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Fotografare a Noto

   
 Sulla fotografia si riflette, da Cinisello Balsamo a Roma e fino a Noto. Dove però, fra innumerevoli spunti interessanti, mancavano due elementi fondamentali: l’arte e la discussione... vito calabretta 
 
pubblicato
L’Italia si interessa alla fotografia, se ci si basa sulla quantità di incontri, convegni e discussioni che si articolano qui e là: a Cinisello Balsamo, al MuFoCo, si è discusso de L’Aquila in Sismycity; a Roma, l’Associazione Italiana Studi Semiotici ha dedicato un approfondimento a La fotografia. Oggetto teorico e pratica sociale; a Noto, per tre giorni si è disquisito intorno al tema Forme e modelli. La fotografia come modo di conoscenza.
Concentriamoci sull’ultima delle occasioni citate: il convegno che ha convogliato a Noto studiosi provenienti da aree geografiche e disciplinari diverse. Ne citiamo alcune: la teoria della percezione (Philippe Dubois), le scienze cognitive (Antonino Pennisi), l’antropologia (Giordana Charuty), la storia dell’arte (David Freedberg, il quale però ama anche dire "noi studiosi di scienze cognitive”), la teoria del cinema (Carmelo Marabello e Francesco Casetti). C’erano poi i "fotografologi”, qualche fotografo e ancora altri studiosi che operano nelle diverse discipline. Due sono stati i grandi assenti.
Innanzi tutto l’arte. Erano presenti Francesco Radino e Roberto Bossaglia, che sono fotografi; Francesco Faeta ha all’attivo una produzione di fotografie (Nelle Indie di quaggiù è stato pubblicato nel 1996 da Jaca Book) e anche Antonino Pennisi produce e pubblica fotografie.
Francesco Faeta - dalla serie Inganni dello sguardo - Lucania, 2004
Ma il mondo dell’arte e soprattutto il modo in cui l’arte utilizza la fotografia non c’era. Peccato perché, se prendiamo in considerazione il discorso che David Freedberg ha dedicato alla relazione tra fotografia e tortura, un confronto con le pratiche dell’arte sarebbe stato interessante. Freedberg, ad esempio, ha esordito ricordando che dietro al suo ragionamento c’è la distinzione tra immagine corporea e schema corporeo: la prima è la percezione, cioè la conoscenza che abbiamo di noi e del nostro corpo; il secondo è l’adattamento esistenziale pre-noetico che il nostro corpo ha quando riceve una sollecitazione esterna.
Facendoci aiutare da Wikipedia, possiamo ricondurre questa distinzione alla differenza tra la "rappresentazione visiva consapevole” (immagine corporea) e un concetto "caratterizzato da scarso senso di consapevolezza” (schema corporeo). Si tratta di un’articolazione piuttosto interessante che Freedberg ha utilizzato, nella sua relazione, per passare in rassegna immagini di tortura, nella storia della rappresentazione antica e in quella fotografica.
Ma quando l’intervento sul corpo, diciamo pure la tortura o la pseudo-tortura (pensiamo ad alcuni lavori di Bruce Nauman sul proprio volto oppure a quando Vito Acconci bendato cerca di reagire al lancio di oggetti contro di lui), viene agito dal titolare stesso del corpo, cioè dall’artista, come possiamo articolare la distinzione tra conoscenza e pre-conoscenza, consapevolezza e pre-noetico? Mancando, al convegno, il contributo dell’arte, questa domanda, che avrebbe consentito di contestualizzare il discorso di Freedberg a reali pratiche del nostro mondo, è rimasta latente nell’aria di Noto.
Hiroshi Sugimoto - Gorilla, 139 dalla serie Dioramas - 1994 - stampa alla gelatina d’argento - cm 51x61
Il secondo grande assente del convegno era il confronto e la discussione.
Articolato in presentazioni numerose, generalmente lunghe e poco impostate alla interlocuzione, il convegno offriva molti spunti. Ma sono rimasti tali. Ad esempio il discorso di Giordana Charuty sulla fotografia onirica o sul sogno nella fotografia evoca le pratiche di automatismo nell’arte del Novecento, le azioni sotto l’effetto di droghe e in trans. Oppure quando Philippe Dubois ha citato le sale cinematografiche di Hiroshi Sugimoto per dire che si tratta di un lavoro di transfert dal cinema, dedicato al concetto di immagine nel cinema, non citando l’importanza del fattore tempo di esposizione per ottenere una messa in luce precisa della sala cinematografica, né menzionando la relazione sia con i mari dello stesso artista, che vengono definiti nell’immagine grazie al tempo di esposizione, sia con le architetture che grazie al tempo perdono la propria staticità, anche in questo caso sarebbe stato interessante discutere.
Il convegno è stato dunque denso di relazioni ma nel senso di orazioni, in una sola direzione: dall’oratore di turno agli ascoltatori. Gli spunti, i dubbi, le perplessità e il materiale di conoscenza da portare a casa, come in alcuni ristoranti, in un sacchetto individuale.

vito calabretta

[exibart]

 


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