pubblicato mercoledì 8 febbraio 2006Cominciamo dalla fine. C’era una volta una capitale italiana dell’arte contemporanea. Bologna ha ormai abdicato a questo ruolo, tra nuovi e vecchi problemi irrisolti è vittima di un paradosso: pur continuando ad essere centro di attrazione giovanile, non riesce a gestire questo potenziale. Anzi, ha finito per trasformare in un problema (infrastrutturale, sociale, di sicurezza) ciò che un tempo la rendeva incubatrice di nuovi talenti e laboratorio privilegiato delle arti visive made in Italy.
Non è qui il luogo per discutere a chi sia da imputare la colpa, alla volontà degli artisti, alla formazione obsoleta, alle istituzioni che latitano o operano in isolamento, alle gallerie che non esistono, alle associazioni che non riescono a sostenersi o ai collezionisti che non ci credono. Certo dalla giunta Cofferati si attendono le risposte.
Così la maggiore fiera italiana dell’arte, cresciuta come naturale epicentro artistico della penisola, si trova oggi ad essere quasi isolata. Un carrozzone scintillante che s’apparecchia e si celebra nell’indifferenza. Le poche iniziative o sono di scarso interesse o provengono dalla stessa Art First, come l’omonimo percorso di installazioni in città. Tanto vale allora sfruttare il traino e giocarsi anche
Netmage, il festival internazionale di arte elettroniche con troppi dejavu nel programma. C’è poi chi rema pure contro (anche a se stessa) come la Gam: con una buona mostra come
Drive da spendere, che fa? Prima organizza un ciclo di incontri coordinato da Marco Senaldi evitando accuratamente il periodo di fiera e poi riduce l’orario d’apertura di un’ora, facendolo coincidere con quello della fiera. Eh già, troppo intelligente era la vecchia politica di anticipare rispetto all’apertura della fiera per consentire una comoda visita della galleria, nell’unico posto in zona dove si possa consumare anche una colazione decente.
Tutto ciò porta ad una conclusione: tanto l’ottimo giudizio su Artissima teneva conto della grande offerta di contorno, Triennale compresa, quanto il giudizio su Art First riflette la condizione di partenza ad handicap. Mica facile mettere in piedi un evento di qualità con qualcosa come 215 gallerie, riuscire a dargli uno spirito europeista nonostante la partecipazione degli operatori stranieri si limiti ad 1/3 e quella anglosassone si riduca appena ad una dozzina.
Eppure il progetto della Direttrice
Silvia Evangelisti, con la consulenza di
Lorenzo Rudolf, riesce. Dove sta il segreto? Certamente nella selezione attenta e molto più rigorosa dell’anno passato.
Quali sono le capitali italiane dell’arte contemporanea oggi? Inattaccabile Milano, 40 gallerie vengono da lì, e a fianco di Torino emerge Roma, 12 a testa, e poi Napoli, 7, le stesse concesse alla città ospitante. Un contentino ma, al contempo, una chiara presa di posizione. E all’estero? Se i riferimenti Londra e Nyc, nonostante la sovraesposizione, tentennano, meglio puntare alla Vecchia Europa, che oggi si difende bene. 21 gallerie vengono giustamente da una Germania pimpantissima e 14 da una Francia vogliosa di ripresa. E infine oculate spigolature, nella periferia italica come nei paesi emergenti.
C’è poi da considerare un altro fattore. Lo si voglia o no, Bologna ha rinunciato quasi del tutto al ‘900 storico, ormai relegato a pochissime gallerie, seppure di qualità. E dunque chi ha coraggio si faccia sotto. Magari la stessa organizzazione di ArteFiera. Perché c’è una nuova fiera da fare, che tratti magari il periodo che va dal secondo ‘800 fino alla prima metà del ‘900. Tutto questo dentro Art First non sta più a proprio agio.
Le pecche? Quel senso di confusione e di dispersione che nonostante tutto rimane; la suddivisione per settori è pura convenzione e spesso crea disorientamento. Forse è ora di metter mano agli allestimenti e all’illuminazione, apparsi obsoleti. Rimangono un problema le aree di ristoro. I bar e i ristoranti, insufficienti e scomodi. E poi c’è il bollino nero dell’anno, la ghettizzazione degli editori più lontano possibile da tutto, quando ormai le forze del visitatore son finite da tempo. Un vero smacco per una componente fondamentale del sistema dell’arte.
