Piazze visionarie e
solitari manichini. Cavalli fluttuanti ritagliati nel colore.
Giorgio de
Chirico (Volos, 1888 - Roma, 1978) e
Aligi
Sassu (Milano, 1912 - Palma di
Maiorca, 2000): i nomi dei due grandi pittori del Novecento evocano spesso, in
modo quasi automatico, queste immagini stereotipate, fortemente evocative della
loro produzione artistica. In parte raccolta nella mostra
Mito mediterraneo, costituita da oltre sessanta opere fra dipinti,
sculture e grafiche.
Sentieri di formazione personale
e artistica, quelli di de Chirico e di Sassu, intensamente profondi e vissuti,
storicamente ancorati alle grandi vicende del “secolo breve”, ma spesso
differenti per storie familiari, esperienze di vita e riferimenti artistici ed
estetici.
Così gli spazi mentali
delle autunnali piazze metafisiche o le statue e i manichini epici di de
Chirico potrebbero apparire privi di qualsiasi legame con le figure aeree e
colorate di Sassu, se non fosse per quell’aura atemporale che entrambi evocano
nelle loro opere quando si confrontano con quella radice originaria che è il
mito.

Guardare
le opere di de Chirico e Sassu sotto quella luce, come invita a fare il
percorso della mostra cagliaritana, permette di cogliere non solo quella
koinè intessuta di vicende artistiche, storiche e
culturali che ha permeato i grandi artisti del Novecento, ma di entrare in modo
più diretto e addirittura personale nella produzione dei due pittori.
Scoprendo
analogie sorprendenti nella scelta dei soggetti - cavalli, centauri, argonauti
- presi in prestito da quel panorama di figure e storie affascinanti che
costituisce la mitologia antica, o differenze inconciliabili nell’uso del
colore e nel definirsi delle forme plastiche. Analogie e differenze ben
visibili se, dopo aver osservato i
Cavalli antichi di de Chirico, immateriali e astratti come essenze
pure, si ferma lo sguardo sugli
Argonauti di Sassu, che prendono forma attraverso l’uso dell’acrilico.

Differenze
e analogie che emergono spontaneamente osservando le opere selezionate per una
mostra che, azzardando l’accostamento di due maestri del Novecento che si
sfiorarono senza mai incontrarsi, riesce in un’operazione non facile. Col
risultato, da non sottovalutare, di farsi apprezzare anche da quel pubblico
meno esigente e preparato che avanza incuriosito nei corridoi di Villa Siotto, in
un caldo pomeriggio d’una domenica autunnale.