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UBIQUITÀ: ARTE E CRITICA D’ARTE NELL’EPOCA DELL’INFORMAZIONE GLOBALE

   
 Come si pone l’artista rispetto a un quadro, a un’architettura globalizzante e alle sue sovrastrutture tecnologiche che, con la scusa del network, puntano a far stare tutti contemporaneamente dovunque? Quali conseguenze positive o negative ha questo sulla ricerca dei creativi di oggi? E, poi, le conseguenze per l’artista sono le stesse per il critico o il curatore?   
 
pubblicato
Le opere acquisteranno una sorta di ubiquità
Paul Valéry

L'inclinazione umana a "istantaneizzare” i rapporti interpersonali ha prodotto una vera e propria metamorfosi dei valori temporali e spaziali facilitando non solo un’evoluzione (e in alcuni casi un’involuzione) culturale di stampo ubiquitario, ma anche l'assimilazione e l'accesso a materiali e a informazioni difficilmente raggiungibili o accessibili al pubblico. Se da una parte il possesso ha lasciato il posto all'accesso (creando, a volte, un eccesso di pseudoeventi) - è la nota analisi proposta da Jeremy Rifkin [1] - e ha agevolato la perlustrazione di materiali inconsultabili, dall'altra si è realizzata quella particolare e invero rara (anche se fino a qualche decennio addietro si sarebbe definita miracolosa) capacità di trovarsi in più luoghi nello stesso momento. In altre parole, la società contemporanea, tra miracoli e traumi della comunicazione (Mario Perniola), ha acquisito una struttura ubiqua che non solo permette una straordinaria velocità della comunicazione socio-culturale e semplifica notevolmente l'economia internazionale, ma determina, d'altro canto, anche ottundimenti cronoestesici provocati dalla perdita di importanti e utili intervalli fisiologici.
Dopo alcune fasi di moltiplicazione e automatizzazione dell’opera, dopo i vari stadi di dura propagazione dei mezzi di comunicazione (dopo il satellitare, Skype, Youtube, il videotelefono, il network, gli avatar e i vari processori che elaborano dati in tempo reale), si è andata configurando una nuova forma di vita culturale che ubiquizza l’umano nel nome di un palpitante e martellante presente. Insomma, l'epoca attuale, massicciamente condizionata da un sistema di base ubiquizzante e, a volte, perniciosamente omologante, trova nell'immediatismo e nel presentismo [2], ovvero in una velocità di scambio socio-economico nonché nel desiderio disperato di una vertiginosa onnipresenza, alcune basi culturali alle quali il sistema dell'arte si è adattato e rimodellato per rispondere con contraccolpi creativo-riflessivi efficaci e precisi.
Giuseppe Stampone - Repeat - 2010 - video - 5’ - courtesy prometeogallery di Ida Pisani, Milano-Lucca
Difatti l'artista assume, oggi, nei confronti della comunicazione, un nuovo atteggiamento investigativo. Da un punto di vista metodologico, sposta i procedimenti interpretativi dal piano dell'espressione a quello dell'azione, impegnandosi in un discorso aperto alla costruzione di processi interattivi che sottolineano uno sfilacciamento della dimensione temporale e spaziale e una revisione del rapporto opera-pubblico.
Legati da uno stesso filo estetico di natura emozionale, relazionale, interattiva o neodimensionale (Giuseppe Stampone), questi artisti trasformano il network in materiale e tecnica dell'arte per elaborare un'opera in grado di distribuire la realtà sensibile a domicilio (Valéry) e dialogare con un pubblico virtuale di marcato stampo globale.
Se inizialmente, con Robert Adrian, Roy Ascott, Bill Bartlett, Carl Loeffler, Fred Forest e altri (e si pensi anche alle linee mentali adottate da Gino De Dominicis), l'artista interroga i nuovi scenari formulando ipotesi e questioni metodologiche per indagare gli strumenti di diffusione sociale, lo scenario attuale mira a trasformare la comunicazione in immaginazione, in frontiera fantastica attraverso la quale costruire opere in grado di relazionarsi, realizzarsi e rigenerarsi in realtime.

Gino De Dominicis - Tentativo di volo - 1970 - still da video - courtesy Palais de Tokyo, Parigi - coll. Sperone
Sculpting in Air / Video Planets
(2010) di Katja Loher, un circuito aperto che osserva lo spettatore e lo trasporta sul web, Southern Ocean Studies (2009-10), lavoro in cui Corby, Baily & Mackenzie metamorfosano alcuni dati relativi alle maree e al vento per dar vita a un corpo visivo pulsante e leggero o L'insostenibile calma del vento (2010) di Bianco-Valente, opera con cui il duo ha generato un meccanismo uditivo grazie all'acquisizione di alcune frequenze tradotte in suoni per dar vita a una espressione del vento che racconta le sue avventure. Sono soltanto alcuni esempi di una procedura artistica che incrina i meccanismi del software e dell'hardware di turno a un’indagine che sposta l'ago riflessivo verso formule artistiche che non solo evidenziano una continua alterità nei confronti della realtà, ma si radicalizzano finanche nel (e sul) reale per trovare il primus movens di una progettualità sempre più visceralmente legata all'interazione ubiquitaria.
Tuttavia, se da una parte la diffusione (e la misura) ubiquitaria dell’arte dà luogo a forti innovazioni e crea nuove formule creative stuzzicando la fantasia e la riflessione dell'artista, dall'altra quello stesso senso ubiquitario può provocare spiacevoli conseguenze nell'elaborazione di un processo riflessivo sull'arte e di un apparato curatoriale che ha facoltà di accogliere e relazionare opere differenti secondo esigenze e criteri allestitivi legati allo spazio e ad una esibizione artistica d'insieme.
Katja Loher - Red planet - 2009 - video scultura, proiezione su pallone di gomma - 04’10’’ - courtesy Galleria Tiziana Di Caro, Salerno - ed. di 4
Così, se da una parte sono accettabili - anzi, decisamente accettate - la perdita dell'unicità e l'apertura dell'opera a un discorso di natura ubiquitaria e post-auratica, dall'altra questo tipo di trasformazione si presenta davvero nocivo per la critica e per certa curatela che naufraga, spesso, in un marasma comunicativo teso ad elogiare lo spettacolo e a dissolvere i contenuti della memoria e dell'immaginazione in propaganda, sputo e spot pubblicitario.

[1] Cfr. J. Rifkin, L’era dell’accesso. La rivoluzione della new economy, Mondadori, Milano 2000
[2] F. Hartog, Regimi di storicità. Presentismo e esperienze del tempo, Sellerio, Palermo 2007

antonello tolve


*articolo pubblicato su Exibart.onpaper n. 71. Te l’eri perso? Abbonati!

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