Minaccia: se il prossimo anno non si pone rimedio facciamo sciopero e poi le recensioni… se le facciano da soli.
IL CONTEMPORANEOLe milanesiPur confermandosi leader del mercato, Milano qualche grattacapo ce l’ha. Ci sono i noti problemi strutturali e di rapporto con le istituzioni e c’è la concorrenza di altre città. Ma il rischio maggiore si annida nella mancanza di un ricambio generazionale. Sarà una sensazione, ma le gallerie emerse negli ultimi anni non sembrano avere il dinamismo e la propensione internazionale che caratterizzava i colleghi ‘nati’ negli anni ’80. Né, d’altro canto, questi ultimi possono continuare a tirare la carretta ancora a lungo sul fronte dell’arte emergente. È fisiologico il progressivo cambiamento della galleria di scoperta in galleria di mercato, pena la chiusura. Che tradotto significa tirare le somme del lavoro svolto, occuparsi degli artisti che nel frattempo si sono affermati, demandando ad altri il lavoro sporco sulle nuove leve.
Ecco dunque allo stand
De Carlo le grandi foto dei baby cow boys di
Anna Gaskell e la pittura modaiola di
Yan Pei Ming. L’arte cinese è un fenomeno che dura, c’è solo da chiedersi quanti nomi resisteranno al tempo. La Galleria
Marella, che ne ha fatto una bandiera, ha presentato un intero zodiaco di
Bai Yilou fatto di volti, collage di centinaia di fototessere. Ma non rinuncia a promuovere i giovani di casa nostra, come
Luca Francesconi, suoi i suggestivi acchiappasogni fatti di piume, spini e… copertoni di bicicletta.
A proposito di italiani emergenti. Nello stand di
Cannaviello, votato alla pittura figurativa, rivediamo
Federico Pietrella in versione gestuale. Che siano timbri, impronte digitali, gel o silicone, l’elementare bicromia è garantita.
Tutta pittura anche per
Di Maggio. Oltre ad un Verlato sottotono, tra le new entry meglio il paesaggismo di
Peter Ern della tecnica infantile un po’ inflazionata di
Roger Hansson.
Cristiano De Gaetano riproduce, per
The Flat, vecchie foto dell’album di famiglia in cera-pongo su sagome in legno. A terra scorrazzano l’orsetto comunista e il poppante manga di
Filippo La Vaccara.

Da
Zonca & Zonca Simon Linke rifà ad olio inviti di mostre e pubblicità di Gucci e Ralph Lauren. Interessante lavoro autoreferenziale che dialoga con un grande tappeto di
Boetti del ’92-’93 e
Dorazio.
Didattico
Giò Marconi, che ripercorre la storia di
Schifano. Più utile questo dell’altro mezzo stand concesso a
Mochetti.
La fotografia non si è lasciata desiderare, e meno male. Da
Susy Shammah spicca l’emozionante serie di ritratti adolescenziali in b/n realizzati da
Ingar Krauss in Russia. Tirata d’orecchie a
Ca’ di Frà.
Witkin è un genio e va bene, però inflazionarlo per tutte le fiere italiane ci pare eccessivo. Tanto i compratori sono sempre gli stessi. O no?
Per la serie
se supermarket dev’essere lo sia fino in fondo,
Pack accoglie con shopper griffate. Ma poi regala anche due redivivi: un
Gligorov che, con la serie “Attacco al sistema”, esplora e contamina gli stereotipi del potere e
Miltos Manetas, con disegni digitali su carta fotografica.
Dicevamo della fotografia.
Curti e Gambuzzi espongono recenti fiori minacciosi del maestro
Araki, Cardi punta sul classico
Vik Muniz Van Goghiano e sulla pittura laccata dell’ultimo
Schnabel.
Struth e
Katz impegnativi da
Monica de Cardenas, ma è il suo ruolo,
Delvoye per
Corsoveneziaotto. Più accessibili sono i pneumatici annodati di
Fabio Viale scolpiti nel marmo per
Rubin. Li avevamo visti alla collettiva recente
Untitled in via Ventura, dove si accinge a bilocarsi la bresciana
Minini, qui con i bellissimi paesaggi zippati di
Arienti, inediti quadri di
Kapoor, Beecroft e un sempreverde
Ontani.
