15 settembre 2005

biennale di venezia La Biennale di carta

 
Si sa, la Biennale produce cataloghi di ogni fattura. E lo sforzo fra vaporetti e calli spinge a cestinare la maggior parte della carta. Ma in qualche caso Venezia val bene una sudata. Ecco qualche catalogo da non perdere...

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La palma del minimal se l’aggiudica Daniel Knorr, che rappresenta la Romania, col suo libretto-breviario. Nessuna indicazione sulla copertina, ma le oltre 900 pagine contengono numerosi saggi sulla (nuova) Europa e illustrazioni in b/n.
Fra i “padiglioni rivelazione”, la Grecia di George Hadjimichalis presenta un catalogo accompagnato da una bustina con la spilletta della Croce/Mezzaluna rossa, per prenotare eventualmente una donazione di sangue. Un secondo padiglione che avrebbe meritato un premio è quello austriaco, con la piranesiana montagna di Hans Schabus a fagocitare la struttura preesistente. Il catalogo ha l’indubbio merito di proporre saggi interessanti e fotografie a colori dell’installazione, ma si poteva pensare un prodotto all’altezza dell’artista invece che un banale brossurato. Così ha fatto l’Australia, consacrando a Ricky Swallow una preziosa monografia. Copertina rigida telata, alternanza di carte gialle e patinate per testi e immagini.
Hanno fatto le cose in grande al padiglione nordico. Oltre alle bottigliette di acqua minerale con tanto di etichetta ad hoc, il Moderna Museet propone un cofanetto comprensivo di: agile brochure di presentazione; Black Screen Book di Matias Faldbakken con caratteri in rilievo in copertina e alternanza di interviste e immagini; corposo volume in carta patinata, interamente fotografico, realizzato da Miriam Bäckström e Carsten Höller. Provocatorio come di consueto, Sislej Xhafa ha messo un piede solo ai Giardini, visto che il padiglione albanese era appena fuori dall’area ufficiale. Grande installazione che cita il Ku Klux Klan e doppio progetto editoriale: una monografia curata dallo stesso artista e pubblicata da Hatje Kantz, e un dvd girato da una promettente videomaker italiana di stanza in Olanda.

Carrellata conclusiva per altri progetti interessanti che, faute d’espace, non possiamo trattare col dovuto approfondimento. Il padiglione olandese, col lavoro di Jeroen de Rijke e Willem de Rooij, ha affidato la stampa del catalogo a Revolver (così come ha fatto il Lussemburgo). La galleria A+A ospita lo sloveno Vadim Fiškin, con una perla cartacea valorizzata a scapito (o forse proprio in funzione di) una dimensione ridottissima. Dalla Nuova Zelanda un prodotto simil-artigianale, cucitura a vista e una sorpresa: strappando qui e là seguendo le indicazioni, dalle immagini emergono i testi. Dall’Argentina un contributo di alto livello ai supporti biennaleschi. Il libro d’artista è stato infatti progettato da Jorge Macchi insieme a Mario Gemin, ed è arricchito da un cd con le musiche composte da Edgardo Rudnitzky, incise nell’Oratorio di San Filippo Neri dove ha sede il padiglione. Per la Spagna, Antoni Muntadas non ha voluto sbagliare, facendosi stampare un volumone da Actar che annovera penne del calibro di Angela Vettese e Marc Augé. Chapeau anche per la Svizzera, che oltre ad aver presentato probabilmente il (doppio) padiglione più memorabile -la splendida installazione di Pipilotti Rist a San Stae-, ha bissato anche sul cartaceo.
Almeno un doveroso cenno al catalogo ufficiale edito da Marsilio. Quest’anno si è optato per il triplo volume, alla vista più agevole anche per le dimensioni, ma dal peso devastante. Un po’ scarne le informazioni tecniche relative ai padiglioni nazionali e ai progetti collaterali. Così come deludono gli statements delle due curatrici che aprono i rispettivi volumi, affidandosi alle classiche e scarne schede degli artisti. Soprattutto nel caso di “Sempre più lontano”, pensando a chi maneggerà il volume fra qualche anno, non è semplice orientarsi per capire quale opera è stata realmente esposta all’Arsenale e qual era l’allestimento in loco. Problemi inaggirabili quando si è costretti ad aver tutto pronto alla preview e quando alle stesse curatrici è stato dato ben poco tempo, figuriamoci ai fotografi e agli editori.

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