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Io, il jazz e la strada
Dopo le ultime disgrazie piombate sulla cultura italiana, forse è il caso di prendersi una pausa. Vi proponiamo una “play list d’autore”, compilata per Exibart dal noto gallerista milanese. Un viaggio tra sonorità maghrebine, pianisti polacchi, arpiste esotiche e orrende copertine. Raccontato con ironia e molta competenza. Buona lettura [di Massimo De Carlo]
pubblicato lunedì 16 aprile 2012

Melvin Gibbs’ Elevated Entity: Ancients Speak
Ho una provvista settimanale di sei dischi e li ascolto sempre e solo in macchina. Provengono da quell’enorme serbatoio di inascoltati che giace nella mia libreria. Sono ormai centinaia e aumentano in modo direttamente proporzionale ai miei viaggi e al mio carico di lavoro. Li inserisco tutti e sei nell'impianto stereo della macchina e cerco di ascoltarli con la massima concentrazione possibile. Lo so, dovrei vergognarmi dell'uso della parola disco e stereo. A tutt’oggi ascolto musica solo attraverso strumenti analogici. Passato il tempo in cui potevo dedicare ore e ore all'ascolto dei miei amatissimi 33 giri, lontani ormai i momenti in cui a casa potevo ascoltare i cd, non mi rimangono che i chilometri con accompagnamento musicale.
Ecco la selezione di questa settimana (19-25/3): Habanera, Simple Acoustic Trio. Una raccolta di musica Rai (Niente a che vedere con la RAI): 1970’s Algerian Proto - Rai Underground. Robbie Basho: Venus in Cancer. John Barry, Chris Botti: Playing by heart. Melvin Gibbs’ Elevated Entity: Ancients Speak. Dorothy Ashby, arpista afroamericana che ebbe una breve stagione di successo alla fine degli anni Cinquanta.
Dorothy Ashby, arpista afroamericana
La scelta dei cd è dominata sempre da un’ispirazione ottusa che mi porta a congetture banali, ma necessarie, per decidere di selezionare e posizionare proprio quei cd nel caricatore. Eccole: Basho lo ascoltavo quando avevo 16 anni e non mi dispiace cercare di capire se quello che consideravo un musicista straordinario è stato ridimensionato dal tempo e dalla morte. La musica algerina ha un grande fascino su di me. Adoro i cantanti, le loro nenie e il canto strascicato che si ispira ai muezzin. Penso che non mi deluderà.
L'arpista la conosco. Mi rilassa. Ne ho bisogno.
John Barry l’ho già ascoltato ma non lo ricordo bene.
Il disco di Vernon Reid mi è stato consigliato da Arto Lindsay.
Il pianista polacco sembra bravo. È ora di sentirlo.
Prima ancora di ascoltarli commento silenziosamente le copertine dei cd, che sono immancabilmente orribili. Grafica cheap, note di copertina scadenti e approssimazione nella stampa accompagnano spesso musiche di grande qualità.
Robbie Basho: Venus in Cancer
La copertina di Venus in Cancer di Basho è una delle più brutte che abbia mai visto e non riesco ad immaginarmi chi abbia concepito (per modo di dire) un simile obbrobrio grafico. Lui invece, Basho, è semplicemente straordinario. Tutto quello che Coetzee può dire di Bach, e Quirino Principe di Mahler, vale per me come giudizio su Basho. Visionario, eccentrico, colto, spiritualmente figlio di La Monte Young e Pete Seeger insieme, Basho ci ha lasciato splendidi raga contaminati dal country americano, blues diluiti in folk giapponese. Voce stupenda e possente. Tutto in lui è fiore e meraviglia: un gigante.
Cosa farà l'umanità per mantenere in vita simili valori è un mistero, ma se l'odiato digitale riuscisse nell'impresa sarò felice e riconoscente.
Il disco di Barry è mediocre. John Barry è stato un grande compositore, ma ahimé il tempo passa per tutti. I suoi arrangiamenti orchestrali sono appesantiti e le composizioni hanno la freschezza del pane del giorno prima. Chris Botti è insipiente. Ha proprietà di linguaggio, è tecnicamente preparato, ha anche un bel suono e un buon fraseggio ma non ha nulla da raccontarci; ci dice cose banali con lo stesso tono di chi conversa in spiaggia sotto l’ombrellone.
John Barry, Chris Botti: Playing by heart
Habanera è un disco mainstream di un pianista polacco dotato, ma non brillante: Bill Evans, Paul Bley sono suoi maestri, Tomasz Stanko e Krzysztof Komeda i suoi ispiratori. Pochi sanno che la Polonia ha prodotto fior di jazzisti negli anni Sessanta. Il jazz e il free jazz, in particolare, erano tra le forme artistiche musicali più apprezzate dall'establishment politico dei paesi dell’Est poiché, provenendo da una voce sofferente degli Stati Uniti d’America (la controcultura afroamericana della campagna e dei ghetti), dava modo al partito comunista di sviluppare una critica spietata nei confronti della società americana.
Il buon pianista polacco non diventerà mai un nostro eroe, ma a differenza di Botti, ha un’anima musicale e una sensibilità che ci fanno apprezzare la sua musica e le sue ingenuità.
La musica Rai nasce in Algeria nei primi anni del Novecento. All'inizio è una sorta di lamentazione poetica di origine araba, poi le culture si mescolano, la modernità compie il suo corso, le popolazioni si contaminano e da fatto familiare e vernacolare diventa cultura pop. Bella la raccolta che sto ascoltando. Intensa, vera, mai banale. Svolazzi di strumenti a corda, fiati, tamburi fanno da contrappunto ai soliti insistiti ritornelli tipici del Rai. Il canto è straziante, energico, sensuale. Non si capiscono naturalmente le parole, ma lo sai già che il cantante di turno sta parlando di delusioni amorose, di ingiustizie sentimentali e sociali, del cattivo, dell'innocente, del crudele destino e cosi via.
1970’s Algerian Proto: Rai Underground
Dorothy Ashby era un’arpista. Non una grande musicista, ma esperta di uno strumento sufficientemente esotico ed unico nel panorama jazzistico. Se avesse suonato qualcosa di più usuale come il sassofono non ne avremmo mai sentito parlare. Con la sua arpa invece ha fatto parecchia strada ed una discreta carriera. La copertina ci mostra un viso interessante. La sua musica è piacevole, il relax, cercato e promesso, è arrivato puntuale e preciso. Non ci delude.
Vernon Reid è un talentuoso e brillante bassista, protagonista di una grande carriera al fianco di eccellenti e importantissimi protagonisti. Il suo cd è poliedrico, molto dinamico e risente delle sue produzioni musicali per Living Colour e Salif Keita. È un bilanciato cocktail di Africa e rock insieme. Non mancano citazioni hip hop e soul. È una vera scoperta.
Mentre ascolto (sono quasi alla fine del cd) accosto e parcheggio. Da fermo ascolto ancora un po’. Fino alla fine. Poi spengo. Sono arrivato. Arrivederci.

*articolo pubblicato su Exibart.onpaper n. 78. Te lo sei perso? Abbonati!

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