Versailles è un progetto nato nel 1984, quando presso la reggia
iniziarono i lavori di ristrutturazione. Protrattisi fino a oggi,
Robert Polidori (Montréal,
1951; vive a New York) li ha documentati attraverso
tableux limpidi e
cangianti, che indagano lo spessore della superficie per capire fino a che
punto ciò che vediamo è autentico, o quanto viceversa non sia frutto di una
minuziosa ricostruzione. Un approccio vagamente archeologico, quindi, che tenta
di rintracciare i segni e la storia di chi ha attraversato e vissuto il luogo.
Dal
primissimo piano che inquadra la tappezzeria sgualcita ai corridoi lungo i
quali sfilano decine di stanze diverse; dai dettagli di quadri restaurati, a
panoramiche sui depositi impolverati. Se l’attenzione cade prevalentemente
sullo stile barocco di architetture e decorazioni, la sensazione che
gradualmente emerge nello spettatore è però di recidiva piattezza e
artificialità, sensazione che Polidori accentua e mette in risalto attraverso
precise scelte compositive.
Le
fotografie, da un punto di vista puramente formale, risultano indubbiamente
seducenti, se non altro per il sapiente bilanciamento dei colori e l’enorme
ricchezza di dettagli che agiscono sull’occhio a mo’ di calamita. Al di là di
questo, però, il lavoro convince poco.

Certo, è interessante il gioco che
Polidori crea facendo dialogare, all’interno dell’immagine, tappezzerie,
quadri, specchi e panorama reale, in un intreccio che mira a riflettere sui
meccanismi della rappresentazione. Ma c’è da chiedersi quanto originale sia la
tematica, soprattutto se sviluppata in questo modo.
All’alba
del 2011, in merito a tali questioni appare molto più incisivo un lavoro come
Doubble
di
Martina Sauter, che "incolla” nella stessa immagine frammenti di reale
e fotogrammi cinematografici, creando un cortocircuito rappresentativo
originale e stimolante. O i
Domestic Spaces di
Marina Paris,
che si connotano di una carica surreale e vagamente inquietante, sebbene sullo
sfondo di un’estetica abusata dello spazio disabitato. Qualcuno potrebbe
obiettare che lo scopo di Polidori è più semplicemente documentaristico, ma
anche in questo caso
Versailles non sembra proporre riflessioni o
soluzioni formali innovative, che vadano effettivamente al di là della
registrazione oggettiva ed emotivamente distaccata (ampiamente declinata, negli
ultimi 25 anni, da tutta la Scuola di Düsseldorf).
La
mostra, a parte qualche piacevole eccezione, fa rimpiangere i lavori
"precedenti”. Quelli, per intenderci, come
After the Flood (2006), in cui
Polidori racconta i disastri provocati dall’uragano Katrina, superando
l’approccio "banalmente” documentaristico, per approntare una riflessione -
visivamente potentissima - sul tema della catastrofe. Le immagini di
Versailles
riconfermano senza dubbio l’enorme padronanza tecnica del medium
fotografico e lo spirito indagatore di chi, instancabilmente, setaccia lo
spazio in cerca di tracce significative. Ciononostante, risentono di quella
tendenza purtroppo comune a molta fotografia contemporanea: il decorativismo.