Se con
Kit Craig e
Nick
Laessing Norma Mangione apriva delle
interpretazioni sull’attuale e possibile evoluzione della scultura,
con
Bernd Ribbeck e
Garth
Weiser la galleria sembra invece volgersi a riflessioni sul mezzo pittorico
e il suo dispiegarsi.
Con una
direzione sempre più chiara e determinata, la galleria diventa testimone e
portavoce di linguaggi e tendenze straniere che difficilmente troverebbero
altra presenza in sedi italiane. Molto lontana dalla cosiddetta "nuova scuola
torinese” - che in
Daniele Galliano,
Pierluigi Pusole, sino al più
giovane
Manuele Cerutti, individua
una sua precisa linea espressiva - la pittura di
Garth Weiser (Helena, Montana, 1979; vive a New York)

è a metà tra
l’evoluzione grafica e il design modernista. Le opere, pur consapevoli della
propria collocazione nel tempo, ripercorrono le prime storiche campagne
pubblicitarie, sia con influenze pop che neo-costruttiviste.
I primi
lavori dell’artista americano si pongono come la traduzione in scala
monumentale di nature morte, il cui volume, definito da contorni netti,
costituisce l’elemento formale di collegamento con la tradizione modernista.
Nelle opere più recenti, invece, si manifesta l’esplorazione di materiali e
superfici che coniugano gesto e pensiero. Verso un’effettiva oggettualizzazione
del dipinto, che non è più limite spaziale e finestra sul mondo, ma frammento
di mondo esso stesso.
Rivisitando
la scultura di
Jasper Johns, le
pitture di Weiser uniscono logotipi tecnologici come il Beta della Sony,
creando una sorta di nostalgia che, tipica del postmoderno, si esprime
attraverso il frammento e la citazione. Negli acrilici su tela, caratterizzati
da un uso predominante del rosso, cerchi-oblò di egual misura contengono
inserti di pittura espressionista - riconducibili inevitabilmente a
Pollock - e ritagli dal tono optical.
In altre tele, gli schemi in bianco e nero - dipinti o plasmati con foglie di
rame e argento - costituiscono la "maschera” di una trama predeterminata, o di
una fotografia su cui l’artista interviene sovrapponendo piani stilisticamente
diversi.

Ben
informato sulla storia dell’arte, ma forse non ancora così padrone da sapersene
affrancare, Weiser crea un mix di esperienze del passato in opere certamente
calibrate e controllate, ma dal risultato prevedibile. Occultando al tempo
stesso la gestualità e dunque la presenza "segnica” e irripetibile dell’autore.
Nessuno stupore, quindi, come contemporaneamente non si legge alcuna novità
rispetto alle urgenze che una lingua stantia - come la pittura purtroppo appare
oggi - potrebbe contrariamente generare nella necessità di farsi sentire.