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Dewi de Vree e Rachida Ziani hanno presentato il loro ultimo lavoro alla mostra di laurea dell’Accademia di Belle Arti dell’Aja. Abbiamo fatto due chiacchiere con le artiste...
pubblicato venerdì 3 settembre 2010
Nel vostro lavoro precedente, Elekrolab, che avete presentato all’inizio di quest’anno sia a Transmediale che a Netmage, avete ricreato un esperimento storico attraverso il quale Alessandro Volta arrivò a inventare la pila elettrica. Come definireste il vostro approccio alla materia scientifica a cui vi siete ispirate?
Per Elektrolab ci siamo focalizzate su un fenomeno molto semplice, la creazione di elettricità attraverso reazioni chimiche, come avviene nelle batterie. È un processo molto comune che impieghiamo nella vita di tutti i giorni ma che rimane nascosto e inaccessibile. Con Elektrolab abbiamo letteralmente ingrandito il processo, rendendolo visivamente e uditivamente percepibile.

Ai tempi in cui lavorava Volta gli apparecchi elettrici non avevano alcuna utilità pratica, l’unica applicazione che trovavano fuori dall’ambito scientifico era come fonte di intrattenimento...
Sì, l’elettricità rimase a lungo solo una curiosità...

Quindi in un certo modo con il vostro lavoro avete riportato l’intrattenimento elettrico alle sue origini, prima che si evolvesse nell’industria mediatica che conosciamo oggi.
Non l’avevamo pensata in questo modo, ma è un’idea divertente.

Elektrolab_Transmediale - photo Matteo Marangoni
Nel vostro nuovo lavoro invece, Thermokoppel
, esplorate le proprietà termodinamiche dei metalli. Usando la fiamma ossidrica come fonte di calore e il ghiaccio secco come fonte di raffreddamento per dilatare e contrarre metalli diversi ottenete delle risposte sonore molto interessanti. Qual è il percorso che vi ha portato dal primo al secondo lavoro?
L’idea con la quale abbiamo iniziato a collaborare era di creare una sorta di laboratorio musicale in cui realizzare molti strumenti, ciascuno basato su un principio diverso. Dopo l’esperienza di Elektrolab ci era avanzato del ghiaccio secco, che ha una temperatura di -80°, e abbiamo deciso di provare a lavorare con escursioni termiche estreme per esplorare le proprietà fisiche dei metalli. La genesi di Thermokoppel è stata molto più lenta di quella di Elektrolab: mentre nel primo lavoro ci è stato possibile sperimentare fin dall’inizio con una preparazione davvero minima, nel secondo ci siamo trovate a lavorare per quasi un anno prima di riuscire a produrre un solo suono.

Sia in Elektrolab che in Thermokoppel impiegate due poli opposti per generare la tensione su cui si regge il lavoro. Come gestite questa tensione nella dimensione della durata?
La durata è determinata dai fenomeni fisici e chimici stessi. In entrambi i lavori, i risultati sono molto difficili da controllare in maniera precisa, ci sono molte variabili che producono effetti imprevedibili, quindi nessuna performance è uguale a un’altra e noi abbiamo molte sorprese. Anche questo contribuisce a creare la tensione.

Thermokoppel - photo Chaja Hertog
Infatti, assistendo a Thermokoppel
sentivo di star condividendo con voi un’esperienza molto personale, giocata sulla vostra relazione con l’esperimento in corso. Non percepivo una grande differenza a livello di conoscenza del fenomeno tra voi e il pubblico e quindi avevo l’impressione che eravamo tutti ugualmente in attesa di scoprire cosa sarebbe accaduto.
Ci fa piacere che ti sentissi in questo modo, è un po’ quello che stiamo cercando...

Siete fisicamente molto prese dagli strumenti e i materiali che impiegate. Per chi come me non è familiare con la lavorazione dei metalli sembra piuttosto pericoloso.
Anche noi non abbiamo molta esperienza in questo campo. È stata una grossa sfida il progetto e ogni volta non sappiamo di preciso cosa aspettarci. La fiamma ossidrica arriva fino a 900°, quindi c’è sempre un elemento di pericolo.

Parlando di pericolo, avete costruito una macchina piuttosto spaventosa. Si tratta di un braccio lungo sei metri con una punta acuminata che poggia su una lastra di metallo. Ha una forte presenza scultorea ed è evidente che serve a uno scopo, ma non se ne comprende la funzione esatta fino a quando non l’azionate...
Questa è stata una delle parti più complesse del lavoro. L’abbiamo progettata per amplificare la reazione termica del metallo, rendendo più evidente sia visivamente che acusticamente la maniera in cui si espande quando viene sottoposto a una fonte di calore. Quando applichiamo la fiamma a una parte specifica della macchina, questa cresce in lunghezza e quindi aziona un meccanismo che fa ruotare il braccio. Quindi la punta graffia la lastra su cui è appoggiata e produce i suoni stridenti che hai sentito.

Thermokoppel - photo Chaja Hertog
Rende certamente l’idea delle forze primordiali che state cercando di imbrigliare. Mi fa anche pensare a una macchina di tortura descritta da Kafka in La colonia penale
: lo conoscete?
No, ma pensiamo spesso alle sue Metamorfosi. Addirittura altri che hanno assistito alla performance l’hanno associata a un rito massonico!

Sì, c’è senza dubbio un senso di mistero, ma non vi consiglierei di impiegare la vostra macchina per tatuare i novizi massoni!

a cura di matteo marangoni


decibel – suoni e musica elettronica è un progetto a cura di alessandro massobrio

 

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