L’altra bresciana,
Paris, si gioca tutti progetti nuovi (bravo): il King Kong di
Solmi, la ricerca botanica dei
Caretto\Spagna triennalizzati a Torino, il finto kolossal inventato degli
01.org che, nonostante la giovane età, si meritano un posto nella storia dell’arte con il prefisso
-net. E, a proposito di storici dei new media, ci sta pure l’anticipazione dell’attesa personale degli
Ubermorgen.com.
Le torinesiIl feudo dell’arte contemporanea italiana non molla, anche se forse dagli operatori ci si aspetterebbe di più visto il sostegno offerto dalla città e dalle istituzioni.
Franco Soffiantino si gioca il giovane
Michael Beutler vincitore del
Present & Future ad Artissima. Gli preferiamo i classici: i 3 scatti natalizi e malinconici di
Maja Bajevic, Lucy Orta e un caposcuola delle giovani generazioni,
Jimmie Durham. Chissà se a lui ha pensato, ad esempio, il
Francesco Gennari di
Tucci Russo, che gli associa l’altro emergente
Caravaggio, con
Penone e l’ultimo
Tony Cragg messo in mostra in galleria.
Da
Vitamin, accanto ad
Elena Arzuffi e ad un
Simeti un po’ sbiadito, riscuote attenzioni
Marco Campanini, giovane fotografo che indaga l’autoreferenzialità dell’arte tra antico e moderno. Lavoro che gli è valso la copertina delle
Pagine Bianche dell’Emilia.
Si gioca i lavori su carta di
Tony Oursler In Arco (l’installazione è, al solito, da Lisson). Ma c’è anche un lavoro di
James Brown, il meno conosciuto della generazione neopop primitivista americana degli anni ’80. Tra gli emergenti
Andrea Mastrovito (anche da Biagiotti).
Per la fotografia,
Photo & Co. và sul classico con
Franco Fontana, Basilico, Jodice, Jürgen Klauke e i nidi di
Nils-Udo. Così anche
Peola, che non rinuncia ai caposcuola tedeschi
Becher, ma attira con i capricci scultorei dei ritratti in tessuto di canapa e legno di
Marguerite Kahrl.
Le romaneRegge l’innamoramento della città eterna per il contemporaneo. Certo, lo fa a modo suo, un po’ confusamente, specchiandosi troppo in se stessa, con gallerie sempre nuove, con qualche incertezza legata ad ambiziosi progetti che tardano a concretizzarsi. Ma l’entusiasmo c’è, l’impegno pure. Forse un pizzico di cinismo a scapito dello spettacolo non guasterebbe.
VM 21 associa ai noti
Bianco e Valente, Paolo Grassino e
Thorsten Kirchoff, i carillon trasgressivi della giovane romana
Luana Perilli, che rinverdiscono la tradizione pop capitolina. Da tenere d’occhio.
Monitor incuriosisce soprattutto per il video di
Guido van der Werve, olandese i cui lavori inducono una sottile destabilizzazione, mai traumatica, giocando sul tempo e lo spazio.
La trapiantata
Lipanjepuntin deve sentirsi a suo agio nella culla della dolce vita e così si gioca la serie dei ritratti di
Anton Corbijn, in transito dalla personale romana a quella triestina: David Bowie, Bono, Brian Ferry, ritratti in b/n dal loro fotografo preferito.
Spezziamo un paio di lance. Una per
Eva Marisaldi. Da
Sales filma un teatrino e ne riproduce le immagini televisive. Quale sia la vera realtà dei due è l’interrogativo. C’è anche
Arienti che, presente in ben quattro gallerie, pare sempre lì lì per ottenere il meritato riconoscimento. L’altra lancia la spezziamo a favore della galleria
Oredaria che, fiera a parte, si toglie lo sfizio di promuovere un evento a latere a Villa Guastavillani, dove si rinnova il sodalizio tra l’artista
Alfredo Pirri e Roberto Benigni, con ABO a far da raccordo.
Nota immancabile per il colosso
Lorcan O’Neil. Il suo compito è di alzare il tiro e lo fa con
Tracey Emin, Ontani e
Kiki Smith.
Le napoletaneSoprattutto l’approccio va elogiato. Va bene le star internazionali, va bene il mercato ma non si rinuncia ai talenti di casa. Prendete
Scognamiglio, che offre una meritata ribalta alle meteoriti di
Piero Gatto e alla mappa del mondo di
Luigi De Simone, realizzata ritagliando cartone da imballo. Ad essi si affiancano i gemelli
Perone che, come ci confida un giovane collezionista, non saranno i Chapman ma vendono bene.
