Quanti di noi si sono trovati più di una volta ad osservare lungamente un'opera di arte contemporanea senza percepirne il processo artistico dell'autore? Se poi a quella stessa opera è attribuito un valore di mercato strettamente connesso al mercato dell'artista che l'ha concepita, l'interesse che suscita si intensifica ulteriormente.
Questo progetto intende partire da questo principio: quando un oggetto può essere elevato a opera d'arte e quanto un'opera d'arte può svanire se posta fuori dal suo contesto espositivo, in questo caso i "luoghi estranei" sono dei negozi.
Abbiamo coinvolto sette artisti scelti in base alle loro peculiarità creative, li abbiamo messi in relazione con i sette esercizi commerciali selezionati per questa mostra e abbiamo chiesto loro di pensare a un'opera d'arte che potesse essere in linea con la tipologia di negozio al quale erano abbinati.
Una volta prodotte le opere le abbiamo scambiate, secondo l'antico principio del baratto, con sette oggetti scelti dagli artisti per ogni attività commerciale.
Ne è venuto fuori un processo ambizioso e molto edificante, ma molto poco esplicativo del concetto di opera d'arte. Quello che si può osservare in galleria, infatti, sono sette oggetti costretti a rivestire il ruolo di opera d'arte, mentre negli esercizi commerciali sono esposte le sette opere d'arte per tutto il periodo della mostra (11 giugno-27 luglio).
Gli esercizi commerciali coinvolti possono essere svelati solo mediante una mappa che può essere acquistata a un prezzo commerciale nonostante si tratti di una mappa a tiratura limitata fatta da un artista, Marco Morici.
Nell'elaborare questa mostra abbiamo pensato di recuperare la "Teoria del valore" di Karl Marx, su cui
Gianni Garrera ha lavorato per costruire un testo/opera composto da estratti de "Il Capitale". Ecco come spiega Garrera l'operazione: «Si tratta di una funambolica sintesi da Marx, da cui risulta una visione spettrale dell'idea di valore: nel capitalismo non esistono i valori, esistono solo i prezzi, e il misticismo dei prezzi esaurisce tutto l'arcano della merce e del suo valore. Anche l'opera d'arte segue il destino della merce e la demagogia della sensibilità. La mostra tenta di mettere alla prova il sogno della forma della merce attraverso la sparizione effettiva dell'opera d'arte, mimetizzata tra prodotti commerciali e sostituita da merci comuni, a loro volta musealizzate in galleria. Il disagio dell'opera d'arte e l'invidia della merce per la produttività intellettuale devono far sperimentare se il divario tra prodotto estetico e commerciale si risolva con lo scambio tra loro, attraverso la parodia soprannaturale della merce».
Ci tengo a riportare le posizioni di altri artisti che partecipano al progetto.
Ettore Favini: «Quando Giorgio mi ha invitato alla mostra mi ha subito intrigato il legame esplicito con la teoria marxiana, del rapporto utilità/surplus. Inoltre il concetto di mostra è inaspettato, sicuramente uno scatto alle dinamiche classiche di galleria. Ho pensato così di scegliere un oggetto che fosse, se possibile, più "surplus" dell'opera d'arte».
Gianni Politi: «Penso che il discorso sulla ricollocazione del valore delle opere d'arte sia il nodo da sciogliere oggi. Oramai l'opera è pura operazione situazionista e spogliarla della prestigiosa veste del museo o della galleria probabilmente è l'unico modo di farla vedere per quello che è realmente».
Stanislao Di Giugno: «Marx parlava di un ordine economico in cui le persone comuni si assumono tutti i rischi e la finanza tutti i benefici. Credo che questo processo creativo renda ancora molto attuale questo principio».