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Speciale Biennale/Parlano gli artisti del Padiglione Italia |
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L’incontro tra Elisabetta Benassi e Paola Ugolini chiude il nostro viaggio per conoscere meglio gli artisti che ci rappresentano a Venezia. Benassi è l'unica altra donna presente, oltre Francesca Grilli. Di poche parole, come spesso sono gli artisti ... segue
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Ritratto del curatore da giovane |
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Continua il nostro viaggio nella giovane curatela. Questa volta Manuela Valentini intervista Cecilia Canziani. Toccando anche alcuni punti critici che possono generarsi dalla sovrapposizioni di ruoli e incarichi. E Cecilia risponde ... segue
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Parola d'artista |
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L'intenzione e il caso di Patrizia Cavalli
La poetessa ha da poco inaugurato una mostra presso lo studio Stefania Miscetti di Roma con, tra altre, un'installazione ricavata dai suoi appunti mattutini. Pubblichiamo il testo che ha scritto per la mostra romana ... segue
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Scacco alla crisi |
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Seconda tappa del nostro viaggio alla ricerca di realtà che provano a non farsi inghiottire dal buco nero della crisi. Questa volta la contromossa è di Eventi-Arte-Venezia. Ascoltiamo da Matteo Efrem Rossi, fondatore dell'associazione, come reagiscono all'impasse attuale di Elisa Decet ... segue
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La Lavagna |
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Autocommiserazione, cultura ed economia in Italia di Raffaele Gavarro Ma davvero il nostro è un problema di autocommiserazione? ... segue
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Musica elettronica, parole d’artista, specchi e luci sono gli ingredienti del terzo appuntamento di “Con Parole Sue”, al Museo Del Novecento di Milano. Per coniugare note e arte contemporanea, sotto Lucio Fontana di Caterina Failla ... segue
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Figli di una critica minore Con questo intervento di Maria Rosa Sossai, apriamo uno spazio di discussione sul ruolo della critica oggi in Italia. Messa in ombra da attività più gratificanti, come la curatela, e penalizzata dall'assenza di retribuzione |
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pubblicato lunedì 25 giugno 2012
Da anni in Italia la parola del critico d'arte sembra essersi appannata, rivelando una crescente difficoltà a esprimere un punto di vista autorevole nelle questioni riguardanti il valore e il senso dell'opera d'arte. Le cause di questa sua perdita di autorevolezza sono da ricercarsi in una serie di fattori non solo di ordine politico-economico ma anche di miope strategia culturale da parte degli stessi soggetti che operano nel settore dell'arte. Proviamo a elencarne alcuni: le collaborazioni per lo più gratuite con giornali e riviste scoraggiano un serio impegno professionale, così come l'assenza di sostegno economico alla produzione di saggi, libri e pubblicazioni o la difficoltà di accesso a borse di studio che permettano di approfondire filoni di ricerca. Chi desidera iniziare un'attività di scrittura critica comprende da subito quanto sia difficile dedicarsi esclusivamente a questa professione in modo rigoroso, senza dover svolgere contemporaneamente altri lavori. La mancanza di sbocchi lavorativi spinge quindi molti aspiranti critici a frequentare master brevi, spesso a costi molto elevati, sulla curatela e l'organizzazione di mostre ed eventi. La proliferazione di questi corsi dimostra come nell'opinione corrente essi siano considerati canali di accesso a professioni di prestigio culturale e di sicuro risultato economico.
Questa situazione di impasse si riflette anche nella letteratura di settore dove non esiste un termine corrispondente a quello inglese di art writer, dato che gli scrittori d'arte in Italia sono spesso filosofi, scrittori tout court o poeti che si occupano di estetica e frequentano le mostre e gli artisti. E ciò evidenzia un dato tipicamente italiano, quello di un mancato ricambio generazionale nel campo della critica che ha creato un gap tra l'Italia e gli altri paesi. Ma il progressivo relegamento della critica d'arte in una posizione di secondo piano ha ragioni più lontane. «L'unica emozione che l'arte sembra riservarci oggi si lega allo stupore per certi impressionanti valori di mercato delle opere d'arte», scrive Todorov in un'intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica, «e l'idea di bellezza, che ha abbandonato da tempo l'arte contemporanea, si è rifugiata in altre attività, prive di pubblico riconoscimento». Quando negli anni Sessanta-Settanta i movimenti d'avanguardia dichiaravano l'affrancamento dell'arte da categorie estetiche preesistenti e dai valori borghesi del sistema capitalistico, affermando il diritto di chiunque a esercitare il proprio personale pensiero e la propria azione, di fatto decretavano il tramonto del giudizio critico. Lo statement ricorrente di artisti come Beuys, siamo tutti potenziali artisti, equivaleva a dichiarare che siamo tutti potenziali critici, in linea con i principi democratici di libertà e uguaglianza. Il critico veniva di fatto esautorato dalla sua funzione di mediazione tra l'artista e il pubblico. Nell'era post concettuale sono gli stessi artisti a teorizzare spesso sulla loro ricerca oppure scelgono di collaborare con intellettuali non strettamente riconducibili al sistema dell'arte. Ma accade che il successo di un artista sia sempre più spesso determinato da fattori che esulano da criteri critico-teorici quali il loro valore di mercato alle fiere e alle aste. La traduzione della qualità estetica dell'opera in termini meramente economici però, se nei tempi brevi può rivelarsi efficace e remunerativa, nei tempi lunghi si svela per quello che è, un'operazione speculativa di art dealers e addetti ai lavori guidati dal desiderio del profitto. Come può allora la parola del critico ritrovare una necessità d'essere e una centralità in un mondo in cui le regole evolvono a un ritmo continuo? E qui ritorniamo al punto di partenza del nostro discorso. Forse una possibile risposta è nella scommessa di dare forza e sostegno all'attività di ricerca, con finanziamenti adeguati che permettano di esercitare la professione di critico. Di scrivere e pubblicare con retribuzioni adeguate, di sganciare la ricerca dalle speculazioni del mercato che rispondono a logiche e mode del momento. Di dare a tutti l'opportunità di studiare e di scoprire insomma la passione per lo studio e la conoscenza.
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