Umberto Di Marino, dal canto suo, non poteva non giocarsi la fotografatissima
Shivavespa di
Mark Hosking, che sembra fatta per stare in fiera, con quella moltiplicazione di specchietti retrovisori solari a riscaldare la pignatta. Ma attenzione, perché è anche l’opera migliore dell’artista e, come si dice,

ad azzeccarne una son capaci tutti… Per la serie
i grandi classici Lia Rumma presenta
Beecroft, Jodice, Ruff e la
Abramovic della mostra dell’
Hangar Bicocca di Milano. Tra i 10 e 15 mila euri le sue opere.
Artiaco risponde con
Paolini, Carl Andre, Perino e Vele e
Thomas Hirschhorn datato 2006. Con le nuove stampe vutek su PVC di
Botto e Bruno, lo stand resta lo stesso, si aggiornano le opere.
Studio Trisorio scommette su splendidi scatti sulla città partenopea di
Raffaella Mariniello. Anche perché farlo su
Rebecca Horn e
Lewis Carroll son capaci tutti. Nota finale per la
404 e il video
Wrestling di
Jen deNike, passato all’ultimo
Greater New York del PS1. Non solo per questo, da tenere d’occhio.
Le toscaneUn po’ per tutti i gusti, senza clamori. Dai big agli emergenti, dalle avanguardie all’arte esteticamente più abbordabile. Ai primi ci pensa
Poleschi con
Delvoye, Baselitz, Sierra e il cinese
Chen Chien-Jen, curiosamente omonimo del Ministro della sanità di Taipei. Famoso per esser passato in Biennale il primo, per la lotta alla Sars il secondo. Da segnalare almeno i grandi
Pizzi Cannella di
Poggiali e Forconi.
Le giovani leve italiche spettano a
Biagiotti. Si va dalle performance più recenti di
Nico Vascellari alle composizioni di kleenex colorati di
Sissi, dai frame televisivi iperrealisti dipinti da
Andrea Facco ai video e alle foto, interessanti, di
Robert Pettena, fino ai piccoli golem di
Carl D’Alvia. Mescola le carte
Enrico Fornello, orfano di Antonella Nicola. Ma se la cava con nuovi lavori di taglio felliniano di
Sara Rossi e il classico
Luigi Ghirri, qui con una
Modena del ’72.
Tossi fa le cose in grande. Una monumentale crocifissione ai raggi X e un lavoro di 5 metri x 1,25 (costo ca. 11.000 €). Gli autori
Benedetta Bonichi e
Giacomo Costa (acquistato da Diego della Valle) sembrano alla ricerca dei loro limiti.
Daniele Galliano, da
Bagnai, si è ormai guadagnato la patente di cronachista delle fiere. Sempre sul pezzo, stavolta presenta
Mississipi muddy waters live, sulla tragedia dell’uragano Katrina. La vista a volo d’uccello sulle case allagate è splendida. Come il vendutissimo
O’ Drawing della
May Cornet, nipote di Lucian Freud da non perdere di vista. La stecca che non t’aspetti? E’ di
Continua. Mai vista così sotto tono. Forse, per una volta, era meglio passare.
Le altreOvvero, quelli per i quali il decentramento può essere anche un vantaggio.
Tra le veronesi
Studio La Città piazza uno storico
Calzolari, tre recenti lavori di
Basilico dedicati a Istanbul e, per non tradire l’indole minimalista, le resine traslucide di
Hamak e le tele cangianti di
David Simpson. Peccato per le scelte recenti: giovane arte, questa sconosciuta.
Per
Lo Scudo due begl’
Afro degli anni ’50 bastano e avanzano mentre
Arte e Ricambi spende
Andrea Galvani, recentemente in personale a Milano da Artopia, e l’ultimo
Morbin presentato in galleria. Ma non si fa mancare la popstar ispanica
Carles Congost. Le pescaresi non tradiscono.

Da
Cesare Manzo Anna Galtarossa, ambasciatrice dell’arte italica a NY, s’accompagna a
Jimmie Durham mentre, restando a Pescara, per
Rizziero c’è una selezione di foto che va da
Jodice a
Ghirri a
Giacomelli.
Vistamare infine, galleria poco nota da queste parti, si annuncia con nomi pesanti di casa nostra:
Maloberti, Airò, Toderi e
Bartolini.
