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Marco Dallari

   
 A cinque anni di distanza dalla prima intervista, siamo tornati a trovare Marco Dallari. Per un confronto sul panorama nazionale della didattica dell’arte. E lui ce le ha cantate per le rime... Annalisa Trasatti 
 
pubblicato
Dal suo punto di vista di docente in accademia prima e all’università di oggi, com’è cambiata la didattica dell'artenei museiitaliani dagli anni ‘90 a oggi e cosa scorge nel futuro?
L’aspetto positivo è che ormai non c’è museo privo di una sezione didattica, e anche se l’Italia è arrivata in ritardo rispetto al resto d’Europa, il gap attualmente sembra colmato. Questo dato positivo riguarda però l’aspetto quantitativo; non sempre, infatti, la qualità e l’innovazione pedagogica e didattica caratterizzano questi luoghi. Va infatti ricordato che il boom dei laboratori risale a quando, dopo anni in cui la direzione scientifica e quella amministrativa, nei musei, erano separate, sono state unificate e la direzione ha dovuto rendere conto anche di quanti visitatori riesce ad attrarre. Così i direttori hanno scoperto che le scolaresche in visita sono, da questo punto di vista, una grande risorsa, ma sui laboratori, sulla selezione del personale e sulla sua formazione viene investito molto poco. Basta vedere quanto, nella distribuzione delle voci del bilancio di ogni mostra, viene assegnato alla didattica: solitamente un’inezia, molto meno di quanto si spenda per editare costosi e non di rado autoreferenziali cataloghi. Quanto alle previsioni per il futuro, spero che si valorizzi sempre più il sistema formativo integrato, vale a dire quel progetto di formazione in cui la scuola interagisce con aule e laboratori esterni: biblioteche, laboratori museali ecc. Se questo diventasse non opzionale ma istituzionale forse ci sarebbe quell’investimento sulla qualità che oggi, a volte, latita.

Dallari ospite di un incontro del ciclo Arte Mente - Mart di Rovereto
Quali gli ingredienti necessari nella formazione dei futurieducatori musealinonché il loro aggiornamento? Intravede sinergie sempre più necessarie?

Un buon educatore-animatore museale dovrebbe essere preparato su tre versanti: quello tecnico, pratico e laboratoriale, corrispondente alla formazione delle Accademie di Belle Arti, quello storico, critico e semiotico riferito alla materia-arte, quello psicopedagogico e didattico riguardante l’utenza infantile e la corretta relazione con essa. Dovrebbe conoscere inoltre le risorse culturali ed editoriali disponibili: penso ai tanti bei libri per ragazzi presenti e utilizzabili anche con tecniche di animazione. Questi ultimi requisiti hanno come riferimento, attualmente, differenti facoltà universitarie: nessuna istituzione formativa ha compiutamente e istituzionalmente tutte queste risorse formative, e nell’impossibilità, di questi tempi, di pensare investimenti innovativi, occorrerebbe un progetto formativo basato su sinergie accademia-università. Ma poi le istituzioni museali sarebbero disposte a preferire operatori preparati, che andrebbero assunti e pagati secondo le loro prerogative, ai molti giovani dal futuro e dalla preparazione incerta che possono continuare a sfruttare alimentando il calderone del precariato? Sono convinto che se ci fossero domanda e mercato, i percorsi formativi sarebbero già attivati.

Marco Dallari - Autoritratto Oltrepop
Intervenendo da anni in tutta Italia si è fatto una mappa delle "scuole", delle metodologie italiane anche magari a confronto con esempi internazionali?

A parte alcune esperienze di punta, Bologna, Torino, Trento-Rovereto, e alcune altre, che però in Italia non sono più di una decina, i riferimenti sono un po’ abborracciati e si rifanno, genericamente, al modello di educazione attiva di Dewey e della tradizione francese, Frenet in testa. Naturalmente c’è, non di rado banalizzata e fraintesa anche dai suoi seguaci, la scuola di Bruno Munari, l’unica a essere spesso esplicitamente citata. Ma i pochi che puntano davvero sulla ricerca e sull’innovazione fanno riferimento, confrontandosi dialetticamente con loro, ai laboratori del Centre Pompidou di Parigi e con i grandi musei del nord Europa dove da decenni si considera il laboratorio per i giovanissimi non un "valore aggiunto” ma una prerogativa centrale e qualificante dell’istituzione. Penso ad esempio ai musei olandesi affollati come da noi i parchi pubblici, la domenica mattina, di genitori e bambini che visitano le mostre e poi trafficano insieme nei laboratori. Non è difficile trovare e riconoscere anche in rete questi musei, perché hanno fatto della ricerca e dell’investimento anche sulle nuove tecnologie una loro bandiera. C’è poi la risorsa, nuova e interessante, dei laboratori narrativi che, a partire dal MoMA di New York, riscoprono l’importanza di ricollegare i processi intellettuali di tipo narrativo, di cui si sta riscoprendo l’importanza, alla produzione artistica. Questa tendenza, in Italia, non mi risulta sviluppata in contesti museali (ma potrei sbagliarmi) mentre è praticata sia da particolari settori dell’editoria che da alcune compagnie di Teatro Ragazzi, penso ad esempio ai Piccoli Principi di Alessandro Libertini, i cui spettacoli potrebbero, a mio avviso, trovare spazio nell’ambiente museale con esiti interessanti e imprevedibili.

