Segni antropici alterati all'estremo, in morfologia e
significato. Alternanze di piani esistenziali e cronologici, dal tempo intimo e
individuale di memorie e turbamenti a quello pubblico ed esteriore della
storia. Una non comune sensibilità alla
“qualità ed energia dei materiali”, indagati neo-poveristicamente
in tensioni e risposte fisiche, così intensamente da rendere anche le
meccaniche reazioni fisionomia e identità, vocaboli di trame a più livelli.
Il
labirinto interiore del titolo di
Martin Soto
Climent (Città
del Messico, 1977) avviluppa con agilità molteplici sensi: estetica, verità
storico-sociologica, semantica, introspezione. Il dipanarsi elegante di
un'astrazione organica distillata persino dall'insospettabile, da forme
quotidiane e banali, sigla la versatilità e il rigore della sua ricerca.
Tornato alle raffinate e a lui più congeniali bicromie
dopo la parentesi policroma del 2008, motivata dall'osmosi con l'ospitante
contesto
glamour -
l'altro spazio di T293, nel centro partenopeo dello shopping - Climent reitera
il rito sciamanico che gli è proprio: suscitare presenze dalle assenze,
rianimare nel sottovoce di una narrazione i relitti
di un vissuto. E il mormorato
desiderio dell'evocazione erotica dello scorso anno diviene struggente
nostalgia del lutto e di un futuro che non c’è stato, quello negato dalla sanguinosa
repressione della protesta studentesca messicana nel 1968, colpevole anche di
mancate rivoluzioni nelle dinamiche interpersonali.

In caduti sul campo si trasfigurano le lastre di marmo e i
collant di
Marmoles oniricos: oggetti rinvenuti per le strade e riassemblati, come
tutti quelli in mostra, coniuganti la potenza evocativa dell'
objet trouvé, la forza straniante del
ready
made e la
fermezza di un'indagine che ricava inediti valori formali da nuove
disposizioni. Materie pulsanti tra cui c'è anche il
chronos, per
“giocare col tempo”.
Valorizzando con padronanza le possibilità espressive del
nuovo spazio fronte strada della galleria - il cui dialogo col contesto
cittadino è esperito solo in parte, visto che per cause logistiche, tranne che
ai vernissage, è attualmente visibile solo su richiesta - l
'artista plasma infatti la
percezione cronologica passando dalla macrostoria del piano inferiore alla
microstoria di quello superiore.
Un orologio vuoto di lancette e minuti, bloccato
nell'immobilismo di un cambiamento abortito, un asse da stiro, indumenti
femminili defunzionalizzati e interpreti della malinconica constatazione di
perduranti discriminazioni sessiste, viluppi di coperte riportati alle loro
avvolgenti valenze ottiche dalla duplicazione speculare, simbolo di un'intimità
domestica confortante ma soffocante.

Come l'obbligo maschilista a un pudore in realtà
mortificante, evocato dalle tende di
Blind feathers (always fall), propedeutico alla
strumentalizzazione voyeuristica e all'inquietante frustrazione di
Blind
window, in cui la
citazione di
Duchamp e del
Grand Verre evidenzia come, nel tempo, poco sia cambiato in termini di
disuguaglianze fra classi e generi.