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Morto a 102 anni Rudolf Arnheim, teorico della percezione visiva

   
   
 
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52399Il suo Arte e percezione visiva, del 1954, rimane uno dei testi fondamentali della psicologia dell’arte di tutto il Novecento, una vigorosa opposizione al formalismo fondata sui principi della psicologia della Gestalt che, attraverso l’esemplificazione di opere di pittura, scultura e architettura, riporta la forma al significato e al contenuto. Rudolf Arnheim, psicologo ma anche finissimo critico d’arte, è morto ad Ann Arbor, nel Michigan, alla veneranda età di 102 anni. Nato a Berlino nel 1904, si era formato alla scuola della Psicologia della Gestalt fondata da Max Wertheimer, trovando nel cinema la prima applicazione dei suoi studi di psicologia sperimentale. In fuga dal nazismo a causa delle origini ebraiche, nel 1933 giunse a Roma, collaborando con l’Istituto Internazionale per la Cinematografia Educativa e con il Centro Sperimentale per la Cinematografia. Nel 1938 anche l’Italia divenne ostile, ed Arnheim ripiegò prima a Londra, e poi negli Usa, lavorando per le fondazioni Rockefeller e Guggenheim. La sua lunga carriera accademica in psicologia dell’arte cominciò a New York al Sarah Lawrence College, alla School for Social Research e alla Columbia University, quindi nel 1968 approdò alla Harvard University e successivamente all’University of Michigan. Fra i suoi testi più importanti - oltre al citato Art and visual perception - da menzionare Film als Kunst, del 1932, Toward a Psychology of Art (1966), Visual Thinking (1969), The Dynamics of Architectural Form (1977). Alla figura di Arnheim Exibart dedicherà presto un approfondimento, già in preparazione.

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1 commento trovato 

15/06/2007
Emanuela Grande, Italia
http://www,ela.it
Rudolf Arnheim ci lascia in eredità una filosofia per comprendere il complesso mondo dei segni e i processi della visione, ci insegna a distinguere tra rappresentazione e un linguaggio creativo, in cui forme e andamenti propongono ambiguità tra figura e sfondo. Arnheim ci insegna a considerare il "realismo" occidentale come pericoloso allontanamento dalla realtà, per metterci in contatto, nel segreto del nostro inconscio, con un linguaggio di segni essenziali ed universali.

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