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Good & Plenty
(princeton u.p. 2010)

   
 Un’analisi precisa e puntuale su pregi e difetti dei finanziamenti alle arti. Con particolare riferimento agli States, ma con spunti e consigli applicabili anche dalle nostre parti. Magari...  
 
pubblicato
È un economista che insegna alla George Mason University e scrive sul New York Times. E tiene un blog, Marginal Revolution, che ha come mission di indicare "small steps toward a much better world”. Con questo piglio "migliorista”, Tyler Cowen analizza il mondo dell’arte e, in particolare, The Creative Success of American Arts Funding, come sottotitola il suo Good & Plenty.
Cowen si immagina nelle vesti di un consigliere presidenziale che prende le mosse da alcuni dati di fatto: "Il modello americano incoraggia la creatività artistica, mantiene al livello minimo la politicizzazione dell’arte e lega economia ed estetica in una relazione simbiotica”.
I problemi da affrontare però sono parecchi. Innanzitutto quello della commensurabilità. Ossia, con quali criteri supportare l’arte, visto che "la maggior parte dei progetti artistici sono fallimenti commerciali ed estetici”? Quello meramente economico, ossia la disponibilità dell’individuo di pagare, è sì uno standard valutabile, ma si scontra con un approccio più contrattualista, che esamina la questione a livello più "alto”, andando a guardare non il singolo ma le categorie sociali. E le cose si complicano, poiché la valutabilità perde in chiarezza. Inoltre, vanno prese in considerazione le "positive externalities” a più ampio spettro: "Un sussidio, se applicato correttamente, può creare più risorse di quanto costa”.
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Giungiamo così all’argomento dello sviluppo economico: l’arte genera economia e dunque contribuisce al "general social welfare”, poiché - ma il discorso vale per ogni ambito, non solo culturale - la produzione di idee nuove e varie contribuisce alla crescita economica. E tuttavia, questo argomento non si traduce immediatamente in uno a favore dei sussidi diretti all’arte: in primo luogo, perché la capacità dell’arte di generare economia implica che l’arte stessa potrebbe farlo anche senza aiuti di Stato; in secondo luogo - ma qui pare l’argomento del paiolo bucato esposto da Freud -, se l’arte abbisogna di aiuti, difficilmente potrà generare una notevole crescita economica. Insomma, le argomentazioni utilizzate per sostenere i sussidi non tiene conto del fatto che si sarebbero potuti spendere quegli stessi denari in altre attività, e non è detto che le conseguenze sarebbero state di minor impatto, almeno a livello economico.
Vi sono però altri due argomenti che l’autore ritiene più rilevanti a favore dell’impegno statale nei confronti dell’arte. La decentralizzazione, poiché la creatività si nutre di differenti visioni e, poiché molte di esse sono destinate all’insuccesso, conviene puntare su una pluralità di opzioni (lo stesso discorso vale, ad esempio, per la ricerca scientifica). Il secondo argomento è quello "simbolico” del prestigio, che si può sintetizzare nell’affermazione: "Un governo che supporta le arti è considerato più bello e prestigioso”.
Maya Lin - Vietnam Veterans Memorial
Date queste premesse, ed effettuata un’attenta analisi dei variegati fondi che il governo statunitense elargisce all’arte, Cowen giunge a conclusioni che forse non piaceranno a molti addetti ai lavori, ma che hanno la statura per esser prese almeno in considerazione. In buona sostanza, "la miglior politica artistica stimola la scoperta creativa in maniera più generale. Ciò implica un’economia forte, numerose e diversificate fonti di finanziamento decentralizzato per l’impresa creativa e politiche sensibili nei confronti della scienza, della tecnologia e dell’educazione”. In altre parole, lo Stato come "an enable, not a doer”. In Italia prosaicamente diremmo: fateci studiare, dateci gli strumenti; poi ci pensiamo noi.

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*articolo pubblicato su Exibart.onpaper n. 69. Te l’eri perso? Abbonati!



Tyler Cowen - Good & Plenty
Princeton U.P., Princeton (NJ) 2010
Pagg. 198, $ 21,95
ISBN
9780691146263
Info:
press.princeton.edu

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