Le due padovane si presentano l’una,
Estro, con
Jan Kotik che denuncia il mercato delle armi rivisitando un sofà in pelle (
Speculation study, 2005), l’altra,
Perugi, trasgredendo alla tradizionale linea minimalista e sposando l’attitudine invasiva e debordande dei nuovi bad boys
Dearraindrop. Tra l’Ape-Pape di
Laurina Paperina, il carotone di
Bittente e i lavori di
Taylor McKimens, l’età media dei 6 aristi esposti non supera i 26 anni.
Le emiliane non spiccano sul fronte contemporaneo.
Studio G7 porta
Nacciarriti,
Forni persegue la linea della pittura figurativa commerciale,
Niccoli delude con uno stand raccoglieticcio,
Otto non è nella forma migliore.
Da segnalare un curioso
Frangi da
Les Chances de l’Art di Bolzano, che si fa un lifting per ringiovanire, aspettando il ritorno dell’astrazione.
La trentina
Raffaelli cavalca il buon periodo di
Baechler, la barese
Bonomo si gioca bene
Nunzio ed
Elger Esser, tra scultura e fotografia due menti sempre rigorose. E
Il Chiostro di Saronno si concede una delle rare opere performative.
Marco Di Giovanni organizza un programma di incontri ravvicinati con Madonnine sempre diverse, straniere e trasgressive.
Le straniereLa folta truppa tedesca non fa sconti. Tra i classici,
Bernd Klüser si presenta con un parterre de roi:
Beuys, Katz, Baechler e
Tony Cragg. Per
Karsten Greeve ci sono le lamiere accartocciate di
Chamberlain (ma anche acquerelli e foto), i
Cy Twombly,
Ramification del ’71 e
Untitled del ’62, e un’intera mostra delle foto di
Bill Brandt, dal ’47 al ’59, reduce da una retrospettiva parigina alla fondazione Henri Cartier-Bresson.
Un’opera museale di
Merz e storici lavori di
Boltanski, tra cui l’
Inventario degli oggetti appartenuti ad una donna di Bois-Colombe del ’74, sono le carte da visita di
Kewenig, mentre
Hans Mayer infila tra
Pistoletto e
Kapoor anche la serie
Men in the cities di
Robert Longo.
Sul fronte dei contemporanei
Laura Mars Group ne vanta di interessanti.
Ursula Döbereiner riproduce frame da film pixelati fatti a biro blu mentre
Philip Wiegard, classe ’77, comprime gli oggetti o addirittura un intero bar con effetti ottici simili all’anamorfosi.
Hermann e Wagner scommettono tutto sulla
Helsinki School. Dei fotografi formatisi nella capitale finlandese e che stanno girando per mezza Europa, almeno i coloratissimi interni di tende da campeggio di
Raissa Venables e le antiche tele sparate di flash di
Jorma Puranen (
Reflections) sono decisamente interessanti.
Tra i video, rari per la verità, segnaliamo il suggestivo lavoro digitale
Seagull di
Pavel Mrkus, da
Büro für kunst. In una sala stile ancient régime, decorata con intagli in legno dorati, un gabbiano si anima e cerca la via di fuga al suono del clavicembalo.
Coraggiosamente
Magnus Muller di video ne rischia addirittura una batteria intera, tra i quali c’è la traduzione ironica e realista del videogame di Lara Croft fatta da
Suzanne Weirich. Da noi lo faceva Sabrina Impacciatore per il programma Ciro.
All’austriaca
Ernst Hilger si vede più la fotografia che la pittura, con
Vitali, McKee e
Khroshilova.
E veniamo alle anglosassoni. Tra gli inglesi,
Ben Brown spara
Boetti, Manzoni, Haring e tanta fotografia di qualità:
Ruff, Gursky d’annata e una
Candida Höfer inedita, dopo la apparizione sull’asse museale Milano-Venezia. La novità? Si intravedono ectoplasmi umanoidi.
Un’opera per tutte da
Pescali & Sprovieri: un tappeto di
Ilya Kabakov. Passando per il museo portatile di
Lisson, immutabile come Tex Willer,
Max Wigram si candida per la palma di stand più interessante e propositivo. Più che le opere di
Marinne Hugonnier sono le 2 opere di
James Hopkins a colpire.
