Linee fluttuanti si intrecciano tra di loro all’interno della superficie pittorica, simili ad appunti, bozze, quasi scarabocchi totalmente colorati.
Tim Berresheim (Heinsberg 1975), artista, promotore di arte contemporanea e musicista sperimentale, produce immagini manipolate digitalmente in cui la tecnica tradizionale si fonde con la tecnologia. Linee, forme, colori ed elementi di quella che è definita pittura modernista, creano immagini che in qualche modo sfidano i media tradizionali mettendo in discussione lo stesso potere e uso che delle immagini si fa nella società contemporanea. È ciò che accade alla Cardi Black Box. All'interno del
white cube della galleria milanese, le opere dell'artista prendono vita e colorano l’ambiente.
Tropical dance, è il titolo della retrospettiva dedicata a Berresheim, che illustra il percorso dell’artista negli ultimi quattro anni, all’interno dei quali la ricerca artistica spazia tra diversi generi. Tra astrattismo e figurazione,
Future Gipsy Antifolklore, dove le forme diventano in qualche modo immagini fantastiche, manipolate al computer e contemporaneamente dipinte e stampate su legno, carta o tela. Ci sono poi i lavori fotografici, come
Violett, in cui un manichino è accostato e combinato con piante, peli, piume e oggetti d’uso comune.
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Le immagini apparentemente organiche si trasformano in un qualcosa di sintetico, nascendo appunto dall’incontro tra linee fluorescenti e oggetti domestici, visibile nella serie
Phoenix. Punto di partenza per l’artista è la libera gestualità pittorica, ma il tutto segue precisi calcoli e studi dettagliati. Siamo davanti a opere costruite con attenzione e precisione: le immagini che l’artista produce sin dal 2000, hanno una composizione strutturale basata sul
collage che allo stesso tempo Berresheim rende pittorica. Da qui la difficoltà di interpretarle e definirle, perché sono conseguenza di una scelta consapevole legata ad un programmatico ermetismo filosofico.