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STUDIO VISIT
La pittura disobbediente di Alessandro Roma

   
 Il paesaggio e il barocco. Pittura e architettura di segni. La storia dell’arte come serbatoio di idee. Entriamo nello studio dell’artista milanese per scoprire il catalogo delle sue immagini…  ludovico pratesi 
 
pubblicato mercoledì 23 maggio 2012
L'appuntamento con Alessandro Roma è alla fermata della metropolitana Famagosta, nella prima periferia meridionale di Milano. Capelli neri a spazzola, un velo di barba sul volto affilato, lo sguardo penetrante, mi saluta e ci avviamo con passo deciso verso lo studio, un locale seminterrato affacciato sui Navigli. Attraversiamo un paesaggio urbano movimentato, piuttosto tipico delle città del Nord Italia, che sembra uscito da un’opera di Botto & Bruno o da un dipinto prefuturista di Umberto Boccioni. Caseggiati popolari, sottopassaggi e viadotti sostenuti da pilastri ricoperti da strati di graffiti, frammenti di natura sofferente incolti e abbandonati, resi ancora più desolanti da mucchi di neve sporca. Alessandro mi esprime la sua preoccupazione per un’impegnativa mostra personale che sta preparando da Brand New Gallery. Dipinti di dimensioni grandi, bassorilevi in gesso e sculture in terracotta con forme che ricordano le decorazioni rocaille dei giardini cinquecenteschi, frutto del desiderio manierista di rompere le simmetrie perfette ed asettiche del Rinascimento.

Alessandro Roma - Il sole mi costrinse ad abbandonare il giardino - 2010 - olio spray grafite e collage su tela

 «Le sto facendo ad Albissola, racconta, dove ho scoperto artigiani preparatissimi, che in passato avevano lavorato con maestri come Lucio Fontana. Gli artisti vanno a Faenza, molto più conosciuta, ma Albissola è un patrimonio da riscoprire». Siamo arrivati allo studio, in fondo ad un garage: due locali non molto grandi, sobri e severi come la cella di un monaco. Alessandro lavora nel secondo, interamente tappezzato da grandi tele verticali, che messe insieme ricordano una "camera picta” o lo studiolo di un palazzo del Cinquecento. «Il mio lavoro parte dall’idea di paesaggio», racconta Roma. Mentre parla in modo calmo e preciso, calibrando ogni parola, osservo uno dei dipinti dove si stratificano disegni a matita, immagini tratte da riviste, frammenti di tessuti arabescati, porzioni di pittura astratta. L’insieme possiede una certa magia, emana un senso di ordine in un apparente disordine, ricercato dall’artista con cura per infondere nello spettatore un’idea di meraviglia e di vertigine, simile a quello di alcuni affreschi barocchi dove lo sguardo si perde e sembra che non possa più ritrovarsi. In un angolo, seminascoste da uno dei dipinti, sono attaccate al muro riproduzioni fotografiche di opere del passato, da Van Gogh a Bosch, da Turner a Monet. «La storia dell’arte è un serbatoio di idee» dice Alessando, e mi racconta le ragioni di quelle scelte, delle sue visite ai musei, dei libri che hanno ispirato le sua posizione artistica. «Il barocco è importante, la mia generazione lo ha scoperto attraverso i libri di Deleuze»: un territorio di frammenti ricomposti e stratificati, come un caleidoscopio rotto, che sfugge ad ogni tentativo di visione univoca ma va accettato nella sua natura perversa e disobbediente.

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La storia dell’arte vista attraverso la filosofia, ma anche i paesaggi della scrittura, in una linea che procede da Giorgio Manganelli e Alexander Jodorowsky fino a Werner Herzog. «Più che paesaggio direi giardino», puntualizza Roma. «Nei giardini che ho visitato mi sono immerso, ne ho ammirato ogni dettaglio, fisico e sensoriale». Il giardino è labirinto per Borges, orgiastico ed erotico come un luogo di delizie per Bosch, territorio incantato sospeso nella nicchia confortante della memoria infantile per Proust. Hortus conclusus, paradiseos, patio ombroso e fresco dove camminano pensosi poeti come Antonio Machado e Eugenio Montale. Nei giardini di Alessandro Roma, costruiti come stratificate architetture di immagini e segni nasce poco tempo fa l’esigenza di trasferire la dimensione incantata della pittura in qualcosa di tattile. Sono sculture ambigue come stalagmiti, che ospitano piccole pozze d’acqua e piante, simili ai grandi vasi delle ville siciliane, scolpiti da un immaginario che unisce i mostri del principe di Palagonia alle sculture fantastiche del Bosco Sacro di Bomarzo. «Ognuna appoggia su una piccola base bianca in ceramica che la separa dal piedistallo». Le tele di Alessandro Roma mi guardano, attirano il mio occhio verso spazi capricciosi, visioni malate ma rassicuranti, sentieri che si biforcano tra immagini, materiali, sogni o forse incubi. Nel loro provocatorio disubbidire al mio tentativo di comprendere la ratio profonda di una sfacciata disarmonia, suggeriscono un luogo dove abbandonarsi al piacere del perdersi, allo stupore di un profumo, al bagliore di un dettaglio, al ritmo calmo e regolare di una passeggiata dentro la pittura. Un ritmo suggerito dalle parole di Alessandro, che sembrano muoversi anche loro come piccole onde che increspano la superficie
di un lago in piena estate. Mi sono perso nella rêverie. Alessandro Roma sorride, andiamo a prendere un caffè in un baretto, e poi il tempo riprende la sua corsa. Oltre il giardino, oltre la pittura.
 
studio visit è una rubrica curata da ludovico pratesi
 
 
*articolo pubblicato su Exibart.onpaper n. 78. Te l’eri perso? Abbonati!
 


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