per la Ma.Co. (Maratona del Contemporaneo) le mostre: "impromptu” di Yahon Chang curata da Paolo De Grandis, Maria Rus Bojan e Francise Chang e "Starting from ThisHumanity” di Matteo Basilé a cura di Antonio Zimarino. Allestita, invece, nelle sale del museo Capitolare, è stata presentata: "La Cultura Dongba – Dalla scrittura pittografica dei Naxsi all’arte contemporanea” di Zhang Chun He a cura di Filippo Lanci, Astrid Narguet e Lucilla Stefoni.  

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Stills of Peace and Everyday Life, foto Sergio Camplone

Il lavoro a inchiostro nero che Yahon Chang (sopra) in un allestimento site specific ha elaborato per l’occasione, sviluppa il concetto della stratificazione del pensiero e la sua esprimibilità. Installazioni di tessuti, carte, tele e sculture ci introducono nell’affascinante mondo dell’ideogramma. Riferimento che apparentemente ha la prerogativa di accoglierci e soddisfarci; in realtà, è solo l’imprinting sul quale fa filtrare la volontà ideologica, combattuta tra la sacralità della conservazione e la traducibilità del segno e la necessità di spogliarlo da tutto ciò, per accostarsi a un’esecuzione istintiva e rivelatrice. Sovrapponendo più strati di carta, adagiati su un enorme telo di cotone verde steso sul pavimento, nel tracciare il segno, dà priorità al gesto e all’inchiostro, con l’asciuttezza che lo caratterizza. L’immediatezza liberatoria dell’esecuzione è nello stesso tempo inizio e fine del racconto. Il momento d’intima felicità che duplica velocemente, si apre a una doppiezza di contenuto dalle aperture introspettive, come lo stesso autore in un suo scritto riporta: "Mescolato all’inchiostro e alla pennellata era la mia coscienza. Il mio cuore ballava con la mano mentre trovavo un delirio di gioia”.  L’osmosi tra le carte,  sovrapposte, e la tela di fondo che le contiene  provoca, per assorbimento del colore, un’intelligibilità differenziata. Sovrapposizioni d’inchiostri si sommano dando origine a composizioni in cui il segno pittorico iniziale, sempre più rarefatto, trasmigra verso un’occidentalizzazione compositiva accostabile formalmente alle esperienze pittoriche degli artisti della metà del novecento. L’enorme drappo, sindone di gestualità espresse, diventa, nell’istallazione, parete e pavimento che accoglie un lungo doppio dazibao e un insieme di carte accostate. Aloni d’inchiostri accumulati come pensieri e azioni precedenti, ideogrammi come figure zoomorfe fatte d’energie e intenzioni. Tutte riempiono lo spazio delimitato. Duplicazione di segni, laboriosità di un’interiorità rivolta alla comprensione di tutti gli esseri viventi. Ponte tra la descrizione tutta orientale di una natura mistico-contemplativa e la volontà che Chang ha di svelarsi attraverso le interpretazioni occidentali del pensiero, le sue installazioni come "radiografie” ci forniscono il viatico per sondare il concetto dell’uno e il suo doppio nelle profondità consce e inconsce dell’animo umano. Essere non solo unica rappresentazione di se stessi ma proiezione simultanea di un esterno e un interno che contempli le varianti dell’animo umano e il loro processo evolutivo. Lavori dall’aura percepibile. Imperturbabili nella certezza del segno, si sdoppiano liberi, slegati da criteri ortodossi. Sondano l’essere senziente, il suo agire e la necessità di esprimere quell’indulgenza mistica che ne contempli l’imperfezione. 

