pubblicato mercoledì 14 dicembre 2005La fotografia è stata a lungo oggetto di un dibattito (forse non ancora del tutto archiviato) sulla sua presunta oggettività. Trattandosi di un mezzo tecnico di ripresa della realtà, pareva che in essa la soggettività dell’autore fosse completamente estromessa dalla realizzazione dell’immagine. Invece, con il tempo, si è chiarito che la scelta del soggetto, l’angolo di ripresa e altri elementi simili, sono variabili che esprimono il pensiero e la sensibilità della persona che scatta la fotografia e che l’immagine ottenuta tecnicamente è quindi una combinazione fra la documentazione immediata di un evento e l’interpretazione dell’autore. Questo è vero per qualsiasi immagine (tanto più per quella digitale), ma diventa più evidente quando si parla di rappresentazione del proprio mondo di appartenenza, di creazione di una propria
geografia, intesa nella più ampia accezione possibile.
Delineare una geografia (sia essa emotiva, affettiva, sociale, culturale o immaginaria) richiede una proiezione psichica da parte del fotografo sulla realtà che rappresenta. A proposito, il caso di
Luisa Lambri appare particolarmente emblematico.
La Lambri (nata a Como nel 1969, vive fra Milano e Berlino) dal 1995 espone regolarmente in Italia e all’estero fotografie di architetture, eppure –come lei stessa dichiara– l’architettura non è l’oggetto della sua ricerca. È indiscutibile che lei riprenda edifici (per lo più di importanti architetti, tra cui Le Corbusier, Aldo Rossi e Alvar Alto), ma mai una volta si è concentrata sull’esterno, secondo la consuetudine della tradizionale fotografia di architettura. Le sue immagini sono tutte realizzate dall’interno degli ambienti (che appaiono sempre disabitati) verso l’esterno e secondo punti di vista defilati che rivelano dettagli in apparenza poco significativi. Sale, soffitti, corridoi deserti e con superfici talmente lucide da sembrare create o trattate digitalmente riescono ad evocare una figura umana che non compare mai, ma della quale avvertiamo l’eco, la traccia. Perciò, attraverso le sue fotografie la Lambri non documenta spazi reali, ma li decostruisce e li trasforma in spazi mentali sui quali proietta emozioni e sentimenti; i luoghi fotografati diventano così autoritratti e tappe di un diario o, meglio, documentario sentimentale. Non a caso, dichiara di essere interessata alle forme artistiche e fotografiche di autorappresentazione delle donne e di ispirarsi in particolare a figure come
Francesca Woodman.
La Woodman (Denver 1958 – New York 1981) ebbe una brevissima carriera che, iniziata nel 1973, si concluse tragicamente nel 1981, anno del suo suicidio. In soli otto anni realizzò cinquecento fotografie, molte delle quali come esercitazioni per i corsi della Rhode Island School of Design, suddivise in serie che, aldilà delle diverse tematiche affrontate di volta in volta, sviluppano un’unica ricerca sul rapporto fra il

corpo e lo spazio che lo accoglie. Attraverso immagini in bianco e nero oppure cianografie, e in accordo con un’estetica debitrice del surrealismo, riprende quasi sempre il suo corpo nudo mentre svanisce in un gioco con il vetro (nella serie
Space del 1975-76) o con il riverbero della luce proveniente da una finestra o sotto la carta da parati scollata (come accade nella serie
House del 1975-76) o grazie a rapidi movimenti. Non risparmia lo stesso trattamento anche ad altri, come
Charlie il modello, che riprese in una serie di dieci scatti inquadrandolo fra uno specchio a muro e una finestra oppure con una lastra di vetro appoggiata addosso e creando, grazie a questi materiali, un variegato gioco chiaroscurale. Si possono citare anche la serie
Sull’essere un angelo o le fotografie realizzate per il Temple Project, immagini nelle quali ancora una volta la Woodman gioca con la presenza-assenza del corpo nell’ambiente in un modo talmente suggestivo e denso di emozioni, a volte anche contrastanti, da rendere evidenti, anzi tangibili
Some Disordered Interior Geometries (come intitolò il primo dei sei libri fotografici che avrebbe dovuto realizzare).
Sia nelle fotografie di Francesca Woodman che in quelle di Luisa Lambri gli spazi diventano uno strumento per esprimere il proprio mondo interiore in un modo così potente da creare dei sovraccarichi emotivi, quasi dei “campi magnetici”, come li ha efficacemente definiti il critico Augusto Pieroni.
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