Dead Man’s Hands e
Puzzle Passage esplorano dimensioni interstiziali tra gli oggetti di uso comune attraverso effetti deformanti, disassemblaggi, intrusioni e fratture nella materia. Chiudiamo la parentesi britannica con
Archeus, che rende omaggio alla pittura tedesca di
Neo Rauch e
Daniel Richter, e
Haunch of Venison, per il cerchio di
Richard Long, Dan Flavin, Jorge Pardo e i quattro
Keith Tyson.
Della scarna rappresentanza d’oltre oceano resta traccia di un lavoro recente di
Frank Stella, per
Mixografia, dello sfoggio di big di
Sperone, dove spicca un lavoro nuovo di
Vik Muniz,
Mars, God of War, after Diego Velazquez, ricostruzione della celebre tela conservata al Prado fatta in negativo, in un mare di cianfrusaglie. Infine, per gli amanti del figurativo, un vero colpo sono stati i pastelli e oli su carta di
Heidi McFall. Perfetti e seducenti rivisitazioni di scatti in bn vintage, si confrontano con i classici di
Montesano da
Annina Nosei. E non cedono un millimetro.

Posto d’onore per le francesi all’originale
Magda Danysz, promotrice di un’arte non convenzionale di matrice graffitista. Allestisce una personale per gli acrilici tecno-ironici di
Dalek, espone ritratti spray di
Fairey Shepard e opere cubiste (sic!) di Rubik secondo
Space Invaders, collettivo noto per aver infestato città come Parigi, Lione, Tokio e Londra con mosaici abusivi di Pac-man e Pong.
Da
Alain Le Gaillard si vede il nuovo video di
Chen Chien- Jen dal titolo
Bade Area mentre da
Thaddeus Ropac, oltre a
Katz, c’è un
Peter Halley impegnativo ma lezioso, che mostra segni di stanchezza.
Infine
Albert Benamou fa un po’ la Marella transalpina sul fronte cinese, ma segnaliamo anche le ricostruzioni in scala di studi d’artista di
Charles Matton e le opere pop, neanche a dirlo un po’ cinesi, di
Emile Morel.
La svizzera
Analix Forever mette in mostra la truppa italica con
Casini, Francesconi e
Arienti, tra
Annika Larsson e
Martin Creed. Tuttavia si è vista più in forma e ordinata. Respingente.
Artisti originali per una galleria dalle idee originali. Merita di esser citata l’iniziativa della romena
Posibila di far realizzare agli artisti una rivista che i bambini possono colorare.
Interessante la rivisitazione in chiave moderna del misterioso dipinto di fine ‘500 conservato al Louvre raffigurante
Gabrielle d’Estrée e la sorella. E’ di
Kaliska Lodz, per la polacca
Program.
Tra gli occhi a mandorla c’è la giapponese
Base che si segnala per la pittura minimale di
Yasuko Iba, la scultura di
Akiko Tsuda, le foto di
Hong Hao, con gli inventari dei propri oggetti personali. Ma non si fa mancare
Cy Twombly. Nota finale per la coreana
Bhak, che oltre alle foto di
Shim Soo-Koo, ci ha fatto stupire ancora una volta davanti al compianto
Nam June Paik.
L’esprit nouveauBella iniziativa sponsorizzata Byblos, marchio che si è legato indissolubilmente all’arte contemporanea all’interno del padiglioncino ricostruito di Le Corbusier.
Nove gallerie nuove, digiune di fiere, per una sorta di
Liste al ragù.
La napoletana
NOTGallery presenta i lavori di
Franklin Evans, le mattonelle pop dipinte di
Atrium-Project e i lavori di
Federico Solmi.
ACB di Budapest si segnala soprattutto per i mini video di
Erik Matrai: scene religiose di genere animate digitalmente. Si va dal San Francesco e gli uccelli all’Annunciazione, fino all’Assunzione.
Per l’argentina
Braga Menendez Julia Masvernat ritaglia riviste a scalare, riducendo il contenuto ai minimi termini informali.
Il bluff? C’è anche la ben nota
The Breeder, abbonata alle fiere di mezzo mondo, da Torino a Basilea, da Miami a NY. Ma non dovevano essere gallerie esordienti?
Il ‘900 Era il nocciolo duro ed oggi è messa in minoranza dal contemporaneo. E’ vero che c’è il boom da cavalcare e che i maestri storici più acclamati, in qualità di defunti, hanno la brutta abitudine di non fare opere nuove per rivoluzionare gli stand. Tuttavia c’è parecchio lavoro da fare sul ‘900 italiano e non e allora, chi l’avrebbe detto? Forse c’è ancora spazio per almeno un’altra fiera.