Marco Dallari - Arte per le rime
Non meno importante e parallela al suo ruolo di docente universitario è la sua attività di
autore, conl'ideazione di un vera e propria collana per Artebambini dedicata all'Arte per le Rime. Quasi a voler affermare il "dovere"di divertirsi ed emozionarsi con l'arte e la parole soprattutto per chi sceglie di farne la propria professione...
Mi è capitato, a volte, di parlare con maestre di scuola dell’infanzia che mi chiedevano: devo raccontare Grimm o Rodari? E io ho sempre risposto: quello che ti piace di più. Perché si è più efficaci e convincenti se si usa, in educazione, ciò che piace. E questo principio non vale solo per le fiabe e per i primi ordini di scuola, ma sempre, in educazione, anche all’università. Sono convinto che gli insegnanti migliori abbiano sempre delle passioni culturali (chi non ha passioni culturali non è colto) che dovrebbero poter utilizzare nel loro mestiere, costruendo in grande autonomia, ancorché in collegialità, i loro progetti didattici, senza troppi vincoli di programmi che, messi in discussione e fortemente ridimensionati qualche decennio fa, stanno rientrando dalla finestra con motivazioni di grande modestia culturale e pedagogica. Sono convinto che non si dovrebbe insegnare tanto il sapere, ma l’amore, l’interesse e la curiosità per i saperi, la cultura e la conoscenza, che sono il requisito principale di una buona qualità della vita. L’esempio del piacere del sapere che possiamo offrire come intellettuali e formatori è, credo, il nostro principale dovere professionale, etico e politico.

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Intervista a Dallari del 2004

a cura di annalisa trasatti

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4 commenti trovati  

16/11/2011
alessandra turella, verona italia
Sono un'isegnante precaria di disegno e storia dell'arte in attesa delle nuove decisioni del Ministero riguardo la professione di insegnanti con titoli di accademie di belle arti.
Navigavo per vedere le offerte sulle mostre dove poter portare i miei ragazzi e mi sono imbattuta su questa intervista a questo professore Dallari che confesso non conoscevo.
Finalmente qualcuno che parla di noi in senso lato che ci occupiamo d'arte!Bisognerebbe intervenire politicamente sollevando un gran polverone affinchè certe professioni vengano riconosciute e non lasciate allo sfruttamento e ai tornaconti di coloro che ci guadagnano.
Di questi tempi è assolutamente doveroso rendere noto a chi di dovere che esiste un sottobosco e che nel primo articolo della Costituzione,tanto ineggiata quando fa comodo,si parla del LAVORO come un diritto del cittadino e non un optional come i nostri politici pensano che sia!!!

Grazie uniamo le forze!
Alessandra


16/02/2011
Anna Pironti, Rivoli
Bravissimo Dallari che ovviamente dall'alto della sua grande esperienza e competenza riassume la specificità della nostra professione fondata su tre tipi di competenze specifiche.
Una di carattere teorico ovvero la conoscenza relativa al patrimonio del museo. Una di carattere pedagogico ovvero la capacità di saper trasmettere conoscenza, non solo ai bambini, ma a tutti i soggetti in formazione (in-segnare = lasciare un segno) anche in considerazione della normativa Europea in materia di Lifelong Learning. La terza, ma assolutamente paritetica, la competenza pratica il saper fare, correlato capacità di tradurre senza tradire i contenuti in azioni e oggetti, offrendo ai partecipanti autentiche esperienze di vita. Mi permetto di ricordare a Dallari, che ringrazio a nome di tutta la nostra categoria, che Rivoli non è Torino e che il Dipartimento Educazione del Castello di Rivoli anche in concorso con le colleghe del Mambo e di tante altre prestigiose istituzioni attraverso la Carta di Edu©Arte si batte per il futuro della nostra professione che a mio avviso e nella declinazione dei musei d’arte potrebbe assumere la denominazione di Artenauti (viaggiatori dell’arte).


13/02/2011
Andrea Zanchi, Torino
http://faceboock
grazie Professore,che vuole insegnare a guardare cose vive e non apprendere fredde nozioni

11/02/2011
Anna D'Andrea
Il piacere di conoscere il mondo in tutta la sua bellezza, una grande lezione di vita. Grazie Professore!

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