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Stills of Peace and Everyday Life, foto Sergio Camplone

Le immagini di Matteo Basilé (home page) dall’impatto visivo–sonoro e presenti in gran numero, si auto-delineano spontaneamente. Impalcature surreali, citazioni storicizzate, luce, dettagli identificativi e i grandi formati, convergono, in egual misura, a una chiarificazione dei percorsi intrapresi e quelli che intende perseguire. Presenti a se stesse, le rappresentazioni in mostra  rimbalzano con disinvoltura tra realtà oggettive e verità virtuali, narrazioni oniriche e reportage, concretezze emotive e simulazioni teatrali, mitologia e religione fino a lambire lo star system cinematografico e della haute couture. Tra gli anni 30/40  Bil Brandt e André Kertész si erano spinti a fare dell’immagine fotografica un prolungamento di una realtà distorta, ricercando un surrealismo attraverso le alterazioni delle forme corporee femminili. Un trentennio dopo, realizzabili solo attraverso una strategia costruttiva che richiedeva un vero e proprio set, si materializzarono le immagini visionarie e trasgressive dei francesi Pierre Commoy e Gilles Blanchard; solo più recentemente l’Americano David La Chapelle e lo stesso Basilé ampliano in maniera esponenziale, con l’utilizzo di nuove tecnologie, questo genere di rappresentazione. Nelle elaborazioni di Atri, pur ravvisando alcuni passaggi coincidenti con i predecessori, emergono prerogative diverse che ne determinano una vita autonoma. Il digitale è la sua tavolozza che gli permette di dipingere esasperando, fino a vanificarlo, il concetto stesso d’immagine fotografica. Cerca in Starting from ThisHumanity a destrutturare e strutturare ex novo l’idea del bello legato all’umanità, imbastendo inquadrature filmiche, manipolandone i ruoli, percorsi di vita, archetipi collaudati. Stabilisce un doppio binario tra il femminile rappresentato, le conoscenze che ci appartengono e i codici identificativi. Donne ferite nell’animo e nel corpo, votate o costrette a un martirio che le santifica o le incorona nuove eroine. Accostate ad altre, intoccabili, perfette, dalle rappresentazioni evocative. Si contendono lo spazio tra equilibri che ne rivendicano contenuti e ribaltano elezioni. Legate a ritualità consacrate, si confrontano nel costruire nuovi miti, nuove figurazioni, pronte a sovvertire il concetto di tradizione dalle radici. Icone nascenti che ci guardano combattute tra il volere o non voler rappresentare ancora quella storicizzata dicotomia tra la sostanza dell’essere e l’ingannevole lusinga dell’apparire. 

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Foto Paolo Dell'Elce

Entrambe le mostre sono allestite nelle vaste scuderie del palazzo Ducale. L’impresa, non facile, mostra qualche incertezza nel far convivere i lavori dei due artisti nell’attenzione degli equilibri visivi e semantici dei rispettivi linguaggi e nell’assecondare i limiti stabiliti da un’architettura generosa nell’accogliere, ma impegnata nel farsi rispettare. 
La piccola ma esaustiva mostra sulla "Cultura Dongba – Dalla scrittura pittografica dei Naxsi all’arte contemporanea di Zhang Chun He”, allestita in alcune sale del Museo Capitolare, riesce, con semplicità disarmante, a inserirsi armonicamente tra i manufatti museali e promuovere naturalmente i messaggi di cui è portatrice. Il rapporto tra i thangka, le tavolette lignee votive dipinte, gli oggetti rituali e soprattutto il sistema di scrittura pittografica rappresentata nei manoscritti religiosi esposti, s’innestano e si comparano senza difficoltà con i reperti della tradizione cristiana. Appianando le evidenti disparità esecutive e di materiali repertati nel museo, arrivano a confrontarsi pariteticamente sui contenuti intrinseci della religiosità insita nell’uomo e la necessità di esprimerla attraverso un manufatto che ne perpetui ritualità, regole e memoria. Essere l’unico sistema di scrittura  geroglifica praticata e compresa ancora oggi ne fa un doppio motivo d’interesse, unitamente alla vocazione che il sapere Dogba ha nell’orientare tutte le espressioni della cultura del popolo Naxsi. La mostra è supportata da alcuni dipinti di Zhang Chun He. L’artista dal percorso internazionale, vuole, nella sua pittura, esprimere l’indefinito enigma karmico della vita umana sempre in bilico tra realtà e illusione, il bene e il male, la vita e la morte. "Visionario”, come lui stesso si definisce, quando dipinge, ispirato "dall’anima del suo popolo venerabile”, incarna la certezza che l’essere è vincente sull’avere.

Mariano Cipollini

Tutte le immagini: courtesy e copyright Sergio Campione
 


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