Tra le milanesi
Il Mappamondo espone un
Paesaggio marchigiano di
Osvaldo Licini del 1925 che ha fatto la Quadriennale del ’59-’60, un
Boldini del 1910, un monocromo di
Schifano del 1962 e 2
Guttuso, uno del ’48 ed uno del ’58, che documentano il passaggio dal neocubismo al realismo. Un
Bucci del 1918-20, un
Adolfo Wildt del 1923 e un
Severini del 1907 sono le proposte di
Antologia mentre lo
Studio Guastalla vanta 2 terrecotte del 1928, un bronzo per la Biennale del ‘26 e altro di
Arturo Martini, molto
Marino Marini, un paesaggio di
Morandi.
Il paesaggio tv di
Schifano del ’70 esposto da
Arte 92 fa riflettere su una serie sottovalutata di un maestro ancora da riscoprire. E sono belli i
Capogrossi a cavallo tra anni ’40-’50 e il
Morandi del ’20 di
Tega, che si concede la rara chicca di
Tamara De Lampicka del ’26. Di solito li vediamo falsi o in poster.
Morone festeggia i 40 anni con
Raciti e
Moreni,
Gianferrari, che fa della qualità un marchio di fabbrica, si gioca anche un
Fausto Pirandello d’annata dal titolo
Donne del Lazio. E’ del 1935.
Porro va a ritroso: da
Candida Höfer alla
Storia naturale della moltiplicazione su carta quadrettata di
Boetti del ’78, da
Fontana fino al
Boccioni del 1909,
Campagna con contadino al lavoro.
Di
Bonaparte segnaliamo i
De Chirico, della torinese
Carlina i
Boetti, e per
Mazzoleni il sacco di
Burri del ’52.
Repetto e Massucco (Al) puntano sulla fotografia di
Ghirri e di
Elisabetta
Catalano, vista di recente alla Gam di Torino, mentre il concittadino
Rino Costa allestisce uno stand votato al neo-futurismo dell’alchimista
Piero Fogliati, classe 1930.
Una mostra per
Vasarely è la proposta dell’astigiana
Eidos, un
Braque del ’17 tra quelle della
Galleria d’Arte Maggiore di Bologna, in buona compagnia con
Marescalchi che ha un buon
Vedova, un
Alechininsy del ’62 e un
De Kooning del ’74.
Tra le capitoline
De Crescenzo e Viesti allestisce uno stand di livello con un raro
Gino Rossi del 1912, un
Afro del ’50, un
Leoncillo del ’57 e i
Franco Angeli degli anni ’60.
Pirandello è invece protagonista dell’altra romana
Russo.
Oltre agli
Accardi,
La Scaletta di Reggio riesce a presentare una scelta di disegni di
Afro dal ’32 al ’42. Ne ha ben donde, avendone curato il catalogo ragionato.
Campeggia un
Ceroli monumentale dalla fiorentina
Tornabuoni mentre la veneziana
Bugno organizza una mostra nella mostra, ripercorrendo tappe, temi e documenti della breve ma intensa avventura del
Fronte Nuovo delle Arti, culminata nella prima Biennale del dopoguerra, dove fu esposto anche il
Canale della Giudecca di
Pizzinato che si vede qui. Ma ci sono anche, dello stesso autore, un lavoro del ’47 preparatorio ai pannelli dell’osteria dell’Angelo, dove il movimento nacque. E un
Santomaso fatto per una collettiva alla BLM del ’47.
Niente eccessi per l’altra veneziana
Contini ma almeno un
Chia dell’’87 ed un
Kiefer del ’92.
L’Elefante di Treviso presenta una selezione di documentazione fotografica della body art, sull’onda di una recente mostra. Ecco dunque
Dieter Appelt,
Luthi e
Gina Pane, con il
Prospetto per verifica delle stigmate n.1, dell’’85.
Tra le straniere
Massimo Cirulli (USA) stupisce per un
Plinio Lomellini del 1903, dal titolo
Gioventù vittoriosa; passato per la Biennale del 1904, sarà piaciuto a Sgarbi. Per la spagnola
Manuel Barbié ci sono persino una sculturina di
Malevich,
Plante – Omega e una foto di
Brancusi nel suo studio, da lui stesso firmata. Infine la personale di
Burri è della transalpina
Sapone. Ma sono opere degli anni ’80 e ’90.
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