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L’intelletto del vetro

   
 A Venezia arrivano opere composte del materiale più celebre della laguna, ma prodotte altrove. Quali riflessioni si aprono? Due mostre lo raccontano Penzo + Fiore 
 
L’intelletto del vetro
pubblicato

Il tratto distintivo del Cirva - Centre international de recherche sur le verre et les arts plastiques di Marsiglia - sottolineano a più riprese coloro che ne rendono possibile ogni giorno la realtà, è che si tratta di uno spazio senza tempo, in cui non si è schiavi delle logiche del mercato, delle commissioni, della produzione. Uno spazio in cui gli artisti possano arrivare per sviluppare le loro proprie ricerche, affiancati da maestranze che sono lì apposta per esplorarne insieme i desideri e le visioni. Un luogo in cui immergersi, da abitare, da cui trarre ispirazione o, meglio, dove portare le proprie, per metterle a contatto con un materiale alchemico e prezioso quale il vetro è. 
Tutto appare perfetto nel processo di ricerca pura e incontaminata che si riesce a mettere in atto. Nulla a che vedere con la logica produttiva dell’Isola di Murano, un luogo che ha nel suo DNA tanto il vetro quanto il commercio. Venezia è la città dei mercanti per antonomasia, non solo nel suo presente ma soprattutto nel suo statuto di città marinara che ha tenuto aperti gli scambi economici con l’oriente anche quando tutto appariva perduto. Qui non c’è uno stato forte e lungimirante in grado di investire su una parola che dalle nostre parti risuona quasi come un ossimoro: fornace statale. Chi lavora il vetro è visto come il produttore di un bene di lusso, e in quanto tale vengono chieste, più che date, sponsorizzazioni e supporti. Qui chi decide di creare un pezzo d’arte lo fa perché vuole rischiare; sente il costante richiamo di una tradizione che significherebbe giocare sicuro, puntare sul cavallo vincente che non può deludere, però se vuole innovare deve innescare un patteggiamento, o una lotta corpo a corpo, col desiderio altrui.  

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James Lee Byars, Le Petit Ange rouge (detail), installation view, ph. Enrico Fiorese

Che riflessioni innesca allora a Venezia un’azione forte come quella di portare del vetro fatto altrove? Che cosa ci permette di vedere, una scelta del genere? Dal punto di vista meramente tecnico forse i processi sono diversi, ma non sembra essere questo il discrimine. Quello che si coglie guardando le sale espositive è più la sensazione che qui accada qualcosa su cui valga la pena indagare. Forse non c’è quell’odore del sangue di parisiana memoria che nasce dall’eterogenia del mondo, quel sentire che determina le pulsioni primarie e che coinvolge al primo sguardo; quello che si osserva sono scelte consapevoli e attente, la maturità di artisti che sono approdati all’opera dopo percorsi lunghi e densi, esiti da cui non possono che scaturire domande, proprio quello che l’arte contemporanea è chiamata a fare. 
Una lista di artisti di prim’ordine: alle Stanze del vetro i dieci nomi che nei trent’anni di vita del Cirva sono stati capaci di "infondere intelligenza, creatività e capacità sperimentale ai loro progetti”. Alla Querini Stampalia invece, quelli capaci di traduttore un pensiero in opera. Leggendo trasversalmente le due sedi ricordiamo la casualità dei lanci di Martin Szekely, che danno vita a delle silhouette di pozzanghera verdi di vetro, in cui campeggia la contraddizione tra un esterno ruvido e un interno lucidato dal fuoco. Le forme di Lego di Lieven De Boeck che richiamano il costruire e il decostruire, quel fare e disfare che torna poi sempre alla casella di partenza. 

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Lieven De Boeck, Sã (100 Legos), installation view, ph. Enrico Fiorese

Poi c’è Terry Winters, che innesta le sue "bolle di pensiero cristallizzate dalla verbalizzazione”, e nate dall’improvvisazione, in contenitori anch’essi di vetro, su cui sono posate con dei cunei di legno che li proteggono dall’attrito. Piacevolmente e semplicemente diretto nel comunicare ad una categoria dello spirito più che dell’intelletto, sta il lavoro di James Lee Byers, un insieme di 333 sfere rosse poggiate al pavimento, per disegnare un simbolo che entra naturalmente in dialogo con un fil rouge in grado di collegare culture differenti. Anche Giuseppe Penone si confronta con la dimensione del suolo, questa volta organico, con le sue grandi unghie poggiate su foglie d’alloro. Quello che per lui è lo strumento primario dello scultore, diventa l’icona sovradimensionata di una parte del corpo "che ci consente di giudicare la consistenza del reale”, creata attraverso la stratificazione di grandi lastre di vetro. Kane Sterbak, anche lei come Penone di casa al Cirva, è presente con due lavori, uno per sede. Il più evocativo ci appare essere "Hard Entry”, un sistema di recipienti concentrici trasparenti e statuari al contempo, in grado di trasmettere tutto il senso di oppressione insito in un mondo di cui viene raccontata l’inaccessibilità, la costrizione per mancanza di spazio e la difficile integrazione dell’uomo nella spersonalizzata società odierna. 
Una curatela attenta, quella di Isabelle Reiher e Chiara Bertola, in grado di far emergere quelle sottili risonanze del vetro che lo portano decisamente al di là della mera arte applicata, per svelarne una dimensione non solo intrinseca ma anche finemente connessa ai luoghi espositivi che lo accolgono. 

Penzo + Fiore

Una fornace a Marsiglia, a cura di Chiara Bertola e Isabelle Reiher, con Larry Bell, Lieven de Boeck, Pierre Charpin, Erik Dietman, Tom Kovachevich, Giuseppe Penone, Jana Sterbak, Martin Szekely, Bob Wilson e Terry Winters a Le Stanze del vetro (fino al 29 luglio) e Dove Allouche, James Lee Byars, Giuseppe Caccavale, Hreinn Fridfinnsson, Philippe Pareno, Francisco Tropa, Remo Salvadori e Jana Sterbak alla Fondazione Querini Stampalia (fino al 24 giugno). 

 


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